San Valentino Gluten Free – Seppie con carciofi e pinoli

Oggi è San Valentino e, se posso essere completamente sincera, non me ne può fregare di meno.

Infatti, non ho l’abitudine né l’intenzione di festeggiarlo con regali, uscite a cena, cioccolatini e nemmeno fiori (no, non è un lapsus, mi piace regalare fiori, anche ad un uomo). Se proprio oggi volessi dare una dimostrazione d’amore, lo farei cucinando, come spesso mi capita.

E, se proprio volessi qualcosa di speciale, preparerei un menù di pesce, perché per me pensare e realizzare un menù interamente di pesce è un gesto d’amore, ricercato, curato e anche romantico (certo, ammetto che pulire le seppie non sia il gesto più romantico a cui riesca a pensare, ma prendetemi così come sono).

Così oggi ho deciso di consacrare questo San Valentino a due cause, quella Gluten Free per il 100% Gluten Free (Fri) day, e quella della pesca sostenibile, promossa da ConsuMare giusto.

Quindi, oggi trovate la mia proposta per un secondo piatto di pesce e, in calce alla ricetta, i link per un menù di pesce interamente Gluten Free (sì, dolce compreso.. specifico che però il dolce non è a base di pesce, ché non si sa mai).

Buon San Valentino a tutti… a chi lo festeggia e a chi no…

Seppie, carciofi e pinoli blog

Seppie, carciofi e pinoli finale blog

Ecco la mia proposta di menù Gluten Free di pesce

Antipasto: Carpaccio di polpo

Primo piatto: Risotto al nero di seppia (e seppie)

Secondo piatto (alternativo a quello qui proposto): Involtini di pesce spatola (unica accortezza, utilizzare pane grattugiato gluten free)

Dolce: Red velvet cake gluten-free

Per chi fosse interessato ad altre proposte di menù per San Valentino, date un’occhiata qui.

Con questa ricetta partecipo al 100% Gluten Free (Fri) Day

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Rimedi per un’improvvisa voglia di mare: cozze gratinate “alla poverella”

Ci sono dei giorni in cui tutto ciò che desidero è l’estate, il sole, il mare e un po’ di caldo (non troppo, per carità).

Sarà che non mi alletta l’idea di avere di fronte a me una 4-5 giorni di pioggia a catinelle, una settimana di bicicletta abbandonata in un angolo, di semi-clausura (casa-lavoro-lavoro-casa), di giri con il cane sotto la pioggia e di lotte con lei che si ribella all’asciugamano con uno spirito assai lontano da quello di Gandhi.

E così, per sognare di un’estate ancora lontana, mi concedo una fuga al mare con la fantasia, con la suggestione data da queste cozze gratinate “alla poverella, cioè con pochissimi e poverissimi ingredienti, per un finger food al profumo di mare pronto in un baleno.

Cozze gratinate collage blog

Cozze gratinate blog

Fricandò e biove per l’MTC: un post 100% piemontese

Quando ho appreso che per l’MTC di questo mese le sorelle Calugi de La cucina spontanea  avevano scelto di lanciare il guanto di sfida  sullo spezzatino, ho immediatamente pensato che sarei rimasta nel mio Piemonte.

Mi sono detta: “vuoi che non esista uno spezzatino piemontese?!”. Sarà pur vero che il più emblematico piatto piemontese è a base di acciughe, ma siamo pur sempre in una regione di terra, di bolliti misti, di Fassona, di fritti misti di carne, di finanziera. Quindi… vuoi che non ci sia uno spezzatino?

Ovviamente non era possibile, e così ho scoperto il fricandò, un piatto dalle risonanze francesi, quelle del fricandeau, un pezzo di carne di vitello stufata con l’aggiunta di lardo; questo  termine, a sua volta,  si ricollega presumibilmente a fricassèe, cioè alla modo di cucinare le carni stufandole.

E quindi tutto torna. Sì, perché in questo fricandò il lardo c’è, e la carne viene stufata a fuoco lento;  non è mica un caso che la Francia sia proprio qui a due passi, che a noi piemontesi piaccia o no.

La carne che ho scelto di utilizzare è quella bovina, rimanendo così più legata alla Francia, mentre il fricandò piemontese può sì essere fatto con una sola carne, ma spesso e volentieri ne utilizza diverse insieme, soprattutto di bovino e maiale, ma a volte anche con l’aggiunta di salsiccia o altro.

Il destino ha anche voluto che, con questa scelta, rimanessi legata ad una tradizione famigliare che mi era sconosciuta fino a quando, parlando con mia mamma, se n’è uscita con un “ah, ma certo, il fricandò, lo faceva sempre nonna, ma solo di bovino”. Nemmeno a farlo apposta, soprattutto se si considera che mia nonna non era nemmeno piemontese. Strana, a volte, la vita.

Fricandò e biove

Vi lascio quindi la mia ricetta per il fricandò, uno spezzatino di bovino rosolato in lardo ed odori,  cotto a lungo con l’aggiunta di vino e brodo, per poi essere arricchito da patate e cipolline. Alla fine la carne è cotta a puntino, e si crea un puccino, ma un puccino, che è proprio un peccato non raccoglierlo.

La scarpetta blog

Ecco quindi anche la ricetta delle biove, il pane piemontese per eccellenza e che oggi si fatica sempre più a trovare. Un pane che sono stata assai lieta di riscoprire: un pane morbido, dalla mollica compatta ed umida, semplicemente perfetta per fare scarpetta. La ricetta è quella delle sorelle Simili, adattata magistralmente per lievito madre da Eva e Claudio (aka Fable de Sucre); a loro va ogni merito.

Biove, pane piemontese

FRICANDÒ E BIOVE -> DOWNLOAD THE ENGLISH RECIPE (PDF) BY CLICKING HERE

Fricandò spezzatino di bovino

Con questa ricetta partecipo all’ MTChallenge di gennaio
http://www.mtchallenge.it/2014/01/mtc-n-35-la-ricetta-della-sfida-di.html

 

Giornata mondiale dell’ossobuco alla milanese (the day after)

Ieri, di ritorno a casa, tardi, inizio a pensare che dovrei andare a spulciare tutte le nuove ricette comparse sui miei blog preferiti, poi mi ritrovo a pensare che forse dovrei prima aggiornare il mio blog e poi pensare a quelli degli altri… ma,  guardando gli altrui blog (per la serie “pensare una cosa e farne l’esatto opposto”), scopro da Sigrid che il 17 dicembre si celebrava la giornata internazionale dell’ossobuco alla milanese (non è che ogni anno si dedichi una giornata a questo piatto, ma ogni anno la GVCI dedica ad un piatto specifico la giornata mondiale delle Cucine Italiane, e quest’anno il piatto in questione era, appunto, l’ossobuco alla milanese).

Certo, non sarà come dimenticare il compleanno di tuo padre, le chiavi della macchina nel quadro o di prendere i guanti per uscire quando fuori ci sono -6° C (cosa che comunque a me è capitata giusto ieri), però, dal momento che la mia ricetta dell’ossobuco alla milanese aspettava da un po’ di essere pubblicata (giacché la ricetta in questione arriva da quel corso sui tagli e le cotture delle carni frequentato qualche mese fa, e di cui già vi avevo parlato qui) mi è sembrato uno scherzo del destino quello di perdere l’occasione d’oro per scrivere di questo fantastico comfort food invernale.

E così, se mi perdonate il giorno di ritardo, festeggio anche io gli ossibuchi (e il “the day after” dona anche un connotato apocalittico che oggi mi piace assai).

Il contorno per ossibuchi DOC è il risotto alla milanese, che ne è perfetto e naturale complemento, ma anche la polenta è un ottimo contorno per ossobuco alla milanese; ovviamente, però, se questi abbinamenti  non vi convincono, o se gradite di più un accompagnamento a base di verdure, potete scegliere un contorno per gli ossibuchi diverso. Io per esempio ho utilizzato dei carciofi in umido, ma sta benissimo anche un morbido puré di patate o delle carote saltate. Insomma, quello che più preferite!

 

Con questa ricetta partecipo al contest del Molino Chiavazza dedicato al Comfort Food. So che la farina non è qui un ingrediente primario, ma è indispensabile per la perfetta riuscita del piatto.

Risotto toma blu e pere.. e un pieno di awards

Domenica, dopo una votazione popolare avvenuta su Facebook (quindi, se non siete ancora fan della mia pagina, cosa state aspettando?!), ma pubblicizzata anche su Twitter (e anche qui, non seguite ancora i miei dolci cinguettii?! Ma allora lo fate apposta!!), il popolo dei miei lettori italiani e stranieri mi ha davvero stupito, scegliendo fra le quattro opzioni da me date il cavallo lento, ovvero la ricetta che ritenevo meno probabile… e invece, i 30 votanti (ok, questo esercizio di democrazia è ancora un po’ zoppicante, ma l’obiettivo è di aumentare il bacino dei votanti ed utilizzare sempre più spesso questo metodo, se vi piace) mi hanno colto alla sprovvista, scegliendo proprio il risotto con toma blu (vaccina) e pere: buongustai i miei lettori, eh?!

Come avrete già avuto modo di intuire leggendo anche solo distrattamente i miei post, quello fra me e il formaggio non è solo un amore passeggero, ma è una relazione stabile, felice e a lungo –anzi, lunghissimo– termine! E, sempre come avrete potuto notare dalla variegata presenza di prodotti caseari, li amo proprio, ma proprio tutti, anche quelli più puzzosi e difficili da amare! La toma blu rientra a pieno titolo fra questo nucleo di formaggi: questa toma, infatti, dall’odore deciso (eufemismo), molto piccante e saporita, si sposa perfettamente con il gusto dolce e delicato della pera: d’altronde, lo dice anche la saggezza popolare che cacio e pere sono un accostamento divino (e, lasciatemelo dire, i formaggi erborinati con le pere sono al di sopra del divino).

La toma blu utilizzata in questa occasione non è la classica toma blu ovina, più solida e compatta (che vedete comunque nella foto qui sopra, a destra, nella sua fulgida bellezza), ma è una toma blu vaccina, molto simile per consistenza (ma più intensa nel gusto) ad un gorgonzola naturale piccante (sempre nella foto, ma sulla sinistra), entrambe souvenir da un breve soggiorno in Langa.

Quindi, una volta trovato il formaggio giusto (che credo sia la parte più difficile) e avendo a disposizione delle dolcissime pere, avrete tutto (o quasi) ciò che vi serve per questa ricetta.

Come avete potuto notare in questi mesi di blog, tendo spesso ad utilizzare (a volte persino in ricette etniche) prodotti della mia regione o, più in generale, prodotti italiani, sia per la loro incredibile varietà e qualità, ma anche per l’amore che provo per loro. Mi auguro che questo amore traspaia da queste pagine e che, grazie a mio blog inglese, spero possa arrivare anche all’estero (sto lavorando ad una sorta di guida agli ingredienti italiani per gli amici stranieri, per venire incontro ad alcune probabili difficoltà).

Dopo questo iniziale preambolo (e vi chiederete ma che c’entra?!), colgo l’occasione per ringraziare Manuela di Manu’s menu per la pioggia di awards che mi ha gentilmente passato… ma, ancor più, vi consiglio vivamente di visitare il suo blog (in inglese): Manuela è un’italiana trapiantata in Australia, e il suo blog di cucina è un fantastico vademecum culinario per gli amanti della VERA cucina italiana (e non di quella che spesso vediamo spacciata per tale in giro per il mondo, ma che tale non è). Il suo è un lavoro rigoroso e curato da cui emerge un grande amore per la nostra cucina, ma con “doverose” concessioni alla cucina australiana ed indiana.

Come già accaduto per gli altri awards ricevuti, il regolamento vuole che io dica 7 cose che forse non sapete di me (e chissà se vi interessano) e che io passi questi premi ad altri 15 blog.

7 cose che forse non sapevate di me (anche se vivevate benissimo senza).

  1. Ho lavorato per due anni nelle cucine degli asili statali della mia città (sia scuole materne che asili nido), cosa che mi porta ancora adesso a tagliare tutto in formato “bimbo di 2 anni che potrebbe strozzarsi con un pomodoro tagliato troppo grosso”.
  2. Possiedo ben 3 numeri di telefonia mobile, con 3 operatori diversi ed “installati” su due differenti cellulari (uno normale ed un dual sim)… tutto ciò perché sono fissata con il risparmio telefonico. Ebbene sì, anche se ai più può sembrare strano, ciò mi permette di dimezzare (almeno) la mia spesa telefonica.
  3. Ho praticato il nuoto per la maggior parte della mia vita, fermandomi solamente prima del passaggio all’agonismo (sarebbe stato un impegno per me inconciliabile con la vita studentesca). Ancora adesso amo alla follia nuotare, e considero l’acqua il mio elemento.
  4. Fino al 2008, esclusi alcuni brevissimi periodi della mia vita, ho sempre portato i capelli cortissimi (taglio a spazzola).. dal 2008 ad oggi non li ho mai spuntati più di qualche centimetro.
  5. Mangio praticamente di tutto (e in cucina mi piace sperimentare e/o assaggiare tutto)… l’unica cosa che ancora oggi mi rifiuto di mangiare è la barbabietola, perché mi ha sempre fatto ribrezzo il suo odore terroso. Ma prima o poi la ri-assaggerò.
  6. Dall’età di 6 anni fino ai 17 ogni estate della mia vita ho trascorso 15 giorni in colonia, lontano dai miei genitori. Ogni anno sono stata in un luogo diverso e, nel mio ultimo “viaggio” ho trascorso 15 giorni in crociera in barca a vela viaggiando dalla Basilicata fino ad alcune isole della Grecia (tra cui Corfù), toccando diversi porti e porticcioli dell’Italia meridionale.
  7. Amo molto dipingere, ma sono assai più brava a copiare quadri famosi che non ad  eseguire composizioni personali… sarà perché raramente ho avuto grandi ispirazioni artistiche!

Per quanto riguarda il passaggio di awards, sono lietissima di poter trasmettere questi numerosissimi premi a questi 15 blog che seguo ed amo (avvertimento: sono tutti in lingua inglese):

  1. Nami di Just One Cookbook
  2. Isabelle di Isabelle At Home
  3. Amie di My Retro Kitchen
  4. Christina di Dessert For Two
  5. Paula di Bell’Alimento
  6. Rochelle di Pretend Chef
  7. Lindsay di Rosemarried
  8. Dara di Cookin’ Canuck
  9. Gourmantine
  10. Kristen di Frugal Antics of a Harried Homemaker
  11. Micheal di The Culinary Lens
  12. La bella coppia di Do not call it Bolognese
  13. Chris di Gourmet Fashion
  14. Purabi di Cosmopolitan Currymania
  15. Krista di Budget Gourmet Mom

 

 

Fascino in nero: risotto al nero di seppia

Ultimamente mi sono concessa troppa allegria, troppi colori, troppa primavera! Quindi oggi dico basta, e mi depuro con un post total-black, in cui il nero, proprio lui, la fa da padrone.

E questo per quanto riguarda la vista, ma per il gusto?!

Il gusto rimane primaverile, fresco e deciso, che fa pregustare l’estate con le sue note di mare, ma che rimane ancora in questa terra di mezzo che è la primavera, visto l’utilizzo del risotto (che io non vedo affatto come piatto estivo, se si esclude la sempreverde insalata di riso).

Sull’olfatto non mi dilungo, visto che di pesce si tratta, e il pesce o lo si ama o lo si odia, odore incluso… certo non acquisterei un’eau de toilette alla seppia, ma per cucinare e, quindi, mangiare pesce (e non mi veniate a dire che la seppia non è un pesce, ma un mollusco cefalopode, che il concetto l’avete capito benissimo) sono pronta a sopportare anche il non profumatissimo odore (sebbene, in realtà, le seppie non abbiano poi questo gran olezzo).

Sul tatto che dire?! Se proprio ci tenete a saperlo, le seppie sono abbastanza scivolose e durette, non possiedono quindi una consistenza particolarmente piacevole, ma tant’è, come per l’odore, c’è di peggio! Sul nero di seppia, invece, posso solo dirvi che, in presenza di strani desideri legati a tinte atipiche per capelli, potrebbe andare bene!

Direi che ci manca solo l’udito… ma siccome nella mia –pur breve– vita non ho mai sentito una seppia parlare nè, ancor meno, cantare, dovrete attendere che sviluppi dei poteri sovrannaturali appositi.

Finita questa filippica immotivatamente lunga sui cinque sensi, vi lascio in pace e vi presento questa semplice ricetta per un buon risotto al nero di seppia e seppie.