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Miscelatore Record Nazionale 2018: futurismo per tutti!

Che io sia un’appassionata di cocktail, drink e del bere bene non è un mistero, per chi legge queste pagine (la parola “Negroni” vi dice niente?), ma l’anno scorso ho scoperto una branca della miscelazione di cui proprio ignoravo l’esistenza.. e cosa mi ero persa fino ad allora!

Nel 2017, infatti, ho scoperto l’esistenza della miscelazione futurista, ed è stato un colpo di fulmine immediato, che avevo raccontato con dovizia di particolari in un articolo scritto per il Calendario del Cibo Italiano, a cui vi rimando per tutti i particolari.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, nella miscelazione futurista non esistono drink o cocktail, si parla di polibibite, nome autarchico che indica bevande miscelate realizzate utilizzando esclusivamente alcolici nazionali. Decorazioni e abbinamenti diventano tutt’uno con queste bevande, trasformandole in autentiche e provocatorie opere d’arte temporanee, in pieno accordo con lo spirito futurista dell’epoca.

“Miscelatore di polibibite” (2017), quadro realizzato da Alessandro Colonnetta

Negli ultimi anni la riscoperta di questa miscelazione, grazie alla pubblicazione del volume “La Miscelazione Futurista. Polibibite: la risposta autarchica italiana ai cocktail degli anni Trenta” di Fulvio Piccinino, inserito tra i 10 migliori libri di mixology al mondo al Tales of the Cocktail di New Orleans.

A corollario, nel 2016 e 2017 si è svolta una gara a tema, che per il terzo anno tornerà a Torino: 10 miscelatori si sfideranno per conquistare il titolo di Miscelatore Record Nazionale 2018, in una delle competizioni più particolari e divertenti a cui mi sia capitato di assistere.

Quest’anno, però, c’è una grande novità, perché la sfida avverrà davanti a due giurie: una tecnica ed una popolare, aperta a chi vorrà prendere parte alla Gran Serata Futurista che sarà il cuore dell’evento. Ognuno dei finalisti avrà a propria disposizione una postazione dove preparerà la sua polibibita, che verrà giudicata in base alla creatività, alla tecnica e all’ottemperanza alle regole contenute nel neomanifesto della miscelazione futurista.
Ogni bevanda dovrà essere presentata in due versioni: una completa di decorazioni per la giuria tecnica ed una più semplice e facilmente replicabile per la giuria popolare.

Al progetto di miscelazione futurista hanno preso parte in questi anni insieme a Cocchi, azienda promotrice dell’iniziativa, anche Alpestre, Campari, Fabbri, Luxardo, Nardini, Pallini, Strega, Tassoni e Vecchia Romagna.

Nel caso siate miscelatori ansiosi di partecipare alla competizione, trovate qui il regolamento completo.

Voi appassionati, invece, iniziate a segnare in agenda il 18 ottobre, data scelta per la Gran Serata Futurista, che avverà in un luogo ancora da definire, così come ancora da definire sono le modalità di partecipazione della giuria popolare.

Ma sono solo particolari… fidatevi, è proprio un evento da non perdere!

Ci si vede lì?

 

 

Drink lista estiva Lounge Bar Piano 35: storytelling in un bicchiere

Illustrazione digitale realizzata in esclusiva dall’artista Alessandro Colonnetta

Può una drink list trasformarsi in uno storytelling complesso, che parla di viaggio e territorio insieme?

Fino alla scorsa settimana avrei risposto di no, anche un po’ per diffidenza verso il concetto di storytelling che, seppur nobilissimo, ormai è diventato inflazionato.

Secondo l‘Enciclopedia Treccani

storytelling (story-telling), s. m. inv. Affabulazione, arte di scrivere o raccontare storie catturando l’attenzione e l’interesse del pubblico.

Ciò che ha “sporcato” questo concetto della narrazione come affabulazione, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, da quando cioè gli uomini hanno cominciato a raccontarsi storie per i motivi più disparati, è il marketing.

Il marketing ha fatto nascere il cosiddetto storytelling aziendale, ovvero la comunicazione dei valori dell’azienda attraverso la narrazione di storie: si “approfitta”, cioè, della naturale potenza ed appeal che hanno le storie per creare un legame emotivo tra azienda e  consumatore, in modo da creare business.

E addio romanticismo, cantori e menestrelli.

Ma di quando in quando anche lo storytelling aziendale riesce a svincolarsi dalla finzione, dal racconto di campi di grano mai esistiti, di storie eroiche di fondatori tanto edificanti quanto fittizie, recuperando la dimensione vera del racconto, quella che stimola i sensi e la fantasia, e alle volte tutto ciò può avvenire in un bicchiere.

La nuova  drink list estiva del Lounge Bar Piano 35 è questo: un racconto in 9 capitoli che si snoda di cocktail in cocktail, sui fili del viaggio e del territorio, e ti fa sospirare ad ogni sorso, come fosse una pagina ben scritta: si sospira per la fantasia di un Paese lontano, per il sogno di un viaggio ancora da fare o per i ricordi di un tempo che non c’è più.

Il merito di questo storytelling di successo va senza dubbio al bartender Mirko Turconi e al suo staff che, grazie ad una meticolosa ricerca su tecniche ed ingredienti, è riuscito a costruire non tanto una drink list, ma un romanzo d’appendice, di quelli pubblicati a tranches nell’Ottocento e in cui il pubblico non vedeva l’ora di leggere l’episodio della settimana successiva.

ph. Davide Barasa

Ogni cocktail è un piccolo racconto a sé stante, anche se inserito in una cornice unificante: alcuni di essi parleranno alle vostre papille gustative e al vostro cuore in modo più diretto di altri.
Quelli che seguono sono i tre cocktail che mi hanno conquistata fin dal primo sorso.

C’è il Fog in the Sky, che ti porta nelle atmosfere nebbiose della Scozia, ma anche un po’ in quelle (sempre nebbiose) della Pianura Padana: da una parte c’è un blend di whisky Laphroaig, dall’altra l’Americano Cocchi e il Fernet Branca. Pare di camminare in un sottobosco, con lo sciroppo di funghi, il liquore al pino mugo e l’Amer Picon (liquore francese a base di erbe e scorze di agrumi). La nebbia torna anche nella presentazione del cocktail: servito in un bicchiere di ceramica grezza che sembra pietra, chiuso in una lanterna con un’affumicatura di legno bagnato che infonde il drink.

ph. Davide Barasa 

Da suggestioni che vengono da tutt’altra parte del mondo, dal Messico precolombiano, nasce il Cafè del Diablo: attraverso l’utilizzo di alcuni ingredienti ritenuti “divini” dalle antiche tradizioni Maya, il drink ricrea il gusto del caffè, senza che vi sia fra gli ingredienti il caffè, una bevanda considerata divina per le sue proprietà stimolanti.
Ci sono le spezie della cucina messicana, il peperoncino Poblano che aromatizza l’Ancho Reyes, c’è la cioccolata cara ai Maya sotto forma di bitter, ci sono Mezcal e Tequila (infuso ai fagioli tostati) e, ancora, decotto di falso caffè, sciroppo di agave e succo d’arancia, il tutto servito in una mug raffigurante un teschio, simbolo dei dias de los muertos, con una chip di mais, del cioccolato e dell’arancia essiccata.

ph. Davide Barasa

Last but not least, nel mio cuore è entrato di diritto il Bloody Barbecue Mary, che ha tutto il sapore degli Stati del Sud degli USA: il cocktail mantiene zucchero, menta e bourbon, classici ingredienti del Mint Julep, e il suo servizio, fatto in una cup di metallo con tanto ghiaccio tritato. Quel julep, però, si contamina con il Bloody Mary (con due bourbon a sostituire la vodka, soluzione salina all’oliva, Worcestershire sauce, bitter al sedano e succo di pomodoro rosso) e con elementi tipici del bbq, come una zolletta di zucchero imbevuta nel fumo liquido che ricorda il sapore della carne alla griglia. Infine il ghiaccio viene spolverato di carbone vegetale, per dare l’effetto della carbonella, e il drink finito con della pancetta essiccata e caramellata.
Bonus: la possibilità di rinforzare il cocktail con una aggiunta di bourbon da una mini-fiaschetta da portare poi via con sé.

Gli altri nuovi cocktail in lista:

  • NA.TO Gourmet
  • Zuppa & CO.
  • Il bicerin del Drugo
  • Piemontais
  • Medina
  • Il nono drink della lista è rimasto avvolto nel mistero, così da non svelare subito tutte le carte.

Da parte mia non posso che consigliarvi di andare al Lounge Bar Piano 35 a provare la nuova drink list, non solo perché è l’occasione di andare nel Lounge Bar più alto d’Italia in una location davvero eccezionale di Torino (il 35° piano del Grattacielo Intesa San Paolo = vista mozzafiato sulla città), ma perché bere uno qualsiasi di questi cocktail sarà prima di tutto l’occasione di sentire raccontare e poi di vivere una storia.

The End

Una nuova onda

Da oggi Alterkitchen, dopo 7 anni di onorato servizio, cambia faccia.

Non solo perché è cambiato il logo o i colori, ma perché da oggi si fa più vicino a più a quello che è diventato il mio mestiere.

Dallo scorso anno, infatti, mi occupo di comunicazione digitale e, sebbene non abbia mai smesso di cucinare, anche la mia passione per la cucina è mutata di segno.

Da oggi su Alterkitchen non parlerò più di cibo cucinato, ma di comunicazione enogastronomica: parlerò di storie di prodotti e produttori, di territorio, di locali, di eventi.

Spero che vorrete seguire questa nuova onda e abbandonarvi alla corrente.

Giulia

Spaghetti con arselle affumicate e pomodorini arrostiti.. una storia d’amore

Dopo esserci fatti una bella bevuta, all’MTC non potevamo che proseguire con una bella fumata.

Ebbene sì, questo mese il tema della sfida lanciata da Greta è l’affumicatura casalinga, una tecnica che ben pochi sperimentano nelle loro cucine e che invece apre a risultati assolutamente inaspettati.

La fonte di ispirazione massima di questa ricetta è stata Greta stessa: quando ho letto nel suo post “Le regole dell’affumicatura perfetta” questa frase, è stato un colpo di fulmine “Con i bivalve invece è preferibile utilizzare legna e prima che rispondiate ” i bivalve????? affumicati???????” vi dico subito che sì, possono essere affumicati anche quelli ed anzi: provateli alla prima occasione, perché vi schiuderanno un mondo.”

Da lì a pensare “pasta con le arselle affumicate” è passato credo un nano-secondo, visto il mio amore folle per la pasta con le arselle, che è in assoluto il mio piatto preferito. Ho pensato che il tocco affumicato sarebbe stato semplicemente perfetto, quindi mi sono messa in rete a studiare un po’, e mi sono imbattuta in un piatto super-blasonato dello chef Uliassi: spaghetti affumicati con vongole e pomodorini grigliati, dove l’affumicato viene dato da un brodo di anguilla affumicata che serve per cuocere la pasta e rafforzato dai pomodorini abbrustoliti.

Ho pensato di ispirarmi a questo piatto, ma di virarne la componente affumicata, che per me è data invece dalle arselle, affumicate con chips di legno di limone, scorze essiccate di limone e arancia, rami di prezzemolo e pomodorini. Il tutto fatto in casa e con un metodo rudimentale, ma assai funzionale, ovvero utilizzando una vaporiera di bambù per ravioli cinesi messa su un banalissimo pentolino (come vedete qui in foto) e, miracolo dei miracoli, si sono cotte alla perfezione, rimanendo umide. Poi vi spiegherò meglio come nel testo della ricetta.

 

Voi non avete idea di quanto mi abbia gasato affumicare queste vongole.. e il gusto che si ottiene è pazzesco, e si trasferisce molto nel piatto finito, dove viene richiamato dal gusto “di bruciato” dei pomodorini, e alla fine ingentilito dalla scorza di limone e dal prezzemolo, che danno la giusta nota di freschezza.

Una pasta con le arselle diversa dal solito ed incredibilmente, dannatamente buona.

PASTA CON LE ARSELLE AFFUMICATE E POMODORINI ARROSTITI

Ingredienti (per 2 persone):

  • 700 g di vongole
  • sale grosso
  • circa 15 pomodorini Piccadilly
  • sale fino
  • chips di legno di limone
  • scorze di limone e arancia essiccate
  • prezzemolo
  • rametti di pomodorino
  • olio extra-vergine di oliva
  • 2 spicchi d’aglio
  • peperoncino (se gradito)
  • 250 g di spaghetti
  • scorza di limone

Procedimento:

  1. Per prima cosa, mettete 500 g di vongole a bagno con un pugno di sale grosso per 2-3 ore, in modo da eliminare i residui di sabbia.
  2. Con le restanti vongole, preparate l’acqua di vongole: mettete le vongole in una padella con mezzo bicchiere d’acqua e accendete il fuoco al massimo. Lasciate bollire finché le vongole non saranno tutte aperte (circa 2 minuti), quindi togliete le vongole (che hanno rilasciato il loro gusto, quindi sono diventate inutilizzabili; io ovviamente me le sono pappate lo stesso, con dei ceci ripassati in padella) e filtrate più volte l’acqua in modo da eliminare i residui di sabbia. Lasciate da parte.
  3. Preparate i pomodorini: lavateli, mondateli (tenendo da parte i rami) e tagliateli a metà, quindi arrostiteli dalla parte del taglio su una padella antiaderente ben calda. Metteteli quindi ad asciugare in forno a 50°C ventilato per circa 1-2 ore.
  4. Preparate il mix di chips di legno di limone e di scorze essiccate di limone e arancia e mettetelo a bagno mezz’ora prima di proseguire con l’affumicatura.
  5. Mondate abbondante prezzemolo e tritatelo finemente (servirà poi a guarnire il piatto). Conservate una decina di gambi.
  6. Preparate un doppio cartoccio di alluminio da cucina, quindi mettete il mix di legno e scorze al suo interno. Aggiungete i gambi del prezzemolo e i rami di pomodorini, quindi ponete il cartoccio in una pentola sulla quale appoggerete un cestello per il vapore (per me di legno di bambù) e coprirete con un coperchio. Accendete il fuoco al massimo e, quando inizierete a vedere la colonnina di fumo, scoperchiate e mettete le vongole all’interno del cestello, coprendo col coperchio (io ho dovuto farlo in 2 volte). Lasciate cuocere sempre a fuoco molto alto finché le vongole non si saranno aperte del tutto (ci vorranno 10 minuti scarsi). Io, nell’enfasi del momento, ho persino fatto un video (ok, non mi giudicate, lo so da me che sono pazza) e l’ho messo su YouTube.
  7. Una volta che le arselle saranno aperte, toglietele dal cestello, lasciatele raffreddare un attimo (giusto perché tornino maneggiabili) e sgusciatene i 2/3, tenendole da parte coperte.
  8. Portate a bollore una pentola con abbondante acqua non troppo salata, quindi buttate la pasta. A parte fate scaldare l’acqua di vongole.
  9. Nel frattempo, in una padella fate scaldare abbondante olio extra-vergine di oliva e soffriggetevi gli spicchi d’aglio (tritati o interi, a vostro gusto) e del peperoncino (se gradito). Aggiungete quindi le vongole con il guscio (che contribuiranno al gusto affumicato del piatto, oltre che all’estetica).
  10. Quando alla pasta mancheranno 5 minuti di cottura, scolatela utilizzando una schiumarola e aggiungetela nella padella con le vongole. Unite quindi i pomodorini (tenendone da parte 6), le vongole sgusciate e aggiungete a poco a poco qualche cucchiaio di acqua di vongole e mantecate la pasta (utilizzando il metodo spiegato da Greta qui e tanto gioco di polso). Nel caso l’acqua delle vongole non dovesse bastare, utilizzate quella di cottura della pasta.
  11. Quando la pasta sarà cotta e ben mantecata, dividetela nei piatti, guarnite con 3 pomodorini arrostiti per piatto, una manciata di prezzemolo tritato e una generosa grattugiata di scorza di limone.

 

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 70

Cocktail MTC69 – Un nome, una garanzia

Manco da questo blog da oltre 2 mesi, e non potevo che tornare ora, per annunciare il vincitore del mio MTC, quello col più alto tenore alcolico che si sia mai visto.

Intanto un plauso in generale alla gara: su 77 ricette pervenute sono stati proposti ben 52 cocktail diversi. Che vi siate impegnati all’urlo di “famolo strano” o per cercare di spingervi oltre i limiti del conosciuto, è una bella nota di originalità, che mi fa molto piacere.
Così, a fini statistici, sappiate che il cocktail più gettonato è stata la piña colada (un po’ un’offesa a me che amo i cocktail amari come la vita e forti come Iron Man) scelta per 5 ricette, al secondo posto White Russian (con Drugo annesso) e Negroni (tanto ammmore per voi, ovviamwente) con 4 ricette, e poi Bloody Mary, Cosmopolitan e Mimosa con 3 ricette ognuno (tutti cocktail molto femminili, per altro). 2 ricette per Paradise, Irish Coffee, Cuba Libre, Kamikaze, Vampir, Tequila Sunrise, Alexander, Margarita e Mojito. Cioè, davvero avete osato contravvenire alle mie prescrizioni e proporre il Mojito, che è il male assoluto.
Vi perdono solo perché l’alcool mi rende docile.

Per altro, non potevo che tornare su questi schermi con una ricetta, nello specifico una cosa mai fatta, la ricetta di un cocktail che, guarda caso, è stato studiato proprio da chi ci sarà dopo di me (per favore, cantiamo tutti insieme “chi ci sarà dopo di me, si prenderà il tuo armadio, ed il disordine che tuuuuuuu”) come giudice della gara di cucina più pazza del web, la nostra Greta, la barlady che tutti vorremmo avere nel locale sotto casa. Io vorrei averla direttamente come vicina di casa, così si fa prima.

Innanzitutto parto con lo spiegare il perché della mia scelta, anche se, diciamolo, non è che ci sia poi molto da dire, quando si ha che fare con un piatto perfetto.

Non ci sono altri termini, è dannatamente, schifosamente perfetto.

Mangia e bevi ovvero tartare di manzo e simil speck d’anatra con molecola di Sherry Cobbler e verdure croccanti

Avevo chiesto una destrutturazione eretica o ortodossa? Ecco, lei è riuscita a farle entrambe, creando una molecola di Sherry Cobbler (roba che me la sogno di  notte da settimane) e inserendola in un piatto soppesato nei minimi particolari e che trasuda tecnica da tutti i pori, visto che comprende uno simil-speck di anatra fatto in casa.. sapete, quelle robe lì che uno fa tutti i giorni, no?!
Una vittoria meritata da sempre, ma che qui era stra-meritata, e non solo per la sua ricetta da manuale, ma anche per tutta la generosità con cui ha dispensato aiuto e consigli agli altri partecipanti, grazie alle sue sconfinate competenze di mixology e di cucina… e nemmeno solo in questo MTC, ma in molti altri (io per prima ho beneficiato del suo aiuto e delle sue indicazioni in diverse occasioni).

Insomma, una vittoria che ci ha messo solo troppo ad arrivare, e che sono felice di annunciare con un cocktail che abbiamo studiato in questi ultimi giorni insieme; ovviamente il mio merito sta solo nell’aver dato qualche indicazione iniziale su cosa avrei voluto creare e poi aver colto a piene mani dall’albero della saggezza di Greta.

Volevo un cocktail che avesse il carattere forte del mio amatissimo gin (ad amarlo più di me ci sono solo le prostitute londinesi di fine ‘800) e il rosso del “mio” Negroni, ma che questo colore venisse da qualcosa di più gentile di Vermouth e Campari (diciamo che è il mio gesto gentile, un grazie per questa sfida che mi ha dato tanto), ed ecco quindi un fiore, nello specifico l’Ibisco. C’è il lime, perché sono pur sempre una stronzaccia acida, e lo zucchero per stemperare il sour, e un goccino del mio bitter alle amarene e agrumi, perché senza amaro non so proprio stare. A questo punto potete scegliere di fermarvi qui, con un MTC69 sour, più stronz… ops… strong, oppure potete aggiungere un top di tonica, per me all’ibisco (è stata una botta di culo, trovarla, ma potete usare una tonica al pompelmo rosa o, alle brutte, dell’acqua tonica normale o della soda), e avrete un MTC69 fizz. Buonissimi entrambi, provare per credere.

                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MTC69 sour e fizz

  • 3/4 oz gin
  • 1 fiore di ibisco
  • il succo di 1/2 lime
  • 1 cucchiaino di zucchero (meglio se finissimo, così siete sicuri che si sciolga per bene; meglio ancora lo sciroppo di zucchero)
  • 1 dash di bitter alle amarene e agrumi (trovate la ricetta qui)
  • top di tonica all’ibisco (opzionale, se volete la versione fizz)

Lasciate in infusione il fiore di ibisco per circa 2 ore nel gin. Filtrate.

Per il sour, mettete tutti gli ingredienti in un bicchiere basso e mescolate. Aggiungete 2-3 cubetti di ghiaccio.

Per il fizz, stessa cosa, ma in un bicchiere alto, in cui aggiungerete un top di soda e di nuovo il ghiaccio.

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Ora che avete il bicchiere fra le mani, potete mettervi comodi e “godervi” il resto del mio post, cioè il resto della mia TOP 5 di ricette preferite di questo MTC, altre ricette che mi hanno colpito al cuore e qualche menzione speciale.

Iniziamo dalla top 5:

  1. L’abbiamo già svelata, è la ricetta di Greta (consiglio di leggerla per benino, che vale almeno un paio di libri di cucina).
  2. Il Barely Legal dessert di Valeria, che è stato in lizza davvero fino all’ultimo. Valeria ha scelto un cocktail super-complesso, con tantissime variabili ed tanti ingredienti, ma lo ha scomposto con rigore e ricomposto in maniera egregia, riuscendo a governare tutto e, come se non bastasse, a creare un dolce ricco di tecnica, oltre che di gusto. Bravissima.
  3. Il tonno Torino-Milano-Livorno di Cristina. Mi stupisco ogni volta della maestria di Cristina nel governo degli ingredienti e delle tecniche: aggiunge solo quel tanto che basta a creare un piatto, in questo caso senza nemmeno cuocere, ma tutto quello che è nel piatto è lì per un motivo, ragionato, studiato e voluto, esattamente lì, esattamente così. Un piatto meraviglioso, per un cocktail del cuore.
  4. L’anatra in paradiso di Giuliana. Anche qui, siamo di fronte ad una persona che riesce sempre ad essere oggetto della mia stima, non solo culinaria, ma anche personale. Il suo garbo in cucina è pari solo a quello dei suoi toni, del suo modo di scrivere e di ciò che racconta, che è sempre personale e mai troppo.
    In una top 5 ben due anatre, e io manco ci vado pazza, per l’anatra… eppure, qui come nel piatto di Greta, l’anatra è esattamente quel che ci voleva, per rendere perfetto l’insieme di questo piatto. Sogno ravanelli e albicocche da quel dì, ed è tutta colpa sua.
  5. Il gelato all’Aviation di Elisabetta. Lei è stata il colpo di fulmine di questa gara, intanto perché molte delle righe del suo post sarebbero potute uscire dalla mia tastiera, e poi perché si è divertita, ha osato, ma con misura. Ha scelto un cocktail inusuale, affatto semplice, e ha cercato la via più sensata per trasformare quella strana bevanda a base di crema di violetta e gin (ah, mon amour) in qualcosa di sensato e piacevole, riuscendoci benissimo.

Tante altre ricette, però, sono riuscite a farmi battere il cuore,  e le cito in rigoroso ordine ad minchiam:

Da ultimo (e poi giuro che la smetto) un plauso al mio piccolo Negroni fan club:

Last but not least, un benvenuto alla super new entry Yan, che si è subito confrontato con la pazzia (e con l’affetto di questa community) e dando subito prova di esser degno di noi, con una Bloody Mary salad che è un’idea geniale. Benvenuto fra noi!

Io non posso che finirla qui (e lo sento che qualcuno sta dicendo “e sarebbe pure ora”) e ringraziarvi per questa sfida che mi ha tolto il sonno e messo una gran voglia di alcool.

CHEERS A TUTTI!

Il pane dolce dello Shabbat per Michaël

Ho sempre pensato che, fra tutti i cibi che si possono preparare, i lievitati siano quelli che meglio rappresentano l’affetto.

Affinché vengano bene, i lievitati vanno amati, vanno curati e coccolati e si deve lasciare loro i giusti tempi e i debiti spazi.

Esattamente come si farebbe con qualcuno a cui si vuole bene.

Per questo non poteva esserci idea di migliore, oggi, di riunire tante persone che si sono conosciute in questo strano mondo del web e preparare insieme, sebbene ognuna nella propria casa, un lievitato in memoria di una persona che è venuta a mancare troppo presto e che ha lasciato in tutti noi una mancanza.

Si può sentire la mancanza di chi non si è mai conosciuto? Oggi siamo in tanti a dire di sì, che si può eccome. Perché quando una persona intelligente, acuta e ironica con cui ci si è scambiati idee, battute, commenti ed impressioni all’improvviso non c’è più, per forza qualcosa viene a mancare in noi, e pertanto posso solo immaginare quanto grande possa essere il vuoto per i suoi cari.

Per questo oggi mi fa piacere partecipare a questa iniziativa, forse piccola, ma fatta col cuore: trovarsi insieme a tante persone le cui strade anche se solo per poco hanno incrociato quella di  Michaël e preparare il pane dolce del dello Shabbat pensando a lui.

Spero che il calore e il profumo di questi meravigliosi pani e l’affetto che abbiamo riversato impastandoli, curandoli e aspettando la loro lievitazione e la loro cottura possano in qualche modo avvolgere la cara Eleonora, Micol e tutte le persone care a Michaël  come un abbraccio, dai quattro angoli del mondo tutto per voi.

 

Il pane dolce dello Shabbat

ricetta di Eleonora di Burro e Miele

Ingredienti (per due trecce ripiene):
  • 20 g di lievito di birra fresco (oppure 6 g di lievito di birra secco)
  • 125 ml di acqua tiepida
  • 500 gr di farina 0
  • 10 gr di sale
  • 100 gr di zucchero
  • 125 ml di olio extra vergine d’oliva
  • 2 uova medie (di peso 60-62 g con il guscio)
  • 100 gr di uva passa
  • un tuorlo d’uovo
  • un cucchiaio di acqua
  • semi di sesamo o papavero
Procedimento:
  1. Per prima cosa sciogliete il lievito nell’acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma.
  2. Nel frattempo setacciate la farina.
  3. Nella ciotola della planetaria (munita di gancio) inserite la farina, il sale e lo zucchero, versate quindi il lievito e cominciate ad impastare.
  4. Aggiungete quindi l’olio e per ultimo le uova, uno ad uno, fino a che saranno incorporate.
  5. Lavorate l’impasto finché sarà incordato e si staccherà perfettamente dalla ciotola, lasciandola pulita (ci vorranno circa 30 minuti, durante i quali consiglio di girare almeno un paio di volte l’impasto nella ciotola).
  6. Coprite con pellicola per alimenti e lasciate lievitare in luogo tiepido (per me il forno con solo la lucina accesa) fino al raddoppio (circa due ore).
  7. Trascorso questo tempo, sgonfiate l’impasto e tagliatelo in due parti uguali. Tagliate quindi ognuna delle parti in tre.
  8. Stendete su un piano infarinato ognuna delle parti fino ad ottenere delle strisce lunghe circa 35 centimetri e larghe 15. Spargete l’uva passa sulle sei parti (io in tre ho anche spalmato un pochino di miele, sotto).
  9. Arrotolate quindi ognuna sulla lunghezza, in modo da ottenere sei lungi “salsicciotti”.
  10. Prendete i primi tre, uniteli da un capo e formate una treccia. Ripetete l’operazione per la seconda treccia.
  11. Adagiate le due trecce su una placca da forno leggermente unta di olio; coprite con pellicola per alimenti (io ho messo una tazzina rovesciata in mezzo alle due trecce e quindi ho coperto di pellicola, così che non fosse a contatto con l’impasto e quest’ultimo avesse lo spazio per crescere).
  12. Lasciate lievitare in luogo tiepido (per me sempre il forno) ancora due ore.
  13. Pre-riscaldate il forno in modalità statica a 200°C (se avete messo le trecce a lievitare lì dentro, prima toglietele).
  14. Sbattete il tuorlo d’uovo con un cucchiaio di acqua e spennellatelo sulla superficie; spolverare di semi di sesamo o papavero.
  15. Infornate in forno già caldo per circa 15-20 minuti; se notate che dopo 7 minuti le trecce sono già belle colorite, coprite con un foglio di alluminio e portate a cottura.
  16. Sfornate, lasciate raffreddare e staccate le trecce delicatamente dalla teglia.