Ciambella alla ricotta… e riapriamo le danze!

2 mesi.

2 mesi che non scrivo nulla su questo blog, e in cui la mia cucina si è quasi fermata.

Si chiama cucina di sopravvivenza: prendi un periodo di lavoro intensissimo (nel frattempo sono diventata lavoratrice autonoma, e ora al grido di “fatturare fatturare fatturare” di tempo a lavorare ne passo parecchio, e ben venga), mescola con un caldo terrificante che ha sciolto metà abitanti d’Italia, e aggiungi un pizzico di mancanza di voglia (e tempo) per fotografare-scrivere-pubblicare.

Però per una torta da colazione si trova sempre il tempo, specialmente ora che è settembre e che ritorna il fresco (maddove??), la voglia di programmare (ne ho parlato qui) e di cucinare qualcosa di più di un uovo sodo.

Insomma, la ciambella alla ricotta di Simona per ri-inaugurare il forno dopo la pausa estiva ci stava proprio.

Ciambella alla ricotta

CIAMBELLA ALLA RICOTTA

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

  • 200 g di ricotta fresca a temperatura ambiente
  • una bacca di vaniglia (o altro aroma, come scorza di agrumi grattugiata)
  • 2 uova grandi a temperatura ambiente
  • 160 g di zucchero
  • 50 g di burro fuso freddo (oppure 45 g di olio di semi di girasole)
  • 200 g di farina 00
  • 1 bustina di lievito per dolci (16 g)
  • 2 cucchiai di latte a temperatura ambiente

Procedimento:

  1. Circa mezz’ora prima di preparare la torta, tirate fuori dal frigo la ricotta e lavoratela accuratamente con un cucchiaio fino ad ottenere una crema liscia; lasciatela a temperatura ambiente.
  2. Aprite a metà la bacca di vaniglia e grattatene la polpa con un coltello, inserendola nella ciotola della planetaria, o in quella dove monterete le uova.
  3. Aggiungete quindi le uova e lo zucchero e montate il composto per 10 minuti fino ad ottenere un impasto chiarissimo e spumoso.
  4. Quando il composto di uova è diventato chiaro, aggiungete il burro fuso freddo a filo, continuando a montare per un altro minuto.
  5. Aggiungete un cucchiaio di farina, quindi mescolate nuovamente con le fruste, ma a velocità media, per incorporare bene la farina.
  6. Aggiungete quindi a cucchiaiate la ricotta a temperatura ambiente mescolando a velocità media. Amalgamate per circa 3 minuti: il composto deve presentarsi cremoso ed omogeneo.
  7. A questo punto aggiungete la farina, precedentemente mescolata con il lievito, in un solo colpo, e continuate ad amalgamare a velocità bassa.
  8. Pre-riscaldate il forno a 180°C.
  9. Aggiungete i cucchiai di latte e proseguite a velocità bassa per circa 5 – 7 minuti.
  10. Imburrate uno stampo (a ciambella o no) da 20-22 cm ed infarinatelo.
  11. Trasferite l’impasto nello stampo e livellate bene la superficie.
  12. Infornate la ciambella alla ricotta in forno ben caldo per circa 30-35 minuti. Fate comunque la prova stecchino prima di sfornare.
  13. Sfornate la torta e lasciate raffreddare 10 minuti nello stampo. Poi sformate la torta su una gratella per dolci e lasciatela raffreddare completamente, prima di tagliarla.

Ciambella alla ricotta

L’aperitivo italiano: il Negroni (sottotitolo: io e il Negroni, una storia d’amore e di alcool)

Il calendario del cibo italiano dedica un’intera giornata all’aperitivo, una di quelle meravigliose tradizioni che hanno caratterizzato la nostra storia e il cui uso è tanto radicato in noi da sembrarci assolutamente naturale.

Io, per esempio, ho un’assoluta venerazione per l’aperitivo: l’idea di bere qualcosa che apra lo stomaco e prepari alla cena, con un piccolo accompagnamento di cibo che aiuti ad alzarsi ancora dal tavolo dritti e, cosa ancor più importante, che non rovini l’appetito.

Se parlo di accompagnamento doveroso è perché per me l’aperitivo non è certo un analcolico: per me aperitivo è sinonimo di Negroni, un cocktail la cui storia affonda le radici nella Firenze degli anni ’20, quando il Conte Camillo Negroni chiese al suo barman di fiducia Fosco Scarselli di rinforzare il suo Americano (vermouth rosso/bitter/soda) con del Gin e di eliminare la soda. [sottotitolo: “è l’uomo per me].

Così nacque il Negroni, dal felice incontro di bitter, vermouth rosso e gin. Nella foto che segue vedete anche un altro ingrediente, che scoprirete fra poco.

In realtà in questa genealogia manca ancora il “terzo incomodo”, ovvero il Mi-To (vermouth rosso/bitter), secondo autorevoli fonti progenitore dell’Americano, e quindi capostipite di risulta anche del mio amato Negroni. Questi tre cocktail sono nati, vissuti e si sono succeduti in uno strettissimo giro di anni, quindi molte sono le leggende e le storie che si intrecciano su chi sia venuto prima e perché ma, quale che sia la storia, io non ho dubbio alcuno su quale sia il vincitore morale di questa competizione fra titani: lui, il prodotto d’amore del Conte. Certo la penseranno diversamente Ilaria e Milena, che oggi dedicano dei bellissimi post al Mi-To e all’Americano… ma possiamo sempre discutere la faccenda come vere signore, ovvero al bancone di un bar!

Per la splendida grafica, grazie grazie grazie a Dani di Acqua e Menta

Vi ho già raccontato qui tutti i motivi del mio infinito amore per il Negroni e del perché sia l’unico e solo cocktail del cuore, ma oggi scoprirete che il mio amore per lui è tale da voler creare un bitter fatto in casa per renderlo ancor più speciale.

La preparazione del mio Negroni inizia da questo bitter. Ingredienti fondamentali sono un mix di spezie bitter, due settimane di pazienza e un’amica come Greta che ti porti sulla “cattiva” strada, dandoti mille idee per rendere il tuo armadietto dei liquori degno di uno speakeasy protezionista.

BITTER ALLE AMARENE ED AGRUMI

Ingredienti (le dosi originali erano dimezzate, ma melius abundare.. )

  • 400ml vodka
  • 8 chiodi di garofano
  • 2 anice stellato
  • 2 cucchiai di scorze di limone (per me intere, tagliate con il pelapatate)
  • 4 cucchiai di scorze di arancia (per me intere, tagliate con il pelapatate)
  • 4 cucchiai di amarene fresche intere (io le ho denocciolate), oppure disidratate
  • 2 cucchiai di bitter mix (prima che vi chiediate dove trovarlo, pensando di dover andare chissà dove, io l’ho recuperato da Tiger: lo trovate fra le spezie e si chiama Kreuter Bitter – marca Hedebogard)

Procedimento

  1. In un barattolo o in una bottiglietta aggiungi le spezie, le amarene, il bitter mix e tutte le scorze.
  2. Copri tutto con la vodka, chiudi ermeticamente e lascia riposare per almeno 15 giorni. Ricordati di agitarlo ogni tanto.
  3. Passata una settimana agita apri e annusa: se trovi ci sia qualche spezia troppo preponderante aggiungi ancora amarene.
  4. Questo che vedete è il risultato di colore dopo due settimane.

Una volta che avete il vostro bitter, nettare degli Dei da aggiungere goccia a goccia al vostro Negroni, potete passare alla preparazione del cocktail vero e proprio. No, anzi, prima preparate qualcosa da mangiare: vorrete mica far sciogliere il ghiaccio e annacquare il Negroni?

Io ho scelto uno stuzzichino semplicissimo, ma perfetto per accompagnare un drink pre-dinner ed insieme un omaggio alla Firenze del Conte: cubotti di schiacciata toscana con pecorino Toscano fresco e finocchiona. Non credo ci sia bisogno di mettere la ricetta, vero?

Ora sì che potete dedicarvi al Negroni!

Il (Conte) Negroni

Ingredienti:

  • 1/3 vermouth rosso (per me Martini riserva Rosso Rubino)
  • 1/3 bitter (per me il più classico dei classici, il Campari)
  • 1/3 di gin (ho scelto un gin piemontese, molto aromatico, il Bordiga)
  • qualche goccia di bitter alle amarene e agrumi
  • ghiaccio
  • fetta di arancia

Procedimento:

  1. Mettete in un tumbler basso (purtroppo io non lo avevo a disposizione, oggi, e ho cercato la cosa che gli andasse più vicina) dei cubetti di ghiaccio, da 3 a 6 a seconda delle dimensioni.
  2. Versate i tre ingredienti principali e miscelate.
  3. Aggiungete qualche goccia di bitter, mescolate, assaggiate e nel caso aggiustate.
  4. Guarnite con la fetta di arancia.
  5. Bevete subito e con gusto.

Mi raccomando, non mancate di andare a leggere storia e ricette da Ilaria e da Milena (link cliccando sulle loro bellissime foto)

 

L’Americano (liquido e solido) di Mile
Il Mi-To di Ilaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora in home sul sito del Calendario Italiano del Cibo trovate tutti gli altri grandi cocktail Italiani che hanno fatto la storia. Non perdeteveli! E le sorprese non finiscono qui!

Crêpe is the new black: il sesto libro dell’MTC

Crêpe is the new black cop.

Scusaci Piper, scusaci.

E chiedo scusa anche a tutti i creatori, sceneggiatori, registi e cast tutto di OITNB, perché ieri di voi non si è ricordato nessuno.

Tutti intenti a capire cosa ci fosse dietro quel nuovo acronimo che ha invaso Facebook per tutta la giornata di ieri. Ebbene, tanto per cambiare, dietro si celava il solito MTChallenge, con l’uscita del suo SESTO libro, Crêpe is the new black, #CITNB!

Annunciamo con gioia la sua nascita, e aggiungo di mio pugno che è la solita figata pazzesca, a partire dalla copertina.

crepe is the new black copertina

La struttura è sempre quella che seguiamo da L’ora del Paté, Insalata da Tiffany, Dolci Regali, Torte Salate e Dietro la Lasagna: una prima parte di teoria, con tecniche, ingredienti, attrezzature e spiegazioni varie: crêpes ma anche pancakes, waffles, blinis e cialde, di tutti i tipi. Segue la parte centrale, questa volta dedicata a un Giro del Mondo in 45 crêpes (e vi prego di prendere alla lettera il Giro del Mondo perché i 5 continenti ci sono tutti).

Crepe is the new black mondo

Poi la parte della Dispensa, con burri “vecchi” e nuovi, pralinati, creme, sciroppi, curd, confetture e paté e creme spalmabili salate, per sondare tutte le infinite possibilità di farcire queste preparazioni. Poi la parte creativa, con le ricette della sfida e, infine, la rubrica più consultata, quella del “Facile e Veloce”, per un libro che, al pari degli altri, vorremmo che venisse consultato tutti i giorni dell’anno, con le solite “più di 100 ricette” che sono un altro dei nostri biglietti da visita.

Crepe is the new black -porter

Da oggi, Crepe is the New Black è in vendita nelle edicole, con La Nazione e Il Resto del Carlino

Dal 15 giugno, sara’ nelle librerie, al prezzo di €14,90.

E’ prenotabile, con lo sconto del 15%,  su Amazon (dove siamo stati primi in classifica prima ancora di uscire :), appena si è diffusa la notizia del lieto evento), su IBS e sul sito di Feltrinelli.

PS. Dentro (al libro, non in carcere), ci sono anche io, con questa ricetta qui. Se volete scoprire di cosa si tratta.. accattatevillo!!

PPS: Per ulteriori informazioni, racconti e retroscena, andate sul sito dell’MTC.

Crepe is the new black - io

Panna cotta al caffè.. e il dessert è servito!

Sarà che il Piemonte scorre prepotente in me (sebbene il mio sangue abbia tanto altro ben mescolato insieme), ma la panna cotta è una di quelle cose a cui non so mai dire di no.

È uno di quei dessert passepartout, che stanno sempre bene, e che sanno cambiare in base a ciò che li accompagna: dal più classico caramello (che me la fa collegare subito al suo parente barotto, il bonet), al coulis di fragole che dà un “twist” estivo e colorato, fino agli accompagnamenti salati (come una gelatina alla birra) che, insieme a qualche “aggiuntina” interna la trasformano in un originale antipasto da servire come finger food.

Infatti, ed è questo il suo bello, la panna cotta è in grado di cambiare anche in base a ciò che si mette al suo interno, come dello yogurt per alleggerirla e renderla ancora più fresca o del caffè, come in questo caso, per creare quello che per me è diventato il perfetto fine pasto.

Quando sono alla canna del gas, ho poco tempo per preparare un dessert o poca fantasia, mi voto alla Santa Panna Cotta al Caffè et voilà, in 15 minuti il dessert è pronto.
Basta solo muoversi con un po’ di anticipo per far rassodare il tutto e il gioco è fatto.

Non ci credete? Vi sfido!

Panna cotta al caffè

Ingredienti (per 6 monoporzioni o uno stampo da budino di medie dimensioni)

  • 600 ml di panna fresca
  • 100 g di zucchero a velo
  • 6 g di gelatina in fogli
  • 3 tazzine di caffè
  • riccioli di cacao e caffè in polvere per guarnire, opzionali

Procedimento

  1. Mettete a bagno la gelatina in acqua fredda per 10 minuti.
  2. Trascorsi 5 minuti, portate la panna quasi a bollore, quindi aggiungete il caffè e spegnete il fuoco.
  3. Strizzate bene la gelatina, aggiungetela alla panna e mescolate accuratamente.
  4. Allineate lo stampo singolo o gli stampi mono-porzione (io ne ho di alluminio con la forma che vedete in foto, ma andranno bene anche stampi usa e getta o cocottine di terracotta/bicchieri se non volete sformarli) e inumidite l’interno con un goccio d’acqua (aiuterà a staccare poi la panna cotta).
  5. Versate la panna negli stampi passando attraverso un colino a maglie strette, quindi lasciate intiepidire.
  6. Una volta tiepidi, coprite con pellicola o alluminio e mettete in frigorifero per almeno 3 ore (ma si può preparare tranquillamente il giorno precedente).
  7. Al momento si servire, sformate la panna cotta e guarnite con riccioli di cacao ed un pizzico di caffè in polvere.

Cosa resterà di questi anni ’80 (bis)? Tartine con crema di mandorle alle olive e capperi

Uno dei simboli della tavola delle feste anni ’80, insieme al cocktail di gamberetti (a cui, non a caso, avevo dedicato un post dal medesimo titolo) e agli antipasti in gelatina, sono proprio loro: le tartine!

Io gli anni ’80 li ho vissuti solo “di striscio”, troppo piccola per ricordarli appieno nel loro fulgore, ma devo dire che l’inizio degli anni ’90 ha subito abbastanza l’onda d’urto del decennio precedente, quindi ricordo anche io le mie prime feste con tripudi di tartine, canapé e mousse di ogni genere e sorta.

Che poi, oggi stiamo tutti a guardare con orrore questo passato un po’ trash, ben lontano dalle gastro-fighettismo del finger food moderno e concettuale, ma ad una tartina ben fatta io fatico a dir di no, anche ora. Che sia una tartina di pan brioche con maionese al pistacchio e straccetti di mortadella ultra-moderna (cosa che mi è capitato di mangiare ad un battesimo recentemente, e che al solo pensiero mi dà ancora grandi emozione –leggasi lacrime di commozione) o che sia una “banale” tartina di pan carré (buono e ben tostato, mi raccomando) spalmata di un buon burro di malga e una acciuga sopra (mamma mia, quanto mi rivelo piemontese, con questa affermazione).

Ultimamente, grazie a mia mamma e alle sue incursioni sul sito di Sale & Pepe, ho scoperto questa semplicissima crema di mandorle con olive e capperi, e non ho resistito al fascino perverso della tartina. Ho anche voluto presentarla su una di quelle alzatine in vetro (che poi sarebbero dei porta-frutta) che crea quel mix assolutamente vintage che vi farà rimpiangere di aver gettato via le spalline e gli scaldamuscoli, perché avreste voglia di andarli a recuperare prima di subito!

PS. Nel caso potesse interessarvi, secondo me questa crema va benissimo anche per condire un bel piatto di pasta, con un po’ di mollica atturrata, poi… è la morte sua!

Tartine con crema di mandorle alle olive e capperi

Ingredienti (per 4 persone)

  • 60 g di mandorle pelate
  • 1 cucchiaio di capperi dissalati
  • 10-12 foglie di basilico
  • 1/2 spicchi di aglio
  • 2 cucchiai di olive verdi denocciolate
  • sale q.b
  • pepe q.b.
  • olio extra-vergine q.b.
  • 4 fette di pan carrè o pane per tramezzini
  • granella di mandorle per guarnire

Procedimento

  1.  Mettete nel bicchiere del frullatore le mandorle, l’aglio, le olive, i capperi e il basilico. Aggiungete sale e pepe a piacere.
  2. Cominciate a frullare, aggiungendo via via olio extra-vergine, finché non otterrete una crema liscia e densa.
  3. Eliminate la crosta del pane (se usate il pan carrè), quindi tagliate in triangoli le fette di pane e fatele tostare sotto il grill del forno (o in padella) fino a doratura.
  4. Spalmate con la crema di mandorle alle olive e capperi, quindi guarnite con la granella di mandorle.

Con questa ricetta partecipo alla giornata delle mandorle del Calendario del Cibo Italiano

Come si dice “wurstel e crauti” in Piemontese? Guster e Sancrau

Guster e sancrau copertina

Se mi dicono “wurstel“, penso subito alla Germania, ai bratwurst assaggiati a Monaco (e prima di allora quei “robi” bianchi mi avevano sempre fatto un gran senso, poi ho scoperto “sul campo” quanto sono buoni), ai currywurst mangiati a Berlino ad ogni angolo di strada, da quegli omini armati di zainetto con bombola del gas (niente pericoloso, mi dicono) per cuocere i wurstel, così, su due piedi.

In Germania raramente ho mangiato i wurstel accompagnati dai crauti (invece ho mangiato taaaaaante patate, tantissime patate), che sono invece più un ricordo della mia infanzia.
Io, infatti, a differenza di quasi tutti gli altri bambini del globo terracqueo, ho sempre amato i cavoli: broccoli, cavolfiori e verza sono sempre stati i miei migliori amici.

Ma ho sempre avuto una particolare predilezione per il cavolo verza stufato, che mia mamma preparava in modo semplicissimo, con uno spicchio d’aglio e con una bella sfumata di aceto di vino rosso, quello che ha sempre preparato mio padre nella botticella in cantina (e un aceto così, cari miei, ve lo sognate).
È solo qualche anno più tardi che ho scoperto i crauti della Zuccato, quelli fermentati, i crauti “veri”, e da lì è stato amore puro; ancora oggi quando voglio concedermi una cena-divano, wurstel e crauti la fanno da padroni, magari con un bel pane da hot dog fatto in casa da tagliare a metà e da spalmare di senape, per ottenere la mia “piccola” perfezione.

Con il tempo, però, è arrivata la consapevolezza, quella territoriale, e ho scoperto l’esistenza di una versione piemontese dei crauti, il sancrau che, manco a dirlo, aggiunge a quegli elementi che già conoscevo (cavolo verza, aglio, olio) burro e acciuga, ingredienti immancabili nelle ricette made in Piemonte. Il sancrau, però, è particolarmente gustoso, e deve essere accompagnato da wurstel che sappiano sostenere quel sapore deciso.. quindi non i wurstel commerciali, tanto per capirci.

Ed è qui che è arrivato in mio soccorso Tasté, dove tempo fa ho finalmente trovato i Guster della Agrisalumeria Luiset (uno dei punti di riferimento della salumeria piemontese degli ultimi ani), ovvero dei wurstel artigianali, fatti con carne di maiali piemontesi e buoni da morire, anche solo grigliati in una padella anti-aderente, una cottura che rende la pelle bella croccante come piace a me.

E così fu.. guster e sancrau hanno reso wurstel e crauti (un po’ più) piemontesi.

Guster e sancrau verticale

Guster e sancrau

Ingredienti (per 2 persone)

Per il sancrau

  • olio extravergine di oliva
  • 1 noce di burro
  • 1 spicchio d’aglio
  • 3 filetti di acciughe sott’olio
  • 1 piccolo cavolo verza (preso qui)
  • aceto di vino rosso
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

Per i Guster

  • 4 Guster
  • una padella antiaderente

Per accompagnare

  • Birra a fiumi (per me la sempre ottima Super Baladin)
  • Pane e salse se volete un bell’hot dog

Preparazione

Lavate e tagliate sottilmente le foglie del cavolo (togliete le più esterne).

In una padella piuttosto capiente mettete l’olio,il burro, l’aglio e le acciughe; fate rosolare e quindi aggiungete il cavolo, quando il cavolo sarà colorito aggiungete l’aceto, salate e pepate leggermente, fate cuocere a fuoco lento per almeno due ore.

Guster e sancrau orizzontale

Con questa ricetta partecipo alla giornata nazionale di Wurstel e crauti nel Calendario del Cibo Italiano