Galeotto fu il pasticciotto – Viaggio in Salento

Mi accorgo di quanto un viaggio sia stato bello nel momento in cui, risistemando le foto, mi sale su quel groppo in gola di nostalgia così forte da fare quasi male. Così è stato per il mio viaggio in Salento, un viaggio dovuto ad un pasticciotto, questo pasticciotto. Sì, perché quella ricetta e quel post dedicato alle 10 cose da sapere del Salento mi ha messo un’irresistibile voglia di tornarci, per guardarlo con occhi nuovi.

E ancora adesso, che sono tornata da due settimane, faccio fatica a districarmi fra l’azzurro che rimane incollato agli occhi, il contrasto fra il color sabbia della pietra leccese e il blu intenso del cielo, i panorami mozzafiato di scogli a picco su un mare cristallino come non mai.

PER INIZIARE..

Tutto è iniziato un po’ prima del Salento, con una breve sosta a Polignano a mare, per vedere con i miei occhi gli scogli protagonisti di quei tuffi che mi hanno sempre fatto venire la pelle d’oca solo al pensiero.. e non mi ero ancora affacciata da quelle altezze vertiginose, io che fatico già solo a buttarmi da uno scoglio di un metro e mezzo (pura verità, testata anche in Salento).

Polignano a mare

Poi è venuta Ostuni che, in una giornata di cielo coperto, mi è parsa di straordinaria ed intoccabile bellezza. Non mi ha colpito tanto l’avvicendarsi di strette viuzze, forse troppo piene di turisti, quanto un giro intorno alle mura esterne della città, che si ergono ancora con quell’imponenza che profuma di tempi lontani, e che a tratti paiono fari a picco sul mare, a tratti bastioni che spuntano dalle montagne.

Ostuni la bianca

Ho anche scoperto che nella zona si è mantenuta viva la tradizione dei fornelli di cui avevo solo sentito parlare da mio padre nei suoi ricordi d’infanzia: a Cisternino (ma sicuramente anche in altri paesi limitrofi) nelle botteghe dei macellai la carne viene scelta dal cliente al bancone e cotta al calore diffuso dalle braci, non a contatto diretto col fuoco, ottenendo una lieve affumicatura che mi ha permesso finalmente di assaggiare le gnumerelle tanto care a mio nonno al loro meglio.

IL SALENTO – LA COSTA ADRIATICA

Quanto ho camminato quest’anno in Salento non si può dire (o meglio, potrei pure dirlo con precisione, avendo sempre con me il fedele contapassi cinese che è ormai un “mai più senza”.. ma magari vi stupirò con effetti speciali solo qui e là).

Nonostante il sole a picco, il caldo e le condizioni non proprio sempre ottimali per una camminata (tipo in infradito e con l’ombrellone a tracolla), è un’esperienza che consiglio assolutamente di fare, magari calibrando un po’ le dosi di cammino a seconda di quanto siete abituati a scarpinare.

Per esempio, senza quei 4,5 km (una sciocchezza, fidatevi) da San Foca a Torre dell’Orso passando per San Roca quasi tutta via scoglio a picco sul mare, avrei perso tanti panorami che mi sono entrati nel cuore, avrei rinunciato a dei tuffi in acqua di puro piacere, e non avrei mai visto parcheggiare un Vespino sugli scogli. Oh, sono esperienze anche quelle!

Da San Foca a Torre dell'Orso

Senza i 3km (una bazzecola, tsk) che separano Torre dell’Orso a Punta Sant’Andrea, sempre tutta camminata su scogli panoramici (e che panorami, poi), non avrei forse fatto il bagno sotto quel maestoso scoglio eroso dal vento che vedete nelle foto qui sotto.

Sant'Andrea

Il Salento non è stato solo camminare, ma anche viaggiare in auto per meravigliose strade che costeggiavano infiniti campi di ulivi con le radici ben piantate in una terra rossa come il fuoco …

Ulivi - Pescoluse

O viaggiare su litoranee che sono strade del cuore, dove dietro ogni curva si cela una perla più bella di quella appena passata. Se potete, percorrete la Litoranea che collega Santa Maria di Leuca ad Otranto, e poi fermatevi qui a trascorrere qualche ora in questo gioiello. Fra un aperitivo sul mare, una passeggiata per il suo centro storico e il rustico più buono del mondo (non me ne voglia Lecce, ma il più buono l’ho mangiato proprio qui, in un bar a cui non avrei dato due lire e di cui non saprei nemmeno il nome), se avrete fortuna, potrete vedere l’incantevole cattedrale di Otranto stagliarsi contro un cielo blu da far male agli occhi.

Otranto

Vicino Otranto, un altro luogo da non perdere è la Baia dei Turchi. Noi ci siamo stati in un giorno di grande vento e mare mosso, che l’ha resa incredibilmente suggestiva, fra gli spruzzi delle onde e i colori più cupi del cielo, ma in una giornata di calma piatta deve essere molto vicina all’idea che ho del paradiso in terra.

Porto Selvaggio

Se siete sulla costa Adriatica dovete prendervi un giorno per visitare Lecce. Non starò qui a dirvi cosa vedere, ma riempitevi gli occhi dei suoi colori di sabbia ed ecru, del suo fasto barocco e della sua eleganza. Non potrete pentirvi, qualsiasi strada vi andrà di percorrere.

Lecce città

Potreste anche essere premiati, ed incappare in un mercatino dell’usato che, se solo avessi potuto riempire l’auto come un bilico, mi avrebbe riportato a Torino più povera, ma felice.
Guardate solo quelle brocche smaltate.. mi taccio, meglio se mi taccio.

Lecce mercatino

Se amate il buon cibo (e del cibo salentino cosa c’è da NON amare?!) qualche tappa in città è obbligata: un pasticciotto e un caffè leccese (ovvero un caffè in ghiaccio con latte di mandorla, una delle abitudini che mi hanno creato maggior dipendenza, e che infatti continuo anche al mio ritorno) al Caffè Alvino, in piazza Sant’Oronzo.

Pasticciotto - Lecce

Un panzerotto strepitoso e un rustico da La Rusticana (per i consigli dolci e salati, grazie grazie e ancora grazie Mari) e, per finire in bellezza (ma bellezza vera) la giornata leccese, non può mancare un cocktail dai ragazzi del Quanto Basta. In foto vedete Un simpatico conte, la loro interpretazione del mio cocktail preferito, il Negroni; e, credetemi, nessun Negroni anche ben fatto, potrà mai competere col loro Conte.
Anche qui, senza consigli non avrei mai scoperto questa chicca per amanti della mixology: grazie, Matteo (firmato “il mio fegato”).

Lecce - cibo

IL SALENTO 2 (la vendetta) – LA COSTA IONICA

Siamo stati sulla costa ionica per un minor numero di giorni, e abbiamo anche girato meno, senza mai fare grosse tratte, se non per godere di una cena in compagnia di Francy & family a Pescoluse (dove eravamo già stati giorni prima, godendoci un bagno fra i più lunghi del mondo, perché una spiaggia così non ricordavo di averla mai vista, se non in cartolina).

Nei dintorni di Porto Cesareo c’era già tutto quello che ci aveva spinto a scegliere come nostra meta il Salento: spiagge, un mare da ricordare e pace. Sì, lo so benissimo che in Salento c’è il mondo (anzi, l’universo e ancora qualcuno che forse mi sono scordata), il che è sostanzialmente uno dei rari effetti collaterali negativi di questo posto magico, ma se si cammina un po’ si trovano luoghi davvero poco affollati, per non dire semi-deserti.

Per esempio, nella camminata da Torre Lapillo a Punta Prosciutto (sulla carta 7,7km di statale, secondo i miei piedi in giro per scogli, spiagge e strade secondarie salirei a 10km, se ci mettete perdere la navetta per il campeggio arriviamo a fine giornata a 21km.. sì, avete letto bene) ne abbiamo incontrati a bizzeffe: calette semi-deserte, scogli dai quali tuffarsi in un mare che non pareva vero e qualche raro bagnante. Un paradiso tale che, giunti finalmente ad una Punta Prosciutto densa di umanità, la meta non ci è parsa poi così bella. Lo è, chiaramente, ma in un modo molto diverso.
Da Torre Lapillo a Punta Prosciutto

Se vi trovate sulla costa ionica, non perdete l’occasione di una visita al Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio, un luogo perfetto per godere dell’ombra di un immenso parco, fare camminate nella natura, e fare il bagno in un luogo incredibilmente suggestivo. Se volete godere appieno del mare, lasciate perdere la micro-spiaggetta e avventuratevi sugli scogli (magari con delle scarpette, se non volete fare esperienze da fachiro come la sottoscritta, visto che gli scogli sono assai irregolari e appuntiti) in cerca di un luogo tranquillo: abbondano, così i posti meravigliosi in cui tuffarsi.

Porto Selvaggio

Questo è stato il mio Salento, quello che ho sognato per mesi, prima di partire. Una vacanza di cui abbiamo potuto godere appieno perché, come raramente mi è accaduto prima, non avevo voluto programmare nulla! Avevo preso qualche appunto, chiesto qualche consiglio, ma poi ci siamo presi il lusso di decidere cosa ci andava di fare, di seguire i consigli, l’istinto o anche, più semplicemente, i piedi.

Non avrò visto tutto.. ma questa, cari miei, è solo la scusa per tornare. 9

Viaggiando verso nord

C’è una bella differenza fra una vacanza e un viaggio.

La vacanza è scegliere un luogo, arrivare là e là rimanere, il più possibile in panciolle, a godersi il meritato relax dopo un anno di lavoro. Quando si sceglie di fare un viaggio, invece, si cerca di concentrare nei (di solito pochi) giorni di ferie a disposizione il numero più alto possibile di luoghi, di cose da vedere, di emozioni da cercare in giro per il mondo, per tornare a casa più ricchi, anche se magari più stanchi di quando si è partiti.

Nonostante il fascino innegabile della vacanza rilassante, fra vacanza e viaggio sceglierò sempre il viaggio, l’unico in grado di darmi il vero brivido della scoperta, la smania di vedere-assaggiare-sentire tutto il possibile, la stanchezza che mi fa crollare alle 10 di sera e svegliare carica come una molla.

Se poi il viaggio è di quelli on the road, in cui si parte con un camper, non si prenota nulla e tutto si può modellare su di te e i tuoi desideri, ancora meglio.

Viaggio

La prima tappa del nostro viaggio (escludendo Baden Baden, una tappa di comodo e di relax nelle sue terme, giusto per iniziare in bellezza) è stata Amsterdam, una delle capitali europee che ancora non avevo visitato.

Il grande fascino di Amsterdam per me sta nell’acqua, in quei piccoli canali silenziosi e tranquilli che ti accompagnano per la città e sono in grado di donarti un senso immediato di pace, dimenticando le orde di turisti che si celano magari appena dietro l’angolo. La luce che si riverbera sull’acqua con i suoi mille giochi, le persone in giro con i loro barchini, chi per rilassarsi, chi a pesca (?!), le case che vi si specchiano.. il mio ricordo di Amsterdam sarà legato a filo doppio alla sua vita sull’acqua.

Amsterdam

Le esperienze che vi consiglio spassionatamente di fare ad Amsterdam, oltre a perdervi fra i suoi saliscendi, i suoi ponti e i suoi canali senza mappa alla mano: sicuramente una visita al quartiere dei musei (almeno da fuori, ma se potete visitatene uno; io ho optato per il Museo Van Gogh, ma la prossima volta sceglierò senz’altro il Rijksmuseum) e, se vi sentite coraggiosi abbastanza, l’affitto di una bicicletta per una giornata, per godere del punto di vista olandese sulla città.
Se optate per questa esperienza, tenete in considerazione due cose: ad Amsterdam le bici vincono su tutto, quindi avrete SEMPRE una pista ciclabile a disposizione, con semafori appositi, corsie preferenziali ovunque e nessuno fra i piedi (d’altro canto, se siete a piedi, non sostate, neppure per sbaglio, sulle piste ciclabili, se non volete rischiare di essere falciati), ma gli abitanti della città, che si muovono di preferenza su due ruote, sono abituati ad andare spediti e mal digeriscono l’avere in mezzo ai piedi ciclisti alle prime armi, indecisi su dove andare o titubanti sulla velocità da tenere. Nel caso, preparatevi ad una invettiva piuttosto rabbiosa (in olandese, quindi avrete il vantaggio della beata ignoranza) o, se vi va male, a qualche scontro fra bici poco piacevole. In buona sostanza, per me l’esperienza bici s’ha da fare, ma se non siete più che decisi alla guida, magari limitate il giro urbano al minimo indispensabile (e nelle vie a più ampio respiro) e optate poi per un giretto più rilassato e più bucolico fuori Amsterdam.

Andando dietro la stazione Centrale, infatti, potrete prendere gratuitamente un battellino che vi porterà sull’altra sponda del canale, dove potrete godervi una bella pedalata di 13 km (da evitare se siete proprio digiuni di bicicletta o se non muovete i muscoli dal ’46) nella campagna olandese, fra canali, casette meravigliose, famigliole in barchetta, moli e mulini a vento, fino ad giungere a Zaanse Schans, paesino patrimonio Unesco e  museo a cielo aperto in cui sono perfettamente conservati (e ancora utilizzati) alcuni mulini a vento.  Quando siete arrivati lì, bevetevi un milk shake al cioccolato (solo ottimo latte olandese, cacao olandese e zucchero di canna) e tornerete in pace col mondo, e vi godrete di più il ritorno.

Consigli per affrontare la pedalata in serenità:

  • se possedete un copri-sellino in gel portatevelo dietro, perché i sellini delle bici in affitto sono degli spacca-chiappe (per usare un eufemismo) sulla lunga distanza;
  • prendetevi il giusto tempo per andare e tornare (una mezza giornata, per far tutto con calma), non fate le cose di fretta;
  • tenete a portata di mano un navigatore GPS, perché ci si perde facilmente, visti i cartelli direzionali che a volte scompaiono nel nulla, sia all’andata che al ritorno
  • se siete arrivati, vi siete goduti il paesino e volete tornare indietro a testa alta (senza subire nuovamente il sellino), pare che esista anche un treno che riporta ad Amsterdam, bici comprese (ma non nelle ore di punta, tipo dalle 4 alle 7).
  • noi abbiamo coraggiosamente optato per un andata e ritorno in bici seguendo le indicazioni per la città: ecco, non fatelo! Cartelli spariti e GPS intermittente, così abbiamo allungato di infiniti chilometri e chiamato a raccolta un vasto pantheon, avendo anche perso l’orario di restituzione delle bici.

Zaanse Schan

Ma ci siamo consolati… Come? Sulla strada verso il campeggio, al Mulino de Gooyer, abbiamo trovato fin dal primo giorno il birrificio Brouwerij’t IJ, dove ci siamo concessi quasi tutti i giorni delle ottime birre artigianali, le uniche davvero buone bevute ad Amsterdam. Non me ne vogliano gli olandesi, ma per il genere di birre che amo (alcoliche, corpose, doppio e triplo malto, ambrate o rosse) preferisco di gran lunga i vicini del Belgio. Però qui ho bevuto delle ottime birre, e l’atmosfera è davvero conviviale e piacevole.

Birrificio Amsterdam

Reparto cibo.

  • Ammetto di non avere assaggiato il famoso/temibile panino con aringa, cetriolini e cipolle: ho mancato di coraggio e, passando in zona chioschetti dei panini sempre in orari come le 8 del mattino, non ce l’ho proprio fatta.
  • Se volete provare l’autentica cucina olandese, a suon di hotchpotch, zuppe e compagnia cantante, vi consiglio di andare da Moeders (quartiere Jordaan), un locale storico, kitchissimo e molto particolare dove si mangia bene la cucina tipica. Non economicissimo, ma questo è un leit motiv di Amsterdam.
  • Permettetemi un momento di italianità. Ad Amsterdam non temete di bere il caffè: è caro (di media 2,50€ per un espresso), ma quasi sempre molto buono, alla pari di quello che potreste bere in un normale bar italiano.
  • Lo so, les frites sono per eccellenza belga, ma se assaggiate quelle di Vlaams Friteshuits Vleminchx (Voetboogstraat 31/33), scoperte grazie a Patty, non ve ne pentirete. Anzi.
  • PS. Se foste interessati ad un coffee shop e voleste evitare quelli presi d’assalto da orde di turisti (ahimé, per lo più Italiani) in costante (e chiassosa) ricerca  di erba, vi consiglio il piccolissimo e molto grazioso Dutch Flowers (Singel 387), a due passi dallo Spui.

Frites Amsterdam

A Bruges sono passata in giornata più o meno tre anni fa, e in giornata sono ripassata anche in questa occasione, per un giro fra le sue stradine e i suoi canali, incredibilmente carichi di persone e di fascino. Mi riprometto la prossima volta un giro con più calma e con una piantina alla mano, ma anche solo perdersi fra le sue strade per ritrovarsi fra un ponte di pietra, la piazza del mercato, il vecchio cane Fidel affacciato sul canale e un bicchiere di birra belga (quella, imperdibile per davvero) non è poi così male.

Brugge

Ho trovato però il tempo per un waffle: noi abbiamo scelto quello di Liegi (più dolce di quelli di Bruxelles, e dall’impasto solido), con cioccolato (grande classico belga) o caramello e panna. Una cosetta leggera, insomma.

Waffle Brugge

Da qui il nostro viaggio è continuato in Francia, in Normandia, tappa (quasi) ultima e amatissima. Sulla strada verso la nostra prima tappa ci siamo fermati brevemente a Dieppe (di cui è rinomato il mercato del pesce, che purtroppo abbiamo mancato) per vedere la famosa spiaggia di ciottoli bucati.

Dieppe

Da qui ci siamo spostati ad Etrètat, famosa per le sue falesie a picco sul mare che, in una giornata uggiosa e densa di foschia, ci hanno colpito per la loro bellezza mozzafiato. Prendetevi del tempo, camminate sulla spiaggia di ciottoli per cogliere appieno l’altezza di queste scogliere dal taglio verticale (nella foto centrale qui sotto vedete bene il rapporto uomo/falesia) e, ancor più, percorrete uno o entrambi i cammini che portano in cima alle falesie, da cui potrete ammirare uno splendido panorama (non guardate verso il paese, che purtroppo presenta un paio di eco-mostri che rovinano la poesia del luogo), sia verso l’arco La
Manneporte sia verso la falesia che Maupassant descrisse come un elefante che beve nel mare.

Etretat

Abbiamo poi trascorso due giorni ad Omaha Beach, splendidamente immersi in una natura maestosa, con un clima che muta nel giro di un secondo. Per esempio, mentre ti trovi in canottiera, scalzo, a percorrere dalla spiaggia i 7km che ti separano dal cimitero americano sotto un bel sole, all’improvviso potresti ritrovarti sotto una pioggia battente, con tanto di tuoni e fulmini e, nel cercare un riparo, finire a trascorrere un’ora in un bunker nazista con l’inquietante compagnia di un mitra e di una comitiva di ragazzini francesi che per ingannare il tempo ballano (sì, avete letto bene) sulle note di non so quale orribile canzone. Quasi quasi ho preferito la turista flatulente, ma di questa non vi parlo, che è meglio.

Sta di fatto, però, che dopo ciò (magari non tutto, mi auguro), potreste trovarvi di fronte una meraviglia simile, e a quel punto anche un’ora in un bunker vi parrà il giusto scotto da pagare davanti alla bellezza malinconica di questi luoghi..

Omaha Beach

… che mutano, da un giorno all’altro, senza nessun preavviso e lasciando solo stupore.

Omaha Beach

Ovviamente non si può dimenticare cosa abbiano significato per la Storia contemporanea i luoghi in cui ci si trova a camminare e, se proverete a chiudere gli occhi un instante, cercando di tornare indietro di 71 anni, pensando a quante persone siano morte su quelle spiagge, a quanto tempo abbia impiegato il mare a lavare tutto quel sangue, è impossibile non sentirsi mancare, impossibile rimanere distaccati di fronte al peso della Storia.

Quelle spiagge sono un memoriale a cielo aperto: di tanto in tanto potreste scorgere in mare (a seconda delle maree) dei resti del vecchio porto temporaneo di Omaha, qualche fortificazione tedesca nel verde circostante o qualche timido resto sulla spiaggia, dove invece vedrete sicuramente svettare verso il cielo il monumento alla memoria.

Non si può prescindere dal visitare il cimitero americano di Colleville-sur-Mer (raggiungibile anche dalla spiaggia, con una bella camminata), dove la sola vista a perdita d’occhio di croci e stelle di David riesce a dare la misura impressionante degli eventi di nemmeno un secolo fa.

Sono 9387 lapidi, e sembrano semplicemente infinite.

Omaha Beach sbarco

Dopo questa tappa sui luoghi dello sbarco avremmo dovuto spostarci ancora più a nord, nella zona del Jobourg, ma siamo stati talmente catturati da Omaha Beach, Colleville-sur-Mer, Port-au-Bassin e dalla miriade di paesini circostanti, tutti dannatamente belli nella loro semplicità, che siamo rimasti un giorno in più, ripromettendoci di tornare, ancor prima di essere andati via.

L’ultima tappa del nostro viaggio, ormai in discesa, ha toccato la Borgogna, zona splendida di vigneti e verdi colline, corsi d’acqua e parchi naturali, culla di alcuni dei più grandi capolavori  del Romanico francese, come la cattedrale della Sainte-Madeleine di Vèzelay, il cui portale centrale del nartece, che rappresenta Cristo in trono che trasmette lo Spirito agli Apostoli, è uno dei capolavori della scultura romanica francese, a mio parere notevolmente più bello di quello della cattedrale di Saint-Lazare ad Autun; perdetevi ancora un attimo con il naso all’insù ad ammirare i meravigliosi capitelli che raffigurano parabole evangeliche ed episodi della vita di santi, e non ve ne pentirete.

Percorrete poi il perimetro della cattedrale, che si affaccia come da una terrazza sulla bellissima e verdissima campagna circostante. E, quando tornerete sulla piazza proprio di fronte alla cattedrale, specialmente se avrete la fortuna, come è capitato a me, di trovare un musicista che accompagni questo momento suonando mollemente l’arpa, sedetevi nell’unico baretto e bevete un pastis anche per me.

Vezelay

Doppio fuoco e la minestra di latte, riso e castagne

Sembra ieri, e invece è passato quasi un mese dalla mia trasferta senese e da “Doppio Fuoco“.

Cos’è “Doppio Fuoco“? Un’iniziativa bellissima promossa dalla Confcommercio Siena insieme al Consorzio Agrario di Siena e all’Associazione Italiana Food Blogger, in cui secondo un calendario stabilito in cinque incontri stagionali, cinque ristoratori senesi sfidano in cucina cinque food-blogger provenienti da tutta Italia, in una serie di gare culinarie a tema in cui chi vince davvero, secondo me, è il commensale.

Doppio Fuoco Siena

Io ho avuto il piacere di sfidare Nicola Bochicchio, chef della BIOsteria Sbarbacipolla di Colle Val d’Elsa sul tema “non la solita zuppa“, con assoluta carta bianca sull’interpretazione di questo titolo enigmatico. Così, mentre Nicola ha pensato di proporre dei piatti non convenzionali, diversi dalla “solita zuppa“, proponendo un menù interamente  vegano composto da antipasto, secondo e dessert..

Doppio Fuoco Siena2

.. io ho pensato di proporre dei piatti che potessero ricordare le zuppe, ma che in realtà zuppe non fossero; inoltre, ho cercato di portare in Toscana qualcosa della cucina piemontese, proponendo piatti tipici della cucina povera e popolare della mia regione.

Ho quindi iniziato con dei crostini di polenta croccante serviti con una “zuppetta” di formaggi, ovvero una fonduta leggera (senza uova nè panna); come formaggi ho scelto un gorgonzola e, in omaggio alla Toscana, due pecorini, uno fresco ed uno stagionato.

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Come primo piatto ho proposto una minestra di latte, riso e castagne, un piatto presente in modo trasversale nella cucina povera delle regioni del Nord-Ovest d’Italia (soprattutto Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta) e che è ormai quasi del tutto scomparso dalle nostre tavole. Ho scelto così di rispolverarlo e di rinnovarlo un pochino, con una macinata di pepe nero e, per dare una sferzata di sapidità e di toscanità, pecorino toscano stagionato e una chip croccante di prosciutto toscano.
Trovate la ricetta in fondo, se vi avesse incuriosito.

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Per finire, uno dei dessert piemontesi che più adoro, le paste di meliga con lo zabaione; per l’occasione, le paste di meliga erano quelle di frolla montata, più friabili ed adatte al fine pasto, mentre lo zabaione (di solito caldo, montato al momento con vino moscato) si è trasformato  in una crema pasticcera allo zabaione di vinsanto.

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Non soltanto questa esperienza è stata bellissima, ma ho anche vinto la sfida e ho avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo in compagnia Patrizia di Andante con Gusto (che ringrazio tantissimo per le foto delle serata che avete visto finora.. lo so, sono bellissime, e sono tutte opera sua) che, da perfetta padrona di casa, mi ha portato in girula gastronomica per Siena, con tappe obbligate al panificio “Il Magnifico” dove ho comprato dei ricciarelli da svenimento, al Consorzio Agrario di Siena, dove ho riempito la valigia come nemmeno Totò e Peppino all’arrivo a Milano e da Morbidi, di cui non potete assolutamente perdere il patè di prosciutto cotto e tartufo (oddio, perché ci ho ripensato?!).

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E poi, così, per caso, facendo una capatina in Piazza del Campo, volete non soffermarvi ad assaggiare le frittelle di San Giuseppe (sì, il banchetto c’era già ad inizio febbraio) di Savelli?! Io non ho resistito, e non me ne pento nemmeno un po’!

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Un grazie enorme e particolare va senza dubbio a Patrizia, senza la quale questa esperienza non sarebbe stata possibile, ma anche a tutti gli organizzatori, al Consorzio Agrario, impeccabile ospite, a Luisella, a Susanna e al mio “sfidante” Nicola, con cui è stato un piacere immenso condividere cucina e risate.

Ora vi lascio alla ricetta della minestra di latte, riso e castagne nella versione proposta a Siena.

My sweet Turin #socialfoodewine

Volevo partire con un gioco di parole sul titolo di questa canzone per introdurre il racconto di un blogtour che mi ha portato a girare per la mia città, la mia dolce Torino, e dico dolce non per attitudini “carine e coccolose“, ma perché fa della produzione dolciaria, in special modo di gelati e cioccolato, la sua bandiera.

Mi sono trovata a far parte di questo tour grazie al premio Biteg per la vittoria ai Digital Food Days.. avrei potuto scegliere un tour in altre terre piemontesi, ma non ho saputo resistere al fascino di fare la turista in casa mia. Purtroppo, per problemi lavorativi non ho seguito il tour dei bar storici (giro che consiglio sempre ad un turista vero e che potete leggere nel racconto della bravissima Aurora), ma recupererò alla prima occasione utile. Volete mettere avere una scusa “lavorativa” per andare da Baratti, Mulassano e Gertosio?!

Ma torniamo al tour, che ha visto una prima tappa al Gelatelier, dove ho potuto assaggiare due eccezionali gusti della casa appena mantecati, un sorbetto ai cachi (eccezionale, e lo dice una che detesta i cachi, dal profondo) ed una reinterpretazione gelato di un orgoglio mantovano, la torta Elvezia, fatta di pasta di mandorle, zabajone e cioccolato. Due vere delizie, e gli altri gusti e golosità della casa non sono certamente da meno.

Gelatelier blog

Dopo il gelato tradizionale (e per ciò intendo l’idea che tutti abbiamo di gelato, con gusti dolci di frutta, creme e simili), grazie a Filippo Novelli (vincitore della coppa del mondo della gelateria  nel 2012) abbiamo fatto un incursione in un territorio per me semi-sconosciuto, quello del gelato gastronomico, che è gelato canonico nella forma, ma tutt’altro nel gusto, che può comprendere sapori che variano dall’ortaggio al formaggio. Ormai il gelato gastronomico è un must dell’alta ristorazione, che spesso lo utilizza per giocare con gusti e consistenze nelle proprie realizzazioni culinarie.
E Filippo ha giocato con noi con eleganza e ricercatezza, presentandoci una battuta di Fassona abbinata ad un gelato al tuorlo d’uovo e accompagnata da una cialda di Parmigiano e fave di cacao; ma ancor più mi ha stupito il gelato al bruss (una crema di formaggio fermentata tipica del Piemonte, caratterizzata da un sapore ed un odore assai forti), dal gusto intenso, ma perfettamente bilanciato dalla dolcezza della panna.

Gelato gatronomico blog

Ci siamo quindi spostati nella boutique di Guido Castagna, notissimo cioccolatiere piemontese che segue con cura il suo prodotto a partire dalle fave di cacao, che lavora e trasforma prima in cacao e poi in cioccolato. L’attenzione alle materie prime si vede anche nella scelta delle nocciole, che provengono tutte da Cortemilia, in alta Langa, e che sono le vere protagoniste della sua pralineria. La produzione di Guido Castagna ha due parole d’ordine, tradizione e ricerca: la prima rappresentata appieno dai suoi eccezionali giandujotti, prodotti utilizzando solo con nocciole, cacao e zucchero di canna, mentre la seconda è ravvisabile nella messa a punto di un’innovativa tecnica di tostatura detta raw, a più basse temperature, che permette di ottenere un prodotto a minore acidità e con sapore maggiormente fruttato.

Guido Castagna blog

Per finire in bellezza, nulla di meglio che una cena stellata dallo chef Marcello Trentini, aka Magorabin.

Marcello Trentini blog

Si comincia con una serie di entrée di altissimo livello, fra cui il mio nuovo amore, il rocher di foie gras (che ho apprezzato talmente da non mangiare solo il mio, ma ho anche rubato quello di un commensale), ma devo dire che anche il macaron con tartufo aveva il suo bel da dire.. anche tutti gli altri, se è per questo.

Si prosegue con una battuta di carne guarnita da tartufo e servita su un letto di latte di mandorla e, per finire, uno dei piatti più geniali e più buoni che io abbia mai assaggiato, l’Alexander di baccalà: crema di acciughe, purè di patate cremoso con trancetti di baccalà (con una carne soda e morbida  allo stesso tempo, che mica la so descrivere) e grué di cacao.

Magorabin antipasti blog

Come primo piatto la bandiera del locale: spaghetti pane, burro e acciuga (e se non avete mai assaggiato pane, burro e acciuga, piatto must del Piemonte, rimediate quanto prima).

Magorabin bandiera blog

Dopo di che ho perso momentaneamente la lucidità per scattare fotografie, complice il fiume di vini portati da due commensali d’eccezione, i produttori vinicoli delle aziende Balbiano e La Masera, e così mi sono persa il secondo piatto, il Maialino Scampi e Bok-choy.

Mi sono fortunatamente ripresa sul finale che, come in ogni spettacolo che si rispetti, è stato “col botto“: pre-dessert di limone, rosmarino, fichi e pinoli e un dessert dal nome evocativo, Passion lives here, ovvero mousse di cioccolato Dulcey, sorbetto alla banana e consommé al frutto della passione, semplicemente delizioso.

Magorabin dessert blog

Se siete alla ricerca non solamente di una cena, ma di un’Esperienza del cibo a tutto tondo, Magorabin è il posto che fa per voi, come potete ben capire da questo video che ben incarna il modo di pensare e di cucinare dello chef Marcello Trentini.

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Indirizzi utili:

Gelatelier
Corso Vinzaglio 28/A
Torino
Tel. 011/537485

Atelier Guido Castagna
Via Maria Vittoria 27
10123 Torino
Tel. 011/19886585

Ristorante Magorabin
Corso San Maurizio 61
10124 Torino
Tel. 011/8126808

Di viaggi verso nord e di pancakes all’inglese

Le mie vacanze verso nord (dopo quelle verso il profondo sud) sono finite ormai da un po’, ma ho avuto la fortuna di potermi concedere una settimana di villeggiatura a casa in compagnia di vecchi e nuovi amici, fra gite fuori porta, girule per Torino e provincia ed ottime (ed abbondanti, e troppe) cene. Ora si ritorna lentamente alla normalità, e ho finalmente anche il tempo per riordinare le idee e le suggestioni raccolte durante un’intensissima settimana di vacanza fra Francia ed Inghilterra via terra e mare (fingiamo che la mancanza della componente “aria” sia solo dovuta al fascino innegabile del viaggio in sé, e non anche al fatto che  un certo qualcuno a me vicino detesti volare).

L’accoglienza mattutina delle bianche scogliere di Dover (che vedete un po’ più in su) è un’esperienza di cui godere almeno una volta della vita, nonostante il vento gelido ed il mare arrabbiato (e la gente che, sfidando la sua rabbia, era in grado di ingurgitare salsiccia e fagioli alle 6,40 del mattino). Dover è una piccola cittadina assai gradevole e molto british, in cui è piacevole passeggiare per un paio d’ore. Se avete a disposizione un po’ di tempo in più (e non avete a carico due enormi zaini ad impedirvelo) potete sempre pensare di visitare il museo della città, in cui vedere la nave dell’età del bronzo (considerata la più antica al mondo) oppure visitare la casa dipinta romana.

Canterbury è però tutt’altro: oltre alla magnificenza (soprattutto esterna, fatemelo dire) della sua famosissima cattedrale, è una città molto viva, piena di gente, di musica per le strade, di ragazzi che vendono consigli, di locali e negozi, ed è una città molto verde. Se potete, quindi, godetevi almeno un giretto fra le sue strade pulite e curate, ma se il tempo vi assiste non dimenticate un bel giro lungo il fiume Great Stour, da cui godere di un verde visto solo in Gran Bretagna e di una pace che pare quasi irreale. Non so se me ne sia auto-convinta, ma ho trovato che la vegetazione incontrata lungo il fiume fosse assai preraffaellita, e alcuni scorci di questo fiume mi hanno catapultato dritta dritta nell’Ophelia di Millais.

Gli imperdibili a Canterbury: se siete in cerca di una sistemazione poco pretenziosa e davvero carina, con personale gentilissimo e spazi comuni a disposizione (salone con tv, libri e pc sempre aperto, utilizzo cucina e giardino all’inglese davvero delizioso) andate al Kipps e non rimarrete delusi. In serata, invece ( e andate presto se volete anche mangiare, visto che in settimana la cucina chiude alle 8), non perdetevi una birra a The Foundry Brew Pub. Stra-consigliata la Itzamna, una stout dall’alto tenore alcolico e con sentori di caffè e cioccolato, una delle migliori birre che io abbia mai assaggiato.

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Dopo una giornata passata a Canterbury, il viaggio è proseguito verso la meta principale, Londra, che io non avevo mai visitato. Ovviamente è impossibile dire di aver visitato appieno Londra in due settimane, figurarsi in quattro giorni, ma posso davvero dirmi soddisfatta per essere riuscita a vedere tanto di quello che avrei voluto, e persino qualcosa in più. Di Londra non lascio un racconto, ma delle suggestioni, per immagini e in “poche” parole, con qualche consiglio che spero vi sarà utile per un futuro viaggio.

I luoghi-simbolo di Londra, gli imprescindibili, quelli da vedere almeno una volta, almeno da fuori. Quasi tutti (tutti quelli in foto, ma anche altri) sono sul Tamigi, e vi consiglio caldamente un bel giro a piedi sulle sue rive: più economico del battello, e permette di fare tutto secondo i vostri tempi. Metteteci anche che adoro camminare, e avete la ricetta perfetta.

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La Londra moderna, quella di vetro e acciaio, di ponti nuovi, ruote panoramiche e grattacieli. Una modernità a cui le capitali d’Europa e gli USA ci hanno ormai abituato, ma che per me sono sempre il simbolo di un’alterità affascinante rispetto all’Italia.

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Londra e i suoi parchi, giganteschi, verdissimi, rigogliosi, a tratti fin selvaggi, ricchi di corsi d’acqua, laghi e di tanti, tantissimi animali, dagli immancabili scoiattoli ai volatili di ogni specie.

Hyde Park, una tappa londinese irrinunciabile.

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St. James Park, da cui vi consiglio di passare per arrivare a Buckingham Palace (non che a me interessasse particolarmente il palazzo.. giusto uno sguardo e via)

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Londra e i suoi teatri. Tanti me  lo avevano detto: andare a Londra è vedere uno spettacolo teatrale, e devo dar loro ragione. Un’esperienza che vi consiglio, tanto più che si ha davvero l’imbarazzo della scelta fra spettacoli, concerti e soprattutto musical. Io ho scelto di vedere Let it be al Garrick Theatre, un musical-concerto che ripercorre tutta la carriera musicale dei Fab Four, uno spettacolo davvero coinvolgente con musicisti eccezionali.

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Non allego foto, ma non perdete la Londra dei musei: potete scegliere quel che vi interessa di più, dai gioielli, all’arte applicata, a quella figurativa, all’archeologia. Io ho visitato il British Museum, che pur non ho amato moltissimo (per le folla e l’organizzazione museale un po’ caotica, ma ha pezzi bellissimi ed importanti; imperdibile i fregi del Partenone -anche se visti con un po’ di magone-, e i reperti di Sutton Hoo, per respirare un po’ di antica Inghilterra, ma se avete un po’ di tempo non perdetevi tanti reperti orientali, romani ed un bella dose di Egitto -ma se volete per quello fate anche una gita nella mia Torino), la National Gallery (che vi consiglio di visitare per la parte pittorica, anche se ammetto di aver affrettato il passo su una buona fetta di ‘700 e ‘800 inglese, non troppo nelle mie corde). Amore totale e a prima vista per la Tate Modern, una tappa a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo. Tantissimi altri musei mi aspettano ancora, vorrà solo dire che devo ritornare.

Londra e i suoi “mercatini” vintage o delle pulci, come Portobello Road (che non ho amato moltissimo, per i prezzi irraggiungibili e le folle oceaniche) e Camden Town, dove potete facilmente trovare un giubbotto di pelle a 10£ o 20£ (momento di gioia e gaudio della vacanza) o una sala da the nel seminterrato, The Basement Tea Room, consigliatissima per l’ambiente easy ed accogliente e per i prezzi bassi.

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La East London, quella per me inattesa, dell’Old Spitalfield Market e di Brick Lane con la sua matrioska di mercati, i suoi mille street food, i suoi murales e i suoi barbieri clandestini.

Londra inattesa blog

La Londra dei mercati alimentari, come Borough Market, con i suoi innumerevoli cibi da strada e le sue specialità alimentari tipiche (fudge, toffee, scones, pani tipici, cornish pastries, pannocchie e chi più ne ha più ne metta) e dal mondo.

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O il Covent Garden Market, il salotto buono, con delizie alimentari da mangiare qui ed ora (dalla paella al panino con l’anatra confit), oppure da portar via, come qualche prezioso the o degli eccellenti curd.

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La Londra del cibo, quello che è sempre e ovunque, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, quello locale e quello internazionale, il cibo da strada e i ristoranti chic. Io, a rappresentanza del cibo locale scelgo il Fish & Chips (che non avevo mai mangiato nella sua terra natia e che mi è piaciuto da morire) mangiato da Poppies a Camden Town; ma non mi sono certo fatta mancare English breakfast (mangiata a pranzo, con una birra, ché l’abbinamento fagioli/the ancora non lo reggo), porridge (di cui mi sono follemente innamorata), carrot cake, scones, cornish pie e tanto, forse troppo the (rigorosamente Earl Grey).

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Il ritorno verso casa ha previsto una tappa parigina, breve ma intensa. Mi sono fatta riconquistare dalla bellezza decadente del Père Lachaise, senza l’ansia di andar a cercare questa o quella tomba, ma gironzolando qui e là senza dimenticare i tanti morti senza nome che si celano in quel meraviglioso cimitero.

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E poi, complici i numerosi posti che un certo qualcuno non aveva mai visto, un giro veloce Champs Elysèes-Arco di Trionfo-Montmartre-Notre Dame-Quartiere Latino (e poi morte civile) con camembert grigliato al miele e crème brulée finale.

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Insomma, un viaggio breve ma intenso, pieno di cose da vedere-provare-visitare-gustare-amare, che per la prima volta mi ha fatto approdare oltre Manica e che mi ha lasciato la voglia di tornare e magari di assaporare qualche luogo più bucolico e diverso da una Londra che mi è piaciuta, in cui sicuramente tornerò, ma che non mi ha rapito del tutto il cuore.

Alla fine di questo lunghissimo post vi lascio con la ricetta dei pancakes, che avevo letto qualche tempo fa su un libro di cucina britannica di cui onestamente non ricordo il titolo. Diversi dai pancakes al latticello già proposti in passato, facilissimi da fare, veloci e buonissimi, la coccola perfetta per la colazione della domenica.

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Ricordi di Calabria ed una pasta semplice ed estiva

L’avevo detto, io, che ho i miei tempi, ma che prima o poi sarei arrivata a raccontarvi del periodo trascorso nella Locride, e quel momento è arrivato.

Non l’ho mai chiamata vacanza, perché a conti fatti non posso dire che lo sia stata, visto che ero laggiù per seguire il mio compagno, impegnato con la sua ricerca nel parco archeologico di Locri Epizefiri. E, con lui fuori impegnato a lavorare tutto il giorno (o quasi), capirete bene perché non possa averla chiamarla vacanza. Ma si è fatto quel che si è potuto per godere appieno di questo periodo nel sud d’Italia, e questi sono i miei ricordi, insieme ai i miei consigli per chi si trovasse a passare per quelle zone.

  • In primissimo luogo, quindi, non posso che consigliarvi di andare a visitare il parco archeologico di Locri Epizefiri, con annesso museo; non metto foto, per non risultare di parte, ma sappiate che è davvero un bel sito archeologico, che si trova in un vasto parco che costeggia ed ha al suo interno numerosi alberi da frutto. Io ho avuto il privilegio di avere gli scavatori stessi come guide, una fortuna che non capita spesso e che mi ha permesso di apprezzare il sito da un punto di vista speciale, ma se passate da quelle parti non lasciatevi sfuggire questo sito archeologico.
  • Se siete da quelle parti, poi, non potete perdervi una visita a Gerace, un borgo medievale incantevole, di grande rilievo storico e dai bei colori della sabbia.
    Vi segnalo anche che a fine luglio si tiene fra i suoi vicoli “Il borgo incantato“, festival Internazionale di Arte da Strada, durante il quale troverete per strada tante cose buone da mangiare, come le zeppole, la pasta di casa con lo stocco e tanto tanto altro.
    Se invece non siete così fortunati da azzeccare il periodo giusto, potrete comunque consolarvi con un bel piatto di antipasti calabresi (spesso appartenenti a due categorie, sottoli oppure fritti) o di pasta alla geracese (con pomodoro fresco, peperoncino, acciughe, olive e pomodoro secco).
    Io ho mangiato proprio un bel piattone di antipasti misti appena fritti (frittelle di funghi, fiori di zucca, patate, riso ecc.) e un piatto di pasta alla geracese da  “Il brillo parlante“, Via Zaleuco 19/21 che mi sento di consigliare: un locale senza pretese, in cui poter mangiare una buona e semplice cucina di casa, spendendo il giusto (che non guasta mai).

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  • Altro sito archeologico della zona è la Villa Palazzi di Casignana, in cui fra i resti della villa troverete l’impianto termale che conserva ancora buona parte degli impianti in tubi fittili e della pavimentazione laterizia e musiva.

Villa Palazzi a Casignana blog

  • Non sto dimenticando il mare, tranquilli! Vi consiglio un bel bagno sulle stupende spiagge di Capo Bruzzano, promontorio della costa ionica, in cui avrete occasione di trovare, in aggiunta alle classiche spiagge di piccoli ciottoli regolari, degli scogli modellati da vento ed acqua e delle piscine di acqua cristallina (che purtroppo si riducono di anno in anno) da mozzare il fiato.

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  • Fra i miei ricordi più vividi c’è la selvaggia e rigogliosa natura calabrese, che di punto in bianco vi sorprende con un ulivo, un fico d’India o un banano (sì, ho proprio detto banano).

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  • Non perdete anche l’occasione di trascorrere una bella serata in spiaggia. Io ricordo almeno un paio di notti limpide e stellate (anche se le stelle qui non si vedono), una delle quali davanti ad un bel falò.

Notte blog

  • Un consiglio spassionato è quello di puntare almeno una volta la sveglia presto (e per presto intendo le 6, che per me è stata la sveglia quotidiana in Calabria, ma questa è un’altra storia) e di andare a godervi la meraviglia di una spiaggia deserta alle 7 del mattino, anche quando il tempo è nuvoloso.

Spiaggia deserta blog
… La sveglia presto sarà sì una scocciatura, ma per me è stato anche il modo di sollazzarmi sulla spiaggia con la mia Olivia, per la sua prima volta al mare.

Olivia spiaggia blog

  • Beh, ovviamente l’ultimo consiglio è di rilassarvi (e questo vale per qualsiasi vacanza, eh).. forse non riuscirete a farlo tanto quanto lei, ma provateci, almeno!

Olivia relax blog

Ed ora vi lascio con una pasta molto estiva e molto semplice, ma per quanto mi riguarda anche estremamente soddisfacente, con pomodorini freschi, peperoncino, basilico e tanta, tanta ricotta salata.

Pasta estiva blog

Detto questo, vi saluto per una settimana almeno, che questa volta vado in vacanza per davvero, direzione nord!

A presto, e BUONE VACANZE a tutti!