Ricordi mantovani: i tortelli di zucca

Ve l’ho già detto la scorsa volta che io per la zucca ho un debole.. e uno mica da poco, aggiungerei.

E se il passato di zucca è il mio tallone d’Achille (chi di voi crede che ne abbia uno solo alzi la mano… ecco, chi ha alzato la mano si sbaglia), forse al secondo posto della mia personale top 10 dei piatti a base di zucca che preferisco figurano i tortelli di zucca, con quel ripieno dal sentore di amaretto e mostarda che mi stupisce ogni volta e mi fa andare in sollucchero, conditi con burro e tanto, ma proprio tanto Parmigiano grattugiato: una libidine, non ho ulteriori definizioni.

Inoltre, per me tortello di zucca significa Mantova, e Mantova è una città che amo moltissimo, a misura d’uomo, dal fascino discreto e delicato, con i suoi ciottoli, le sue piazzette, i suoi palazzi, le sue memorie virgiliane e la sua cucina ricca e generosa.

A Mantova si legano poi ricordi di soggiorni trascorsi tra librerie e ristoranti, di persone (che magari a Mantova non ho mai incontrato, ma tant’é… il mio cervello fa le sue associazioni, quindi prendetevela con lui) che ora tendo a trascurare, ma che porto sempre nel cuore per ciò che mi hanno trasmesso, per la loro vicinanza, per i consigli, le risate e le mangiate. E a Mantova si legano anche altri ricordi, di persone perdute, che, grazie alla loro dipartita, mi hanno insegnato l’importanza sapersi rialzare, la grandezza e il potere del cambiamento. Così, a questi ricordi dal sapore dolce-amaro, quelli che in bocca lasciano un retrogusto sgradevole, si sostituiscono ricordi nuovi, dal sapore dolce ma capaci di stupire all’improvviso con qualcosa di inatteso e delizioso, un po’ come questi tortelli di zucca che ora per me sanno di tenerezza, di sorpresa, di felicità.

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Un breve ritorno in Piemonte: pesche ripiene

Le vacanze veronesi-berlinesi sono ahimè finite, e sono state splendide: Verona (dove abbiamo fatto base verso Villafranca, dove siamo andati al concerto di Ben Harper, al cui ricordo ho ancora la pelle d’oca, ma vi racconterò) è una città pacata, di una bellezza delicata e sottile, mentre Berlino è una città ricca di storia recente, piena di vita, di modernità, di movimento. Al più presto vedrò di mostrarvi delle foto della mia vacanza, appena avrò modo di riordinarle, e di riordinare i miei ricordi di conseguenza… prometto che presto vi racconterò per immagini e parole questi viaggi e le emozioni che mi hanno lasciato, ma probabilmente avverrà dopo (o durante, chissà?!) un’ultima (o penultima?! Sono molto criptica, oggi) vacanza insperata e marittima ad Albenga, in cui mi ripropongo di dedicarmi al mare, al relax e alla disintossicazione dal cibo berlinese (non vi preoccupate… vi racconterò anche le cose indicibili che sono riuscita ad ingurgitare).

Ma, prima di ripartire, non potevo che lasciare una ricetta che sottolinei questa giornata di ritorno a casa, con un dolce tipico (che più tipico non si può) dell’estate made in Piemonte: le pesche ripiene di amaretti e cacao.

Metto subito le mani avanti: essendo una ricetta tradizionale e famigliare, ci sono milioni di versioni e quasi tutte non si basano su delle quantità prestabilite, ma vanno molto “ad occhio“. Io cercherò di dare delle indicazioni di massima, ma poi si tratta, come sempre, di gusto e preferenze. C’è una certezza, in tutto ciò: comunque vi venga il ripieno (troppo molle, troppo duro, poco dolce, troppo dolce) il risultato, una volta uscito dal forno e raffreddato, sarà divino…. E non è cosa da poco.

 

Chapeau, monsieur Bonet!

Foto della redazione di Siamo Donne

Eccomi alle prese con la prima ricetta tipicamente, ma proprio proprio tipicamente piemontese: stiamo parlando di un gran dolce della tradizione, forse IL dolce piemontese per eccellenza, ovvero del Bonet (che, per chi non lo sapesse, si legge “bunét“). Il Bonet che io conosco è tipicamente langarolo ma, essendo un dolce diffuso in tutta la regione, ne esistono differenti varianti, alcune delle quali comprendono anche l’utilizzo del caffè, altre sostituiscono il rum con il Marsala. Come tutti i dolci dal nome dialettale, questo dolce porta con sé delle storie: perché, infatti, il Bonet si chiama così?

Il “Bonet” in dialetto piemontese (non saprei dire di che zona, però) è un berretto schiacciato, ed esistono due spiegazioni del perché si sia scelta proprio questa parola per indicarlo. La prima interpretazione è legata al fatto che il dolce venga tradizionalmente cotto in uno stampo a forma di tronco di cono, che ricorderebbe, appunto, quella di un berretto schiacciato. La seconda spiegazione, invece, è molto più pragmatica, e si legherebbe al “ruolo” del Bonet nel corso del pasto, poiché esso viene servito “a cappello” del pasto stesso.

Il primo significato è maggiormente attestato, ma non ci sono certezze vere e proprie.. il fascino di queste storie forse risiede nel fatto che ci sia della verità  in ognuna di esse, ma che non sia possibile identificarne solamente una come vera.

Sia come sia, io di una cosa sono certa: questo dolce è fantastico! Non è un budino al cioccolato, come alcuni erroneamente lo definiscono, ma è molto, molto di più: è un tripudio di gusto, intenso e delicato insieme, in cui l’amaretto sposa il cacao, il rum e il caramello, in cui ogni sapore esalta il precedente e prepara al successivo.

Anche la sensazione “tattile” al palato è esaltata dal connubio fra la densità  del caramello, la “budinosità ” del Bonet e la lieve croccantezza dell’amaretto. Insomma, per me è un dolce ricco, delicato ed elegante (sì, anche un dolce al cucchiaio può avere la sua eleganza, e che diamine!), che ha alle spalle una solida tradizione (quanto mi piacerebbe provare a farlo nel “putagé” -ovvero una cucina e stufa a legna) e che permette di gustarsi il Piemonte in un boccone!

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Aggiornamento dell’11/11/2011

Ecco qui la video ricetta realizzata insieme alla redazione di Siamo Donne.