Miscelatore Record Nazionale 2018: futurismo per tutti!

Che io sia un’appassionata di cocktail, drink e del bere bene non è un mistero, per chi legge queste pagine (la parola “Negroni” vi dice niente?), ma l’anno scorso ho scoperto una branca della miscelazione di cui proprio ignoravo l’esistenza.. e cosa mi ero persa fino ad allora!

Nel 2017, infatti, ho scoperto l’esistenza della miscelazione futurista, ed è stato un colpo di fulmine immediato, che avevo raccontato con dovizia di particolari in un articolo scritto per il Calendario del Cibo Italiano, a cui vi rimando per tutti i particolari.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, nella miscelazione futurista non esistono drink o cocktail, si parla di polibibite, nome autarchico che indica bevande miscelate realizzate utilizzando esclusivamente alcolici nazionali. Decorazioni e abbinamenti diventano tutt’uno con queste bevande, trasformandole in autentiche e provocatorie opere d’arte temporanee, in pieno accordo con lo spirito futurista dell’epoca.

“Miscelatore di polibibite” (2017), quadro realizzato da Alessandro Colonnetta

Negli ultimi anni la riscoperta di questa miscelazione, grazie alla pubblicazione del volume “La Miscelazione Futurista. Polibibite: la risposta autarchica italiana ai cocktail degli anni Trenta” di Fulvio Piccinino, inserito tra i 10 migliori libri di mixology al mondo al Tales of the Cocktail di New Orleans.

A corollario, nel 2016 e 2017 si è svolta una gara a tema, che per il terzo anno tornerà a Torino: 10 miscelatori si sfideranno per conquistare il titolo di Miscelatore Record Nazionale 2018, in una delle competizioni più particolari e divertenti a cui mi sia capitato di assistere.

Quest’anno, però, c’è una grande novità, perché la sfida avverrà davanti a due giurie: una tecnica ed una popolare, aperta a chi vorrà prendere parte alla Gran Serata Futurista che sarà il cuore dell’evento. Ognuno dei finalisti avrà a propria disposizione una postazione dove preparerà la sua polibibita, che verrà giudicata in base alla creatività, alla tecnica e all’ottemperanza alle regole contenute nel neomanifesto della miscelazione futurista.
Ogni bevanda dovrà essere presentata in due versioni: una completa di decorazioni per la giuria tecnica ed una più semplice e facilmente replicabile per la giuria popolare.

Al progetto di miscelazione futurista hanno preso parte in questi anni insieme a Cocchi, azienda promotrice dell’iniziativa, anche Alpestre, Campari, Fabbri, Luxardo, Nardini, Pallini, Strega, Tassoni e Vecchia Romagna.

Nel caso siate miscelatori ansiosi di partecipare alla competizione, trovate qui il regolamento completo.

Voi appassionati, invece, iniziate a segnare in agenda il 18 ottobre, data scelta per la Gran Serata Futurista, che avverà in un luogo ancora da definire, così come ancora da definire sono le modalità di partecipazione della giuria popolare.

Ma sono solo particolari… fidatevi, è proprio un evento da non perdere!

Ci si vede lì?

 

 

Un po’ di storia per la Giornata Nazionale della Finanziera

La finanziera è un piatto legato a filo doppio con la storia del Piemonte risorgimentale. Potevo quindi esimermi dal partecipare alla Giornata Nazionale ad essa dedicata nel calendario del cibo AIFB?! Giammai! Per di più quando ambasciatrice della giornata è la mia amica Cristiana di Beuf à la mode (il suo post qui) e quando un piatto del genere va a braccetto con la settimana della Cucina dell’Unità d’Italia, di cui sono ambasciatrice!!

Oggi quindi vi racconto un po’ di storia di questo piatto, umile nelle origini ma capace, a suon di tecnica sopraffina e di equilibrio dei sapori, di conquistare il suo posto nelle cucine dei più raffinati ristoranti.

L’origine della finanziera è sicuramente popolare: essa infatti si componeva di sole rigaglie di pollame (fegatini, creste, cuore, ventrigli, granelli, bargigli). Alcuni sostengono che questo piatto fosse particolarmente diffuso fra i dazieri in servizio alle porte di Torino, abituati a ricevere questi “scarti” del pollo dai contadini diretti al mërcà dla polaja, una sorta di “mazzetta” per evitare i controlli. Altri invece rintracciano le origini di questo piatto nell’uso di castrare i galletti durante il mese di luglio: in quel periodo, infatti, creste e bargigli, improvvisamente abbondanti in campagna, diventano protagonisti di differenti piatti, fra cui la minestra ‘d bate ‘l gran (minestra della trebbiatura).

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Ad un certo punto della sua storia, però, la finanziera da piatto contadino diventa ben altro, sicuramente dopo aver incontrato sulla sua strada un cuoco di mestiere: le rigaglie, infatti, venivano cotte ognuna per proprio conto, e legate insieme solo a fine cottura con una salsa a base di Madera (sostituito poi con  il Marsala). E Non è un caso se già nell’800, la finanziera fa la sua comparsa nei più raffinati libri di cucina. Giovanni Vialardi identifica ben tre tipi di finanziera: quella “familiare” (un comune intingolo a base di ali, teste, ventrigli e fegati), quella “ai funghi” e infine il ragoût à la financière, arricchito di tartufi e quenelles, che definisce «Squisitissimo e prezioso intingolo, da servirsi per ripieni e guerniture».
Francesco Chapusot, nel suo La cucina sana, economica ed elegante, la presenta come pasticcio alla finanziera da servire in crosta o nei vol-au vent, eventualmente con aggiunta di uccellini, castagne fritte, olive, cetrioli «considerato che i tartufi mancano in varie stagioni». Rispetto alle origini contadine la base rimane immutata, ma ad impreziosirne il gusto ci pensano i vini pregiati e le capacità del cuoco, che gestisce cotture diverse ed è in grado di equilibrare al meglio i sapori. La finanziera si trasforma a tutti gli effetti da piatto di campagna a piatto di èlite: per essere preparata al meglio necessita di attrezzature e di capacità culinarie presenti almeno in una cucina borghese, dove le rigaglie avanzate da altre preparazioni potevano essere trasformate in un piatto da signori.
Forse è proprio questa sua natura borghese a dar nome al piatto, riferendosi all’abito indossato dagli uomini d’affari, appunto la finanziera.

All’inizio, come abbiamo visto, la finanziera si presenta soprattutto come guarnitura per vol-au-vent o tartellettes, ma a metà ‘800 viene consumata anche come piatto a sé, servito con un semplice accompagnamento di riso o verdure. È in questo momento storico che la finanziera diventa protagonista dalla grande cucina, facendo la sua comparsa al Ristorante del Cambio di Torino, dove viene preparata e servita al Conte di Cavour, che apprezzava enormemente questo piatto, e non solo. Fu buongustaio e buona forchetta fin da ragazzo, come si capisce bene dalle parole del padre Michele:

Nostro figlio è un ben curioso tipo, anzitutto ha onorato così la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagioli, uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiare altro.

Non è quindi un caso che al nome del conte Camillo Benso, amante della buona tavola, siano rimasti infatti legati numerosi piatti cosiddetti “alla Cavour”, come Potage, creme di riso, agnolotti, scaloppine, capponi, carciofi, dessert e, appunto, la finanziera.

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Armando Testa creò questa immagine per pubblicizzare il Punt e Mes

Suo anche il merito di offrire al Barolo la dignità di grande vino in grado di competere con Bordeaux e Borgogna, un’operazione di incredibile lungimiranza. Egli sapeva dare il giusto peso alla tavola, che considerava preziosa alleata nelle relazioni diplomatiche: al Ristorante del Cambio, proprio di fronte all’allora Parlamento, un tavolo era sempre riservato per il conte in un ambiente elegante arricchito di marmi, stucchi, affreschi, cristalli e lampadari. Il suo tavolo era nel salone centrale, vicino alla grande parete a specchi, in un ambiente lontano da sguardi indiscreti: rimase il suo tavolo per 13 lunghi anni, tanto da guadagnarsi un ritratto di Roberto Bonelli in una lunetta del locale, in veste di puttino con pince-nez e giornale, accompagnato da un altro puttino, l’amico Costantino Nigra.

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La cucina del Cambio di allora era classica, semplice e raffinata, impreziosita da ingredienti pregiati e valorizzata da una cantina ricca di vini di qualità. Poco più di 150 anni dopo, il ristorante del Cambio è sempre lì, con la sua eleganza, la sua storia centenaria alle spalle e una cucina rinnovata e innovatrice, grazie all’apporto dello chef Baronetto.

Ma la finanziera nella loro carta c’è ancora, insieme al riso Cavour. Per fortuna, aggiungerei.

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Per gentile concessione del Ristorante del Cambio.

Per concludere, ecco la ricetta della finanziera tratta da La cucina sana, economica ed elegante di Francesco Chapusot, Torino 1846.

Giulia and the chocolate factory – Una giornata in Domori

Chi di voi non ha mai sognato di sentirsi come Charlie in visita alla fabbrica di cioccolato?! Sarà che io con il delizioso libro di Roald Dahl ci sono cresciuta e che ho amato alla follia lo storico film con Gene Wilder ma, pur non essendo una ciocco-maniaca, io l’ho sognato eccome di prendere il suo posto, almeno per una volta.

E così, quando è arrivato l’invito a visitare la fabbrica Domori (che i choco-maniaci conosceranno di certo, visto che è sinonimo di assoluta qualità in questo campo), anche se non era sotto forma di biglietto dorato trovato in una tavoletta, mi sono sentita un po’ come il buon vecchio Charlie.

Ed ecco cosa si prova ad andare in una fabbrica di cioccolato.

Innanzitutto, quando arrivate in una fabbrica di cioccolato quello che vi colpirà è il profumo intenso di cacao, di tostato, di buono.
Poi il benvenuto, che se per il resto del mondo è “un caffè e ciao”, qui è condito da crema al cioccolato, giandujotti, confetture Agrimontana e marrons glacés sotto sciroppo.

E questo era solo l’inizio.

Benvenuto

Poi, quando si parte per visitare questo splendido mondo del cioccolato, non si può che cominciare da principio, da sua maestà il cacao.

Fave cacao

Forse non tutti sanno che esistono due macro-tipologie di cacao, quello non aromatico, proveniente soprattutto  dall’Africa, dove cresce principalmente in maniera spontanea, e quello aromatico, principalmente originario del Sud America e che invece necessita di grandi cure.
Domori utilizza solamente cacao aromatico, specialmente di tipo Criollo che, non essendo mai stato ibridato, è incline alla scarsa resa, alla debolezza e alla bassa resistenza alle malattie, e che quindi
Il cacao, fatto fermentare ed essicare nei Paesi d’origine, arriva in Domori, dove viene pulito, sterilizzato, quindi tostato a bassa temperatura (120°C), in modo che le qualità aromatiche del cacao arrivino dalla materia prima alla tavoletta di cioccolato finale.

Le fave, sbucciate, vengono quindi passate in una frangicacao, che le riduce in granella.

Granella

Questa granella viene poi raffinata con mulini a biglie fino a essere ridotta a 10 micron.. da qui si può iniziare la produzione del cioccolato. Cioccolato in cui non vi sono aggiunte di lecitina nè di burro di cacao. Purezza vera.

E da quel cioccolato, temperato e  modellato, nascono meraviglie di ogni sorta..

Tavolette (sì, queste in foto non sono praline, ma tavolette appena modellate, prima che il cioccolato, di consistenza per nulla fluida, venga livellato attraverso una vibrazione del piano).

Tavolette

Gocce di cioccolato da 1 grammo, prodotte al ritmo di 400kg/h.

Gocce

Prodotti nuovi ed originali, come i cioccolatini di cioccolato bianco al the matcha.

The Matcha

E poi ancora snack dolci, praline, frutta secca ed essiccata ricoperta (oddio, il mais salato e tostato ricoperto di cioccolato al latte, se ancora ci penso), insomma, tutte queste meraviglie.

Produzione

Dopo aver visitato la fabbrica e averne potuto apprezzare i processi produttivi, ci siamo ulteriormente addentrati nel magico mondo del cioccolato grazie ad una degustazione di alcune tavolette di cioccolato fondente guidata dal fondatore di Domori, Gianluca Franzoni che, dal 1997, porta avanti il progetto unico al mondo di recupero del cacao extra-fine Criollo che, non avendo pigmenti antociani, è il più rotondo (cioè meno astringente) in bocca.

Grazie a lui abbiamo scoperto che non esiste terroire (una caratteristica ormai considerata importantissima non solo per il vino, ma anche per the e caffè) per il cacao, mentre per esso è invece fondamentale la genetica; trapiantando la medesima pianta in territori diversi, cioè, si otterrà un uguale prodotto, a patto che si mantengano le medesime caratteristiche di coltivazione.

 

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Gianluca Franzoni, fondatore di Domori. Foto presa dal web

Fra le tipologie di cioccolato assaggiate c’è il Canoabo, 70% Criollo, di colore scuro ma non nero. Non ha burro di cacao aggiunto (come le altre tavolette che seguiranno nell’assaggio), perché utilizza solamente quello contenuto nella fava di cacao (costituita al 50% proprio da burro di cacao). Ha sentori di latte, frutta secca (soprattutto mandorla), legno vanigliato; nonostante sia un cioccolato fondente, è incredibile la sua dolcezza e la quasi totale assenza di acidità.

Canoabo

L’Arriba è un 70% Cacao Nacional (proveniente dall’Ecuador), ha note di frutta matura, di fiori e di legno, ed ha un’acidità più spiccata.

Arriba

Il 100% Criollo non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, il nome dice tutto. Questo cioccolato è stato inventato nel 1998 ed ora è il prodotto più venduto dell’azienda. Non ha zuccheri aggiunti, eppure non è per nulla amaro, ha una bassa acidità ed è incredibilmente cremoso.

100 criollo

Come se questa visita guidata nel meraviglioso mondo del cioccolato non fosse abbastanza, è arrivato un ulteriore regalo, l’incontro con il gelatiere Marco Serra, patron di Mara dei Boschi, che ci ha subito deliziato con un dessert molto originale e freschissimo, un sorbetto al frutto della passione con caramello leggero al frutto della passione e macedonia di frutta mista e sedano, con cioccolato fondente a guarnire.

Dessert Mara dei Boschi

Poi, siccome avevamo assaggiato poco cioccolato, ci ha dato il colpo di grazia con il suo sorbetto al cioccolato fondente e il suo cremino di cioccolato al latte e pistacchi (peso del “cremINO” 1 chilogrammo circa), che non sto nemmeno a dirvi quanto fosse buono.

Cremino al pistacchio Mara dei Boschi

E, per finire in bellezza, ci ha fatto assaggiare il suo famosissimo Marotto, gelato al gianduja senza latte, omaggiandoci poi di una crema spalmabile alle nocciole fatta sul momento con 3 ingredienti 3: pasta di nocciole, cacao ed olio extra-vergine di oliva. Semplicità assoluta, e miglioramento delle mie colazioni assicurato per qualche giorno.

Mara dei Boschi

Che vi posso dire? Non si ha tutti i giorni la fortuna di vivere una giornata come questa, fra eccellenze territoriali che mi rendono fiera della mia regione. Per questa opportunità non posso che ringraziare chi l’ha resa possibile, Arianna Gandolfi e Cristina Scateni per l’organizzazione, Domori per l’ospitalità perfetta e la qualità che si respira in ogni angolo dell’azienda, Marco Serra per la professionalità e la generosità nelle sue spiegazioni sempre puntuali sul meraviglioso mondo del gelato e, da ultimi, i miei compagni di avventura, Daniela e Juri di Acqua e Menta, Valentina di Brodo di coccole, Valeria di Due cuori e una forchetta, Irene di Stuzzichevole, Veronica di Home Sweet Home Food, Federica di Travel to taste e Valentina di Tintacorda per aver sostenuto con me altissime conversazioni a base di “uhm che buono”, “Oddio che roba” e via dicendo… scherzo, qualche parola in più l’abbiamo scambiata, ma gli “uhmm” sono stati tanti, e nessuna giuria avrebbe potuto condannarci!

.. un paio di indirizzi…

Domori
Via Pinerolo, 72/74
10060 None (TO)
Factory store aperto da Lunedì a Venerdì, dalle 8:15 alle 17:00 (Orario Continuato)

Mara dei Boschi
Via Berthollet 30
10125 Torino
aperto il lunedì dalle 15 alle 23 e da martedì a domenica dalle 11,30 alle 23

Il mio Salone del Gusto e il liquore al bergamotto (bergamello?)

È passato poco tempo dal Salone del Gusto di Torino, da quando vi ho annunciato che ci sarei andata come inviata AIFB, ospite di Pasta Garofalo per prendere parte, nel mio piccolo, al progetto Unforketable, in collaborazione con lo chef Niko Romito.

È trascorso poco tempo, e se da una parte mi sembra ieri quando vagavo meravigliata fra i padiglioni del Salone del Gusto e di Terra Madre, riabbracciando vecchie e nuove e amiche, assaggiando e fotografando, dall’altra ho avuto bisogno di un po’ di tempo per mettere nero su bianco quello che ho trovato di nuovo, di travolgente, di stravagante o di interessante al Salone.

Ed ecco qui, quindi, i 10 prodotti scoperti al Salone del Gusto 2014.

1. Il biroldo della Garfagnana

1. Biroldo blog

Particolare tipologia di sanguinaccio in cui si utilizza esclusivamente la testa del maiale che, essendo magra, conferisce una consistenza morbida al prodotto. Le spezie che profumano l’impasto possono variare, ma sono tassativamente esclusi i pinoli che, spesso, caratterizzano invece il biroldo di Lucca.
Io non sono una fan dei sanguinacci, che ho sempre cordialmente evitato; mi sono fatta tirare all’assaggio da due simpatici omoni toscani e mi sono dovuta ricredere. Il suo gusto delicato e speziato, persistenze ma non invasivo, mi ha conquistato del tutto.

2. L’Ur-Paarl della Val Venosta

2. Ur paarl blog

L’Ur-Paarl nach Klosterart, che in tedesco significa “l’originario pane di segale doppio alla maniera del convento”, ha la tipica forma ad otto schiacciato, ottenuta unendo due pani rotondi e piatti. Per questo si chiama paarl, che significa coppia. La riscoperta dell’Ur-Paarl è avvenuta grazie al recupero dell’antica ricetta custodita dall’ultimo frate fornaio del convento di Monte Maria a Malles, poi ripresa da un gruppo di fornai dell’Alta Val Venosta. Il Paarl è uno dei tre tipici “pani di scorta” dell’Alto Adige: la loro caratteristica è quella di essere consumati anche dopo molte settimane. Ogni fornaio personalizza la ricetta aggiungendo semi di finocchio, cumino selvatico e trigonella caerulea, erbe raccolte sui pascoli della valle. Io ho provato un po’ tutti i pani presenti in fiera (l’ho fatto per la scienza, mi sono sacrificata) e devo dire che erano uno più buono dell’altro, anche se ho apprezzato particolarmente quello alle noci; anche perché da quelle parti hanno noci semplicemente eccezionali.

3. I fagioli rossi scritti del Pantano di Pignola

3. Fagioli blog

Lo ammetto, il mio sguardo è stato catturato da questi fagioli per la loro bellezza: sembrano dei micro-borlotti, ma in cui i colori rosso e bianco formano dei disegni ancora più belli e raffinati, davvero simili ad una scrittura. Sono fagioli provenienti dalla Basilicata, in particolar modo dalla zona del lago del Pantano, e sono fagioli rampicanti, per questo assai difficili da raccogliere. Hanno una buccia sottile, gusto intenso e consistenza cremosa.

4. I giglietti di Palestrina

4. Gigli blog

Anche qui, è stato prima di tutto lo sguardo a catturarmi e, in secondo luogo, la storia di questi semplici biscotti. Il giglietto deve il nome alla caratteristica forma a giglio, simbolo araldico della dinastia dei Borbone di Francia. I Barberini, infatti, rifugiatisi alla corte di Luigi XIV dopo la morte di Urbano VIII, nel 1644, portarono con loro la servitù, cuochi e pasticcieri, che cominciarono a scambiare ricette con i colleghi francesi. I giglietti li colpirono molto e i cuochi continuarono a prepararli anche una volta tornati a casa, facendoli diventare nei secoli uno dei dolci più caratteristici della cucina locale. Questi biscotti, che per gusto e consistenza ricordano molto i savoiardi, si preparano con farina, zucchero e uova, hanno colore dorato chiaro tendente al bianco e presentano la caratteristica forma a giglio con tre ramificazioni; la vera particolarità sta proprio nella loro forma: la lavorazione del giglietto richiede infatti una manualità particolare, tramandata all’interno delle poche famiglie che ormai portano avanti la produzione.

5. La Susianella di Viterbo

5. Susianella blog

Di nuovo un insaccato, nuovamente un gusto particolare, che esula da quello dei “normali” salumi. Infatti, questo salame a pasta fina (ma non troppo) è fatto principalmente da frattaglie: cuore, fegato, pancreas, pancetta, guanciale e altre rifilature di carne provenienti da suini. Le carni, una volta macinate, sono condite con sale, pepe, peperoncino, finocchio selvatico e altre spezie variabili, quindi si procede all’insaccatura del composto in budello naturale di suino, legato a mano. Anche qui, come già per il Biroldo, un sapore diverso da quello dei soliti insaccati, e che stupisce per la sua delicatezza.

6. I Sospiri di Bisceglie

6. Sospiri blog

Sì, lo so, sembrano due seni, e non è un caso. Anche qui, galeotta fu la vista di questi dolcetti glassati, che mi hanno subito incuriosito; allora, complice un pasticcere molto disponibile, mi sono fatta spiegare come sono prodotti. Sono delle piccole cupolette di pan di Spagna sofficissimo (che poi pan di Spagna vero e proprio non è, e quello è il segreto), ripiene di crema pasticcera e poi glassate con una semplice ghiaccia. Io solitamente non amo il binomio pan di Spagna e crema pasticcera, e detesto tutte le glasse, eppure questi dolcini da mangiare in un sol boccone (vabbè, due bocconi, va) mi sono piaciuti davvero da morire.

7. L’uvetta abjosh di Herat (Afghanistan)

7. Uvetta blog

Prima che scoppiasse il conflitto russo-afghano, alla fine degli anni Settanta, l’uvetta di Herat copriva il 60% del mercato mondiale e rappresentava il principale prodotto agricolo del Paese. Di tutte quelle varietà, oggi ne restano 44, sette delle quali considerate di qualità superiore. L’uva fakhery, che si trova solamente a Herat e Kandahar, e con la quale si produce l’uvetta abjosh. I grappoli dell’uva fakhery sono bianchi o di un colore rosa pallido e possono essere destinati al consumo fresco o all’essiccazione. Prima di iniziare la fase di essiccazione, gli acini sono immersi in acqua bollente per qualche istante, affinché si formino piccole fessurazioni sulla buccia senza intaccare l’acino interno. Questo procedimento si chiama abjosh (da cui il nome dell’uvetta) e ha il vantaggio di accorciare i tempi necessari per l’essiccazione degli acini, che vengono lasciati al sole per un massimo di sei giorni.
A differenza di altri tipi di uvetta essiccata al sole, la abjosh conserva un bel colore dorato chiaro e si mantiene morbida al tatto e in bocca. E posso confermare in pieno questa descrizione: il colore è quello dell’oro, e gli acini rimangono carnosi, succosi, un vero piacere anche da mangiare così, in purezza, come snack pomeridiano.

8. La vaniglia di Mukono (Uganda)

8. Vaniglia blog

Immaginate la scena: cammino per Terra Madre, macchina fotografica al collo, pass al collo, due o tre borse a tracolla, e all’improvviso mi si para davanti quest’uomo sorridente, brandendo un mazzo di bacche di vaniglia (esatto, penserete voi, il bouquet ideale per farmi un regalo) e sventolandomele sotto il naso, dicendo “senti, senti che profumo, questa è la vaniglia dell’Uganda”. Effetto sorpresa garantito, anche per il profumo buonissimo sprigionato da quelle bacche.
Scopro poi, leggendo sul sito di Terra Madre, che nelle zone centrali e occidentali dell’Uganda la vaniglia è una delle più importanti colture destinate alla commercializzazione, e che il distretto di Mukono, nel centro del paese, ne è il principale produttore. La vaniglia di Mukono non è soltanto esportata, ma anche ampiamente consumata dagli abitanti della regione, che la impiegano soprattutto nella preparazione di bevande. La vaniglia è coltivata non lontano dalle sponde del lago Vittoria, insieme alla banana e al caffè.

9. Slatko di fichi selvatici (Macedonia)

9. Slatko blog

La parte sudorientale del paese è ricca di alberi di fichi e, in alcuni luoghi, si trovano moltissime piante selvatiche i cui frutti – verdi e a forma di piccola pera – non giungono quasi mai a maturazione completa. L’abbondante produzione ha spinto le popolazioni locali a cercare una soluzione per rendere i frutti commestibili e gradevoli: è nata così la ricetta dello slatko (letteralmente “dolce”) di fichi selvatici, oggi gelosamente conservata dalle donne delle comunità.
Gli uomini si occupano della raccolta, che avviene a un grado di maturazione molto precoce, mentre le donne si dedicano alla lunga e laboriosa preparazione della composta. Prima di tutto occorre far bollire i fichi per ben nove volte, per eliminarne il latte. Solo a questo punto i frutti rilasciano la sostanza zuccherina e sono messi a scolare. A parte, si prepara lo sherbet, uno sciroppo di acqua e zucchero, a cui poi si aggiungono i fichi. Lo slatko così ottenuto cuoce per circa un’ora, con l’aggiunta di limone, per mantenere vivo il colore brillante del frutto. Nell’area di produzione, lo slatko di fichi selvatici era tradizionalmente servito agli ospiti assieme al caffè o in sostituzione di quest’ultimo.
Lo slatko di fichi è sensazionale: i fichi sono dolci e tuttavia mantengono il carattere asprigno dei fichi selvatici; quando vi capiterà di assaggiarne un pezzetto, sappiate che è davvero difficile fermarsi, altro che con le ciliegie.

10. I bergamotti della provincia di Reggio Calabria

Questi non sono una vera e propria scoperta. Già in due occasioni mi sono trovata a passare le vacanze in provincia di Reggio Calabria, ma sempre in periodo estivo, lontano dal periodo di raccolta dei bergamotti, che fino a qualche anno fa erano quasi esclusivamente noti per il loro utilizzo in cosmetica. In realtà oggi in Calabria si trova in commercio ogni genere di prodotto a base di bergamotto, dalle confetture alle bibite gasate, dai succhi ai biscotti, ma io non ero mai riuscita ad assaggiare che gusto avesse un bergamotto, il cui profumo amo sopra ogni cosa (non per niente uso un profumo al bergamotto e non per niente il mio the preferito è l’earl grey). Sono finalmente riuscita ad assaggiarli proprio al Salone del Gusto, e devo dire che non sono per tutti i palati, poiché sono abbastanza aspri e dal retrogusto amarognolo. Sono anche riuscita a portarmene a casa ben 4 kg, con i quali ho confezionato della confettura e il mio primo liquore al bergamotto, che io ho chiamato “bergamello”, e di cui vi lascio la ricetta, adattissima per preparare con anticipo qualche pensiero natalizio (ok, è ufficiale, è la prima volta che pronuncio la parola Natale, siamo nei guai).

Bergamello blog

Piccoli sguardi sul Salone del Gusto e Terra Madre

Il Salone del Gusto e Terra Madre di Torino si è da poco concluso. Per me è stato il primo Salone, ho ancora negli occhi le meraviglie viste e sulle papille gustative le prelibatezze assaggiate, ma le suggestioni e le impressioni sono forse troppe per poterle descrivere compiutamente.

Per chi volesse leggere qualche mia riflessione e vedere qualche immagine attraverso i miei occhi, trovate tutto su Honest Cooking.

 

PS. Una piccolissima anticipazione: finalmente ho potuto assaggiare la pizza di Bonci, di cui vi ho tanto parlato! Che soddisfazione, e che bontà!!!