Il mio (fottuto) fatalismo e un plumcake integrale al the nero e arancia

Io e il mio fottuto fatalismo!

Naaaaa, non salvare tutte le foto che ti servono per il blog in un posto sicuro, tanto se deve succedere qualcosa, succederà lo stesso

E ovviamente è successo.. le foto fatte con tanto amore e cura per questo plumcake si sono volatilizzate dalla cartella del pc in cui le avevo ordinatamente riposte (come sia successo è ancora avvolto dal mistero, visto che la cartella era lì, ma vuota).

E, sempre ovviamente, per tentare un recupero dei files degno del miglior (?!) IT, ho riempito il pc di così tanti files che è pressoché collassato su se stesso, impedendomi di accedere.

Ma pensate che fortuna: dopo solo 3 ore di lavoro matto e disperatissimo al pc cancellando i files più ingombranti (addio film da vedere, addio) sono riuscita a rimettere mano al pc, trovandomi davanti un muro di files recuperati che non so nemmeno a quanto ammontasse (non ho voluto saperlo, per meglio dire).

Naturalmente le uniche foto recuperate di questo soggetto erano di una qualità a dir poco imbarazzante, quindi quella che vedete era la sola rimasta in una conversazione via Facebook (quindi ad una qualità mediocre, ma sempre migliore di quella schifosa).. ed è già tanto che ci sia! Almeno mi serve per comprovare che sia esistito, in un certo tempo e in un certo luogo, di questo plumcake, che ha un sacco di pregi: è leggero (niente uova, niente burro, solo poco olio), con micro-accorgimenti (latte di soya invece di quello vaccino) è adattabile agli intolleranti ai latticini ed ai vegani, e profuma di arancia e di the nero… ma, soprattutto, ha il potere di risollevare una giornata di merda.

Chissà che non abbia anche imparato la lezione sul salvataggio dei files importanti (ma non ci metto la mano sul fuoco)

La ricetta è di Mirepoix.

DOWNLOAD THE ENGLISH RECIPE (PDF) BY CLICKING HERE

Plumcake

Torino chiama Puglia: il mio strucolo per l’MTC (e due)

Questo mese non potevo proprio esimermi da una seconda partecipazione all’MTC.

Febbraio è un mese corto, ma con un doppia sfida: Mari, infatti, non ci ha sfidato solo sullo strudel, ma anche sulla sua versione salata, lo “strucolo in straza“, cioè uno strudel dal ripieno salato, avvolto in uno strofinaccio e poi bollito.

Ho scoperto dell’esistenza dello strucolo nell’istante del lancio della sfida: mai sentito nominare prima, mai visto e mai assaggiato. Vista la mia propensione al salato, quindi, ne sono stata immediatamente affascinata.

Volevo però discostarmi dalla versione più classica, con un ripieno a base di formaggio, e così mi sono buttata su una suggestione culinaria a me molto cara, le rosette con cipollotti, uvetta e acciuga che un’amica dei miei genitori, Anna, prepara spesso per pranzi o cene conviviali e che io puntualmente consumo come se ci fosse un’apocalisse imminente (non si sa mai).

Le rosette, come l’amica, hanno origine pugliese, e pare che in particolare l’aggiunta di uvetta al ripieno sia tipica del foggiano e della zona del Gargano. È sua, invece, la sostituzione della pasta della pizza con la sfoglia, più adatta ad una stuzzicheria da mangiare in compagnia.

Ma, siccome io dei cambiamenti non ho mai abbastanza, ho sostituito alla sfoglia la pasta matta, e ai cipollotti il più delicato porro, aggiungendo infine dei pinoli.

Per l’accompagnamento, tenete a mente che sono pur sempre piemontese: ed ecco quindi una salsina semplicissima di acciughe stemperate nell’olio caldo, una sorta di bagna caoda veloce (che poi è quella vera, senza latte e derivati) ma senza aglio. La salsa, sapida ed intensa, è il perfetto richiamo alle acciughe lasciate intere nel ripieno e funge da contrappeso alla dolcezza dell’uvetta passolina e dei pinoli, che accompagnano appieno il gusto delicato ma deciso del porro.

Una vera scoperta, questo strucolo, non c’è che dire! Ma mi è rimasta la voglia delle rosette di Anna, musa ispiratrice di per questa ricetta.

Strucolo blog

… si nota mica qualcosa di strano sullo sfondo?! Non temete, è solo il “controllo qualità” all’opera!

Strucolo finale blog

Con questa ricetta partecipo all’MTC di febbraio

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La Gubana sbagliata con zabaione alla šljivovica per l’MTC

L’MTC di questo mese è stato un colpo al cuore.

Perché Mari (aka lasagnapazza) ci parla di strudel, e di Friuli, e per me non poteva che essere un ritorno alle origini, a quella parte del mio sangue che arriva dalla Croazia.

Ma in Croazia lo strudel non si fa. O meglio, sicuramente si prepara (la distanza dal Friuli è così poca che è impensabile una mancata contaminazione), ma non è un dolce tipico: difficilmente lo troverete come dessert in un ristorante e, per essere precisi, difficilmente troverete un dessert nelle carte di una qualsiasi trattoria locale, o gostiona che dir si voglia. La Croazia ha infatti una cucina molto semplice, principalmente basata su cibi cotti alla griglia, soprattutto carni (già qui vi avevo parlato di ćevapčići, ražnjići e pljeskavica, che dominano questa cucina insieme all’immancabile maialetto allo spiedo), ma anche pesci e crostacei (mio grande rammarico è non aver mai assaggiato la granseola).

La verità è che per me lo studel è una ricetta del cuore, è una ricetta di famiglia, ma non è una ricetta di mia nonna, bensì di nonna Norma, la nonna dei miei cugini materni. Lei, friulana di Fiume, l’ha sempre preparata e proposta in tutte le grandi cene di famiglia, e il suo strudel per me è semplicemente LO strudel, che da qualche anno ho finalmente imparato a preparare grazie ad un corso intensivo tenuto da mio zio, suo figlio e unico depositario della ricetta e della tecnica. Quello strudel l’ho imparato sul campo (altro che corsi teorici, tsk) e ora l’ho fatto mio. La ricetta della pasta matta è diversa da quella di Mari, perché la “mia” ha l’uovo, e risulta quindi un po’ meno elastica e un po’ più difficile da stendere, ma è la ricetta del cuore, e al cuor non si comanda. Prima o poi la vedrete, lo giuro.

Però non mi andava di proporre uno strudel classico, e così l’ho contaminato con un altra ricetta storica del Friuli, la gubana, un dolce lievitato con un ripieno ricco di frutta secca e uvette ammollate nel liquore. Un dolce che nessuno nella mia famiglia ha mai preparato tranne me, e di cui mi sono follemente innamorata. La prima volta lo preparai che facevo la quinta elementare (anche se, ora che ci penso, forse preparai un presnitz, dolce triestino simile alla gubana, ma con un guscio di pasta sfoglia), e mi ci dilettai quando tutti, in classe, dovemmo preparare un piatto tipico delle regioni di appartenenza: mi rubarono il Piemonte, mi rubarono la Puglia (del nonno paterno) e la Croazia ovviamente non era contemplata, così ripiegai sul Friuli, ciò che andava più vicino, e così mi ritrovai a preparare questo dolce così ricco e delizioso. L’ho poi rifatta qualche mese fa, con la pasta lievita, ma non c’è due senza tre ed ora eccomi qua.

Ecco quindi la mia gubana sbagliata, un guscio di pasta matta che racchiude qualcosa che amo e qualcosa di me, Croazia compresa (grazie alla šljivovica, il distillato di prugne più diffuso nel Paese).

Strudel - Gubana collage blog

Strudel gubana finale blog

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 36

mtc36

 

 

Il comfort food perfetto – Pasta e ceci

Ci sono gli antipasti, i primi piatti, i secondi, i contorni e i dolci.

E poi ci sono quei piatti che, a prescindere dalla portata, riescono a risollevare il tuo umore dopo una giornata nera, o a riscaldarti al primo assaggio quando torni a casa infreddolito e tutto ciò di cui hai bisogno è un piatto fumante.

Sono quei piatti che profumano di casa, di famiglia, di tradizione.

Si chiamano comfort food, e non a caso, perché la loro capacità di conforto (nostro e del nostro stomaco) è semplicemente innata.

Uno di questi piatti, almeno per me, è la pasta e ceci, preparata nel modo più semplice possibile, in modo da apprezzare i legumi nella loro bontà.

Pasta e ceci blog

Pasta e ceci finale blog

Arrivederci, inverno: gulasch alla triestina

Oggi è il primo giorno di primavera: su Torino splende un bel sole, gli uccellini cantano, il cane fa avanti e indietro fra casa e giardino (brutto vizio) e qualche fiore inizia a spuntare qua e là sui prati. Quindi, per festeggiare la nuova venuta della bella stagione, e per dare l’arrivederci all’inverno (ebbene sì, la notizia forse vi stupirà, ma fra ben 9 mesi tornerà di nuovo) trovo che non ci sia nulla di meglio di un bel piatto tipicamente invernale, che non si rivedrà più per un po’.

Eccomi qui, dunque, ad illustrarvi una pietanza calda, confortante, sugosa e sostanziosa.

Inoltre, si tratta di una ricetta davvero molto facile (for dummies), che non richiede grandi preparazioni, ma solamente un po’ di pazienza, per il tempo di cottura abbastanza lungo!

Buon appetito e… au revoir, inverno!