Risolatte, I love you

Mi davate forse per dispersa?! Ta-daaaa, riecchime! Non vi libererete così facilmente di me, cari miei! So che ormai mi vedete sempre meno su questi schermi, ma nella vita si va a periodi, e questo è un periodo in cui sto davvero poco davanti al pc, quindi il blog non può che risentirne un po’, ma come vedete torno sempre all’ovile.

E questa volta la parola “ritorno” si carica di nuovi significati… già, perché nel frattempo sono stata qualche giorno in Belgio, il mio primo viaggio in solitaria. Vi dirò, proprio perché in solitaria è stato un po’ strano, un po’ segnato dalle assenze, ma tutto sommato è stato un bel viaggio. Ed, essendo da sola, mi sono concessa dei ritmi forse un pelino massacranti (forse, eh): in 4 giorni ho visitato 4 città (Bruxelles, Anversa, Bruges e Gent), senza mai prendere un mezzo pubblico (se non il treno per viaggiare da una città all’altra), mangiando sempre cose un po’ al volo (che in Belgio equivalgono spesso a frites o a waffles) e vedendo quante più cose possibili, camminando, camminando, camminando e fotografando.

Non posso affatto lamentarmi e l’esperienza è stata assolutamente positiva, ma ammetto che questa volta il ritorno ha avuto un gusto tutto particolare, di gran lunga migliore di quello dolceamaro che di solito ogni ritorno da un viaggio ha.

E, per restare in tema di sapori dolci, ma non stucchevoli, esattamente come li amo io, ecco la ricetta del risolatte, un dessert che io amo oltre ogni ragionevole dubbio: fresco, leggero, delicato, personalizzabile, dal gusto pieno e semplice.. cosa potrei dire di più? Basta parole: mangiatelo, almeno con gli occhi o, preferibilmente, con la bocca.

Profumo di inverno – muffins mele, cannella, noci Pecan e miele

Ci sono dei profumi che inevitabilmente mi riportano a determinate stagioni, a certi luoghi, a precisi istanti. Dicono che l’olfatto sia un senso molto potente, capace di attivare la memoria in modo più istantaneo rispetto agli altri sensi.

Io non posso definirmi una “feticista degli odori“, ma non posso negare che il profumo di una persona, l’aroma confortante del pane appena sfornato o l’odore di alcune erbe aromatiche costituiscano delle “sensazioni odorose” che rimangono dormienti nel cervello, pronte a risvegliarsi ad ogni buona occasione.

Sarà che ho preso il “naso” di mio papà, non esteticamente (ne ho preso la forma, ma non le dimensioni.. non me ne voglia, ma è andata decisamente meglio così), ma proprio a livello sensoriale.. forse devo il mio olfatto a lui non solo per una questione genetica, ma per una questione di “allenamento“.. in tantissime foto di me da piccina insieme a mio padre, lui è immortalato nel gesto di farmi annusare della lavanda, del rosmarino o chissà quale altra erba aromatica.
È possibile che ciò abbia influito sullo sviluppo dell’olfatto? Chi lo sa, ma a me piace pensare che sia così.

E, se certi odori rimandano ad atmosfere autunnali (le caldarroste o l’odore di sottobosco, di funghi), estive (l’odore di salsedine o di crema solare, per quanto mi riguarda) o primaverili (la primavera ha un suo odore proprio e caratteristico, che credo derivi dalla vita che rinasce dopo il torpore dell’inverno), ci sono anche odori che accompagnano l’inverno.. in questi giorni siamo circondati dall’odore della neve (“Perché, la neve ha un odore?“, vi chiederete… secondo me sì, ma non saprei descriverlo o definirlo), ma ci sono dei profumi e degli abbinamenti che “sanno” di inverno, di casa calda, di the fumante.

Per me il profumo di cannella, quello del miele e delle mele che cuociono in forno rientrano fra i profumi invernali.. e allora perché non farli sposare in un muffin?

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Gli Omini di pan di zenzero della Vigilia

Eccoci qui giunti all'amata o temuta Vigilia di Natale.. oggi è giornata di preparativi, per mettere a posto la casa, cucinare (io ho in programma il coniglio al civet e il pane per il pranzo di domani), impacchettare gli ultimi regali e, per quanto mi riguarda, confezionare i regalini mangerecci (così non perderanno, si spera, la loro fragranza). Lo so che ho lesinato in materia, non lasciandovi molte ricette a tema, ma non volevo che gli amici più cari vedessero on-line cosa avrebbero ricevuto come strenna natalizia, invece che avere la giusta e meritata sorpresa.

Ma oggi posso svelare almeno il primo mistero di Fatima, riguardante i dolcissimi e tenerissimi Omini di pan di zenzero (alias Gingerbread men), che tanto mi ricordano Zenzy di Shrek. Certo, non sono un dolcino della nostra tradizione, ma a me questi biscotti speziati piacciono da morire, e trovo che odorino di inverno, di calore casalingo, di Natale. Inoltre, una volta decorati (se pur molto semplicemente, nel mio caso) con la glassa, diventano davvero teneri e simpatici, che quasi manca loro solo la parola.

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Home-made is better: la cugnà

Con questa ricetta apro ufficialmente (anche se dovrei forse includere qualche ricetta passata) assai volentieri una nuova “rubrica” dal titolo Home-made is better, cioè una rubrica dedicata a tutte quelle prelibatezze che forse potreste trovare in negozi che vendono prodotti di qualità, ma che fatte in casa raggiungono un nuovo livello di bontà, direi quasi oltre il Nirvana del gusto, ecco.

Inoltre, questa rubrica mi servirà anche per lanciare qualche idea per l’ormai prossimo (argh!) Santo Natale, idee che possono senza ombra di dubbio essere utilizzate anche per altre occasioni (compleanni, lauree, cresime, battesimi, bar mitzvah, matrimoni -regali o bomboniere- e chi più ne ha più ne metta).. insomma, fatene un po’ quel che volete.

Per aprire al meglio questa rubrica, punto su un prodotto regionale, che forse alcuni di voi conoscono, ma che molti credo non avranno mai sentito nominare.. la Cugnà. La cugnà (o cognà), una parola di cui ignoro il significato (e non ho trovato nessuna indicazione in merito), ma che si materializza in una densa meraviglia da conservare in vasetto. Non la definisco, perchè c’è una diatriba sulla sua essenza ontologica: è mostarda? Non propriamente, ma ci somiglia. È confettura? No, ma può essere usata come tale, e come tale veniva utilizzata nelle merende di qualche decennio fa. Insomma, forse è meglio non definirla, ma lasciarsene incantare.

Di certo c’è che è una pietanza antica, che deriva dalla volontà di riutilizzare gli scarti della vendemmia (il suo ingrediente principale è infatti il mosto d’uva) e l’eccesso della produzione autunnale di frutta. Il tutto viene arricchito da frutta secca (inutile dire che la protagonista è soprattutto la nocciola tonda gentile del Piemonte) e lievemente speziato. Una volta non si conservava nemmeno in vasetto, ma semplicemente in un contenitore di coccio (la tupina. Piccola annotazione piemontese: ancora oggi tupin è la parola piemontese, utilizzata più che quotidianamente, che indica un contenitore generico, dal vasetto al contenitore ermetico. Quindi, se un piemontese vi dice “mettilo in un tupin“, non immaginate di dover farcire un roditore) coperto da un piatto.

Vi chiederete come si utilizza questa prelibatezza… nella tradizione, poiché nato come piatto povero, la cugnà veniva mangiata insieme alla polenta (un utilizzo che non ho mai provato), mentre i più ricchi la utilizzavano per accompagnare gran bolliti misti (che qui in Piemonte si sprecano) e formaggi; si usava anche, però, come già detto, come una normale marmellata, quindi spalmata sul pane. A voi la scelta!

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Capolavori napoletani: sfogliatella riccia e Ricciardi (l’allitterazione è casuale?)

 

Il cameriere tornò, portando l’ordinazione: il dottore si abbattè sulla sfogliatella, famelico. I baffi brizzolati divennero bianchi per lo zucchero cosparso sulla soffice pasta; accompagnava i bocconi con mugolii di piacere.

“Mmh… chiedimi che cosa mi piace di questa città, e io ti diro: la sfogliatella! Non il mare, non il sole; la sfogliatella.”

da “Il senso del dolore” di Maurizio de Giovanni (p. 101)

 

Se ancora non lo aveste capito, leggendo fra le righe dei miei post, sono un’accanita lettrice, e fra i miei generi preferiti figurano il giallo, il thriller e il noir, nonostante mi possa a buon titolo definire una lettrice “onnivora“, dal momento che non disdegno mai un buon libro, a qualsivoglia genere appartenga.

Ma, appunto, ho un debole per il giallo, nella sua accezione più ampia. Certo, sono ancora indietro con conoscenza del genere, ma mi affanno per stare dietro ad una mole di libri sempre in aumento e al tempo che, come sempre, è tiranno. Ma quando trovo un autore che mi cattura con le sue trame, i suoi personaggi e le sue ambientazioni, il tempo in qualche modo si ritaglia da sé, e posso così assaporare ogni pagina, ogni riga, ogni parola.

Io quell’autore l’ho incontrato appena l’anno scorso, ma da allora pregusto ogni uscita letteraria come si aspetta qualcosa di buono che cuoce nel forno di casa: in religiosa attesa, con l’acquolina in bocca e appena un pizzico di ansia, quella che accompagna ogni scoperta o conferma.

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