Gli gnocchi al pomodoro e le gnoccate domenicali

Quando ho scoperto che la ricetta della sfida MTC n. 59 lanciata da Annarita erano gli gnocchi di patate, ho saputo immediatamente che cosa avrei proposto, infischiandomene apertamente di una possibile vittoria. Questa volta gioco per partecipare, perché non potevo non fare gli gnocchi al pomodoro, un piatto legato a filo doppio ad uno dei ricordi più cari e vividi della mia infanzia.

Ho già avuto modo di dirlo qui e là nei miei post, ma io non ho mai avuto un grandissimo legame coi miei nonni: ora non me n’è rimasto nemmeno uno, ma due non li ho mai conosciuti, e gli altri due non hanno mai spiccato per manifestazioni di affetto, quindi mi è sempre stato un po’ difficile costruire quel legame speciale che ho imparato possa esistere fra nonni e nipoti.

Io però ho avuto una fortuna che non molti hanno, quella di avere dei nonni acquisiti, amici di famiglia che per età avrebbero potuto essere miei nonni e che nel mio cuore sono sempre stati tali: presenze costanti nella mia vita, persone che amo e che ho il privilegio di avere vicino ancora oggi,  e persone che non ci sono più, la cui assenza pesa come un macigno, oggi come ieri.

Quando ero bambina c’era un rito che più di ogni altro univa la mia famiglia a quella dei miei “nonni”, la gnoccata domenicale. Si decideva qualche giorno prima, e poi la domenica in tarda mattinata si andava da loro. Lui era già intento a girare il sugo di pomodoro, di quelli semplici semplici, ma che buoni così non ne ho mangiati più. Lei invece impastava patate, farina e uova (almeno, io ricordo che l’uovo ci fosse, mai ormai non ci giurerei più), lasciava un attimo l’impasto sotto un canovaccio e poi cominciava a fare i classici salsicciotti. Poi via via cominciava a tagliare gli gnocchi, lanciandoli veloci veloci verso me, mio padre e mia madre che, seduti al tavolo muniti di forchette, li rigavamo e li mettevamo in una serie infinita di vassoi infarinati, in parte destinati al pranzo, in parte al freezer.

Gnocchi al pomodoro goccia
Con questa foto partecipo ai premi fotografici MTC

Quando si finiva la corvée e parte della produzione era al sicuro in freezer, si cuoceva una bella porzione di gnocchi, si condiva col sugo e via a tavola, in quelle domeniche che erano così semplici, eppure così speciali.

Ancora oggi mi pare di sentire la consistenza di quegli gnocchi, il sapore di quel sugo, la naturalezza di quell’ambiente così famigliare. Gli gnocchi di Paoletta per me non avranno mai rivali nel mondo.. per questo, da quando lei non c’è più, io non li ho più mangiati, né a casa né fuori a cena, né tanto meno li ho più preparati.

Gnocchi

Quando lavoravo al ristorante li ho preparati tante volte, a chili e chili, con una ricetta che per me è sempre stata come una bestemmia in chiesa: tantissime uova, fecola di patate, un procedimento astruso.. buoni, ma troppo complicati per esser gnocchi “veri”. Li ho persino ritentati fra le mura domestiche ma, non so se per un rifiuto psicologico, diventarono uno gnocco unico, sfaldandosi nell’acqua.

Questa volta non potevo proprio esimermi, e ci ho riprovato. Da sola a casa, mi sono messa all’opera, e ho risentito in quei gesti semplici, in quei due ingredienti, in quel sugo che sa di buono, quella stessa emozione che provavo in quelle domeniche da bambina, a rigar gnocchi con la forchetta, in una cucina piena di persone che parlano e ridono insieme, accavallando racconti e battute.

E non credo sia un caso se ho trovato questi gnocchi semplicemente perfetti, proprio come quelli delle gnoccate domenicali della mia infanzia.

Gnocchi al pomodoro

GNOCCHI AL POMODORO –> DOWNLOAD THE ENGLISH RECIPE (PDF) BY CLICKING HERE

Gnocchi al pomodoro trionfo

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 59

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Il cibo fa sempre la differenza – Brodetto del piemontese in barca

Come si fa a scegliere un momento in cui il cibo ha fatto la differenza?

Il cibo per me fa sempre la differenza.

Non credo di riuscire ad identificare un momento della mia esistenza in cui il cibo non abbia fatto in qualche modo la differenza. E no, non parlo solo delle occasioni, dei momenti importanti, che sono tutti legati a filo doppio al cibo: la prima cena interamente preparata da me per mia mamma reduce da un’operazione, la focaccia e il battuto di lardo preparato per un primo appuntamento (che lui nemmeno aveva capito fosse un appuntamento), il risotto agli asparagi preparato sui fornelli del camper in Provenza, la colomba impastata a quattro mani o la responsabilità immensa di preparare una torta nuziale. Potrei andare avanti per ore, perché ogni singolo momento significativo ha un collegamento con ciò che mangio o con ciò che cucino.

Ma anche le infinite soddisfazioni che derivano dal mettermi alla prova in cucina: il primo pollo disossato, la prima pasta sfoglia, gli esperimenti con i grandi lievitati, il primo pesce sfilettato (ed eccoci arrivati ad oggi).

Ma tutto per me si collega al cibo, che io considero l’espressione più naturale e semplice dei miei sentimenti. Anche “solo” preparare il menù settimanale, soppesare pietanze ed ingredienti in modo che ogni pasto, sia esso condiviso, solitario o da consumare in ufficio, conservi quella cura dei dettagli e quell’attenzione che sottintende l’amore.

Non credo sarei capace di esprimere a parole tutto quello che in modo del tutto istintivo riesco a trasmettere con la cucina, che è creare nutrimento per la propria e l’altrui anima. Per questo il cibo per me fa sempre la differenza. Se ho scelto che il cibo, nella sua forma cucinata o nella sua accezione storico-culturale, dovesse essere la mia vita, ci sarà pure un perché, no?!

Non so se è la risposta che auspicavi di ricevere, Anna Maria, quando hai lanciato il tuo doppio guanto di sfida con questo MTC 55 dedicato al brodetto di pesce, ma è l’unica risposta che sono in grado di dare, la sola che potrei dare ogni singolo giorno della mia vita.

Avrei voluto con tutto il cuore proporre un broeto all’Istriana, in omaggio a mia nonna Eufemia (che in realtà mi dicono che demandasse la preparazione a sua sorella, che prediligeva un brodetto molto acquoso in cui poi cuocere gli spaghetti spezzati), ma non avendo una ricetta affidabile e vivendo ben lontano dall’Adriatico, ho desistito, inventando di sana pianta un brodetto del Piemontese in barca, e preparandolo con il procedimento suggerito da Anna Maria e con qualche piccola variazione. La barca che ho immaginato ondeggia sulle acque della Liguria (da cui arriva buona parte del pesce che ho utilizzato in questo brodetto), ma ho aggiunto 3 elementi che ad un marinaio piemontese (!) avrebbero ricordato casa: il vino Arneis, la passata di pomodoro (l’industria delle conserve di pomodoro è nata proprio a Torino, con la Cirio) e i grissini, elemento di accompagnamento che non potrebbe mai mancare sulla tavola del buon piemontese (la ricetta dei grissini rubatà la trovate qui – io ho eliminato il cioccolato dalla ricetta, e vi suggerisco di fare altrettando).

Essendo una piemontese innamorata follemente del mare (ah, se solo Torino avesse il mare) non potevo proprio rinunciare a cogliere l’occasione per mandare in barca un po’ del mio amato Piemonte.

Brodetto

 DOWNLOAD THE ENGLISH RECIPE (PDF) HEREBrodetto finale

Con questa ricetta partecipo alla sfida n. 55 dell’MTChallenge

mtc 55

Grandi classici – Cannelloni ricotta e spinaci

C’è poco da fare, ci sono dei piatti della tradizione italiana che si ricollegano immediatamente alla festa. Quei piatti che, non appena appoggiati sul tavolo, fanno pensare alla domenica, alla casa, alla famiglia tutta disposta intorno al desco (la parola forbita del giorno). Di solito quei piatti, almeno nel mio immaginario, sono (quasi) sempre fumanti, (quasi) sempre perché appena usciti dal forno.

Provate a pensarci: le lasagne, la pasta al forno (che per me non sono la stessa cosa), i timballi, la parmigiana di melanzane, gli arrosti (con tanto di patate al forno, ovviamente), e poi pizze e focacce, e chi più ne ha più ne metta. Sarà, ma le pietanze cotte in forno secondo me sono un po’ sinonimo di festa, di cura per la tavola, di convivialità.

E fra questi piatti, e a pieno diritto, entrano anche i cannelloni, che io amo nella loro versione più famosa e forse più semplice, quella ricotta e spinaci, conditi con sugo di pomodoro e besciamella. Lo ammetto, preparati da zero richiedono un certo impegno: tutto in questo piatto può (e forse deve) essere fatto a mano, ed è questa sfida che mi conquista ogni volta che li preparo. Perché amo trovarmi di fronte ad un piatto che possa definire davvero “fatto in casa” (mi attrezzerò per fare anche le pirofile in casa, per correttezza filologica) e che possa dire alle persone sedute intorno al tavolo “vi voglio bene” al primo assaggio. E questa non è cosa da tutti i piatti…

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Lasagne ricce di grano duro con melanzane e scamorza affumicata

Era da troppo tempo che non si vedevano su questi schermi delle belle lasagne che, come si sa, fanno sempre festa, tavola imbandita, che profumano di convivialità e di domenica in famiglia. E voglio continuare a darvi ricette per delle lasagne un po’ diverse da quelle classiche (e qui ognuno ha la sua versione: io considero “classiche” quelle con ragù di carne, besciamella, mozzarella e parmigiano… ma conosco versioni con l’aggiunta di prosciutto, piselli, uova sode, polpette, salame e quant’altro), quindi vi presento una versione nuovamente vegetariana, ma questa volta in rosso (non in verde, come l’ultima volta)!