Voglia di Marocco – Tajine di pollo, olive e limoni in conserva

Da sempre il Marocco è un luogo che suscita in me un’attrazione unica.

Sarà che sono cresciuta sfogliando l’album di foto di un mitico viaggio in Marocco dei miei genitori e dei loro amici in Fiorino, immaginando grazie a quelle immagini le cene condivise con i beduini del deserto, la strada percorsa fra infinite dune di sabbia, i profumi dei suk e i colori usati per tingere tessuti e tappeti.

E quanto ho sognato di assaporare i loro piatti deliziosamente speziati e i loro dolci che colano miele.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di seguire un corso in 4 lezioni tenuto da uno chef di origine marocchina al Centro Culturale italo-arabo di Torino, il Dar al Hikma (letteralmente La casa della sapienza), e lì è stato amore non solo a prima vista, perché anche olfatto, gusto, tatto e persino udito sono stati altrettanto conquistati da falafel, hummus, zaaluk, harira e cous cous di ogni genere e forma. Ma il piatto che più mi colpì fu la tajine di carne (in quel caso bovina) alle prugne: la cottura lenta in questa particolarissima pentola dal coperchio ad imbuto non solo permetteva di ottenere carni tenere e gustose, ma la forma del coperchio aiutava ad “imprigionare” umori ed odori, e da quel giorno non ho potuto più scordare l’esplosione di profumi che avviene nel momento in cui una tajine che vi viene scoperchiata di fronte. Una cosa che non si può spiegare.

Ho continuato per anni a sognare ancora il Marocco grazie al blog di Eleonora, Burro e Miele, dal quale ho preso la ricetta di questa meravigliosa tajine di pollo con olive verdi e limoni in conserva (che io ho preparato qualche tempo fa seguendo la ricetta tratta dal mio amato Jerusalem di Yotam Ottolenghi) che ci ha stregati. Ormai la preparo quasi una volta alla settimana (accompagnata ora con il pane marocchino, come sarebbe opportuno, ma a volte con del cous cous) perché, pur essendo un piatto molto leggero (il condimento può essere ridotto al minimo, grazie alla cottura che preserva i liquidi) è un piatto estremamente gustoso.

Ora Eleonora ha cambiato angolo di mondo, così mi darà nuovi luoghi da sognare attraverso i suoi piatti e i suoi racconti, ma nel frattempo chiudo gli occhi e sogno ancora una volta Marrakesh.

Tajine pollo finale

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Tajine pollo

Bibidibobidibu – Torta bilbolbul di Ada Boni

Quando ho scoperto, grazie a Federica, l’esistenza della torta bilbolbul di Ada Boni, il nome mi ha colpito subito, come un fulmine: che diavolo di nome è?

Se anche voi vi siete posti la medesima domanda, sappiate che è il nome di quello che convenzionalmente viene considerato il primo fumetto italiano (classe 1908), intitolato appunto Bilbolbul, che narrava le piccole avventure di un bambino africano. Ipotizzo che quando Ada Boni inserì questa ricetta nel suo Il talismano della felicità alla fine degli anni ’20, il fumetto dovesse ancora essere sulla cresta dell’onda, mentre ora è avvolto dal mistero (io non lo avevo mai sentito nominare prima). Il sospetto, e nemmeno tanto campato in aria, è che il nome della torta sia stato dato per somiglianza fra la pelle scura del protagonista del fumetto e il colore scurissimo di questo dolce, ricchissimo di cacao amaro (fate che non mi legga Salvini, o mi ritrovo inserita nelle liste della Lega senza nemmeno saperlo).

Ma, quando sono andata a leggere per benino ingredienti e procedimento, ho deciso che, casualità o no, bilbolbul somigli tanto alla formula magica bidibibodibibu.. e questa torta un po’ magica lo è davvero: niente burro né olio, niente uova, giusto quattro ingredienti, cinque minuti fra la pesata e il forno, et voilà, una torta perfetta per la colazione o per una merenda sana e golosa. E potete personalizzarla praticamente con tutto ciò che vorrete; io ho già provato l’originale e una versione arricchita da cubetti di pere ma, credetemi, non mi fermerò qui.

PS (che mi ero dimenticata): sostituendo il latte vaccino con latte di mandorle, nocciole, soya o altro, la torta diventa adattabile agli intolleranti ai latticini.

Torta bilbolbul

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Torta bilbolbul finale

La Pasqua della Tradizione – La pastiera napoletana tradizionale

Ogni anno cerco di preparare il blog (e me stessa) alla Pasqua con una ricetta della tradizione, che sia la Torta Pasqualina, la colomba (con lievito di birra o a lievitazione naturale) o la Pastiera.

Sì, non è la prima volta che compare una pastiera su queste pagine. Ma se la prima era una versione base, molto buona ma anche molto semplice da realizzare, ho deciso che era ora di affinare la conoscenza di questo dolce che adoro, perché racchiude in sé tanto di ciò che amo nei dolci: la ricotta, i sentori di agrume (per la scorza di limone e per l’acqua di fiori di arancio), la pasta frolla, i canditi.

Così mi sono affidata a Teresa, e ho deciso di preparare una pastiera con tutti i crismi: la frolla preparata con lo strutto, il grano ammollato tre giorni e poi bollito lentamente, la ricotta sgocciolata attentamente, la cottura a bassa temperatura su pietra refrattaria e il riposo di tre giorni (che è una prova di resistenza e di volontà ferrea).

Lo so, forse non sarete più in tempo per l’ammollo e la cottura del grano, ma siete ancora in tempo per averla pronta, riposata e matura per la domenica di Pasqua.

Passerò ancora di qui per farvi i miei auguri, ma almeno non potrete accusarmi di lasciarvi a bocca asciutta per questa festività ormai imminente.

Pastiera napoletana

pastiera napoletana

Di #FGD, magia, spezie e pumpkin pies

La settimana è arrivata.

Mancano quattro giorni quattro alla Foodie Geek Dinner, una cena in cui appassionati di cucina e di tecnologia (e, possibilmente, delle due cose insieme) legati spesso e volentieri in un rapporto virtuale quotidiano si trovano finalmente intorno ad un tavolo, le gambe sotto lo stesso, e lo smarthpone a portata di mano per fotografare/postare/hashtaggare, in una serata all’insegna dell’allegria, della convivialità e della magia.

Ebbene sì, non ho usato il termine a sproposito, perché il tema di questa cena è proprio quello della magia, perché Torino è da sempre “magica” e perché intorno al cibo avvengono tante piccole cose che spesso ci fanno pensare più ad una magia che al risultato un’azione umana.

Pensate ad una crema che fino ad un momento prima era liquida e il secondo dopo è densa proprio come la desideravate o, ancora, pensate ad un impasto che lievita, che raddoppia, che triplica, quasi come se dentro ci fossero forze invisibili a portarlo verso il cielo.

Ma soprattutto, per me, la magia più grande della cucina è quella di parlare senza le parole, quella di farci dire un “ti amo” con un pane appena sfornato, “scusa” con il piatto del core, “grazie” con una creme brulèe. Questa, per me, è la magia inaspettata, la più bella, quella di sostituirsi alle parole che, come diceva il buon Nanni Moretti, “sono importanti“, e il cibo pure.

La storia, però, in quanto al legame fra cibo e magia, ha sempre identificato come ingredienti magico/alchemici le spezie, quindi non posso che lasciarvi con una ricetta ricca di spezie e tipica, ma che più tipica non si può, della festa del Ringraziamento, per chi volesse cimentarsi con una cena a tema, o semplicemente per chi volesse provarla.

La ricetta è tratta dal libro Buon appetito, America! di Laurel Evans, consigliatissimo a chi sia in cerca di un libro sulla cucina made in US, compresa quella delle feste. Ho rielaborato le dosi della torta per adattarle alla mia tortiera apribile di diametro 20 cm.

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Pumpkin pie blog

Pumpin pie fetta blog

Comfort dessert di fine inverno – Pere al vino rosso per il #GFFD

Ariecchime!

Non ci si vedeva da fine febbraio, complice un week-end lungo in Val d’Aosta, fra sole, neve, fontina e lardo d’Arnad.

Riemergo che è già marzo, ed inaspettatamente questo inizio mese ha portato con sé un’aria ed un tepore che hanno tutto il profumo della primavera che attende impaziente alle porte.

Ma è ancora inverno, quindi perché non concedersi un dessert confortante come le pere al vino rosso, un grande classico qui in Piemonte. La ricetta che ho scelto di proporvi è quella dell’Osteria del Boccondivino di Bra (Cuneo), che ho tratto da Ricette delle Osterie d’Italia. Cucina Regionale.

Pere al vino BLOG

Pere al vino finale blog

Con questa ricetta partecipo al Gluten Free (fri)Day

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Risolatte, I love you

Mi davate forse per dispersa?! Ta-daaaa, riecchime! Non vi libererete così facilmente di me, cari miei! So che ormai mi vedete sempre meno su questi schermi, ma nella vita si va a periodi, e questo è un periodo in cui sto davvero poco davanti al pc, quindi il blog non può che risentirne un po’, ma come vedete torno sempre all’ovile.

E questa volta la parola “ritorno” si carica di nuovi significati… già, perché nel frattempo sono stata qualche giorno in Belgio, il mio primo viaggio in solitaria. Vi dirò, proprio perché in solitaria è stato un po’ strano, un po’ segnato dalle assenze, ma tutto sommato è stato un bel viaggio. Ed, essendo da sola, mi sono concessa dei ritmi forse un pelino massacranti (forse, eh): in 4 giorni ho visitato 4 città (Bruxelles, Anversa, Bruges e Gent), senza mai prendere un mezzo pubblico (se non il treno per viaggiare da una città all’altra), mangiando sempre cose un po’ al volo (che in Belgio equivalgono spesso a frites o a waffles) e vedendo quante più cose possibili, camminando, camminando, camminando e fotografando.

Non posso affatto lamentarmi e l’esperienza è stata assolutamente positiva, ma ammetto che questa volta il ritorno ha avuto un gusto tutto particolare, di gran lunga migliore di quello dolceamaro che di solito ogni ritorno da un viaggio ha.

E, per restare in tema di sapori dolci, ma non stucchevoli, esattamente come li amo io, ecco la ricetta del risolatte, un dessert che io amo oltre ogni ragionevole dubbio: fresco, leggero, delicato, personalizzabile, dal gusto pieno e semplice.. cosa potrei dire di più? Basta parole: mangiatelo, almeno con gli occhi o, preferibilmente, con la bocca.