Il bello dell’autunno, il buono della rete – Gelatina di uva fragola

Il bello dell’autunno è rappresentato dall’uva, in questo caso fragola, uno dei prodotti più rappresentativi della stagione che inizia proprio oggi. D’altronde, cosa sarebbe l’autunno senza i filari carichi, senza la raccolta, senza la vendemmia?

Certo, l’uva fragola non si vendemmia, perché non fa parte della famiglia della vitis vinifera, però si raccoglie lo stesso, e si cerca anche di metterla a frutto nel migliore dei modi. A casa dei miei genitori da sempre c’è un piccolo filare di uva fragola, e ovviamente il caso vuole che non piace a nessuno; a me in realtà sì, ma dopo averne mangiato un grappolo mi viene a noia, e ogni anno mi fa una rabbia immensa che un prodotto così buono (non è biologica, è oltre) vada per la maggior parte sprecato.

Uva fragola

Ed è qui che arriva il buono del web. Qualche settimana fa, appena pubblicata sui social una fotografia del prezioso grappolo a torto inutilizzato sono partite proposte su cosa farne, e io mi sono subito fatta conquistare dall’idea di preparare una gelatina di una fragola, e ho subito ricevuto consigli su come prepararla e su come gustarla al meglio. E così, facendo un mix fra la ricette di Roberta, quella di Corrado e il mio sentimento, mi son messa all’opera, ottenendo qualche bel vasettino di una gelatina profumatissima e deliziosamente dolce (con quel sentore di fragola che mi fa impazzire), che Patty mi dice sia perfetta con i formaggi erborinati. Per quello non vi so (ancora) dire, ma mi fido ciecamente.. però vi so dire con certezza che anche spalmata a colazione su una bella fetta di pane casereccio (con un velo di burro, magari, ma io questo non l’ho detto) ha il suo bel perché.

Gelatina di uva fragola vasetti

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Gelatina di uva fragola finale

Il ketchup di casa mia – La salsa rubra per l’#italianelpiatto

Eccoci di ritorno con l’Italia nel piatto, oggi a tema salse, conserve, condimenti e liquori, un must della stagione.

Nessuno direbbe mai che fra i prodotti tipici del Piemonte ci sia una conserva a base di pomodoro: forse non tutti sanno che il ketchup ha un parente italiano molto stretto, la salsa rubra, proprio di origine piemontese, che potremmo definire la versione industriale del bagnetto rosso tanto caro al nostro bollito misto. Spesso salsa rubra e ketchup vengono considerati la medesima cosa, forse per la storia controversa che ha portato all’origine della salsa nostrana. Il nome “salsa rubra”, infatti, è nato nel 1932 su iniziativa della ditta Cirio, che produceva ketchup nel suo stabilimento torinese fin dal XIX secolo; negli anni ’30, però, il nome tutto straniero di questa salsa faceva storcere il naso al Duce, che premeva affinché le venisse dato un nome di italica memoria: la Cirio indisse così un concorso per trovare tale nome, e giunsero in finale Vesuvio e rubra. Si optò infine per quest’ultimo termine, nome latinissimo che si collegava semplicemente al colore della salsa (rubra dal latino ruber = rosso).

Fatto sta che, se la confusione fra ketchup e rubra può avere senso in un prodotto industriale (che effettivamente è molto simile), la salsa rubra a cui noi piemontesi siamo abituati da generazioni nulla ha a che vedere con il ketchup: le due salse presentano effettivamente diversi tratti in comune, come il pomodoro e la tendenza agrodolce, ma la nostra rubra è assai più ricca di sapori, poiché vi si trovano sempre il peperone rosso e le verdure del soffritto, spesso anche un po’ di peperoncino e quasi sempre delle erbe aromatiche (il basilico, ma anche il prezzemolo).

Questa è semplicemente la mia versione, ma sappiate che ne esistono a milioni (già solo nella mia famiglia ne esiste almeno un’altra, per dire).

Salsa rubra insieme

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Salsa rubra

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Ed ecco i miei compagni di conserve:

Valle d’Aosta: non partecipa

I libri del cuore – I limoni in conserva di Yotam Ottolenghi per lo Starbooks redone (e due)

Di tutti i libri di cucina che possiedo (che non sono poi moltissimi, per carità), si contano sulle dita di una mano quelli che sfoglio e risfoglio sempre con immenso piacere, e fra questi al primo posto c’è senza dubbio Jerusalem di Yotam Ottolenghi e Sam Tamimi.

Ogni tanto lo tolgo dalla libreria e lo sfoglio anche solo per il piacere di farlo, di perdermi fra le sue foto di Gerusalemme e fra i suoi piatti, che rifarei tutti, nessuno escluso: dalle carni alle verdure, dai dolci alle conserve.

Ho atteso così tanto questo libro, scoperto grazie allo Starbooks, che quando finalmente mi è arrivato in dono, ero talmente intenta a sfogliarlo in lungo e in largo da non notare che in mezzo alle sue pagine facevano bella mostra di sé i biglietti per un concerto di Ben Harper (che io amo ed adoro). Inutile dire che, quando li ho visti, il regalo è stato ancor più gradito, ma ci ho messo un po’ a capire che lo sguardo insistente del Colui verso di me che sfogliavo il libro a suon di “uhmmm, che meraviglia” e “oddio questo lo rifaccio” non era dovuto alla mia fulgida bellezza, ma più ad invito a guardare meglio. Uno dei regali migliori degli ultimi anni, insomma.

E, in una ricerca di ispirazione costante che, nel mio caso, si affida più a blog e riviste, quel libro è tuttora un’oasi a cui mi piace tornare.

Così, quando mi sono capitati per le mani dei bei limoni biologici, oltre a farli diventare limoncello (già per altro mezzo sgolato, soprattutto dalla sottoscritta), ho finalmente potuto provare una ricetta che da tanto tempo avevo adocchiato proprio fra le pagine di Jerusalem, i limoni in conserva, perfetti per accompagnare le carni (grigliate, ma anche le tajine) e il pesce, tagliati a fettine oppure tritati (come suggerisce l’amica Mapi).

Limoni in conserva ingredienti

Limoni in conserva

I miei limoni in conserva sono in frigorifero, in attesa che passi un mese, quando potrò finalmente assaggiarli. Pertanto, non posso esprimermi sul loro gusto, ma promuovo la ricetta comunque, per la sua facilissima realizzazione, per l’aderenza alla tradizione culinaria mediorientale, ma fosse pure solo per il fatto che, a vedere il vaso che campeggia in frigorifero, ogni volta che ne apro la porta spero che siano già trascorse quattro settimane.

Con questa ricetta partecipo allo Starbooks Redone (again)

a Redone

Non solo “cacio e pere” – Gelatina di melograno all’aceto balsamico tradizionale di Modena D.O.P

Giusto qualche post fa vi raccontavo delle origini del detto “al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere” e di quanto effettivamente sia felice il loro matrimonio, e ora son già qui a smentirmi..

Vabbè, smentirmi, diciamo che spezzo una lancia a favore della teoria che un amore felice non ne escluda necessariamente altri. E così, se è vero che cacio e pere si ameranno nei secoli dei secoli amen, secondo me cacio e melograno possono tranquillamente avere una relazione parallela.

Se poi al melograno aggiungiamo qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena D.O.P, magari buonissimo ed intenso da sembrare vin cotto come quello dell’Acetaia La Tradizione, allora capirete anche voi che il matrimonio con il formaggio, specialmente quello stagionato, è quasi scritto nel destino.

Ecco così che vi propongo la mia gelatina di melograno con aceto balsamico tradizionale, perfetta per accompagnare formaggi stagionati (io ho scelto un Parmigiano Reggiano 36 mesi) e come regalo home-made in vista del Natale (considerando anche che il melograno è un frutto benaugurale).

Non so se ve ne siete accorti, ma è la seconda volta in due post che parlo del Natale (qui il liquore al bergamotto, se ve lo foste persi).. io fossi in voi comincerei ad avere paura, del Natale alle porte, mica di me!

Gelatina di melograno blog

Gelatina di melograno finale blog

Con questa ricetta partecipo al contest di Cucina Semplicemente

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e al Gluten Free (fri)day

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Profumo di autunno – Marrons glacés e loro crema

Non so come la pensiate voi, ma io credo che ci siano dei prodotti davvero iconici di una stagione: non c’è estate senza albicocche, pesche, anguria e melone, non c’è primavera senza asparagi ed erbette spontanee e non c’è inverno senza arance, clementine e mandarini.

Così, allo stesso modo, non c’è autunno senza zucca, funghi e castagne.

È inequivocabile, se vedete una castagna o un marrone al mercato, è sicuro che, alzando gli occhi al cielo, vedrete qualche foglia gialla o rossa sugli alberi. E, ugualmente, non vedrete mai un marron glacé nelle vetrine di una  pasticceria (una di quelle vere, almeno) prima che sia arrivato ottobre.

Così, ora che siamo nel periodo giusto, non ho saputo resistere al fascino dei marrons glacés e mi ci sono cimentata.. mi sono affidata in tutto e per tutto al mitico Adriano e sono riuscita nell’intento. Solamente qualche piccola premessa: la ricetta non è per nulla difficile, è solo lunga da eseguire (se cominciate oggi avrete i vostri marrons glacés tra una settimana), ma richiede un impegno limitato (mezz’oretta al giorno, tranne il primo e l’ultimo giorno, che avrete un po’ più di lavoro). Quindi non vi fate intimorire e, se vi intrigano, provateci, perché non ve ne pentirete.

L’unica accortezza che vi consiglio sentitamente è di utilizzare un cestello che abbia il fondo piatto (perfetto quello da frittura, ma anche uno di quelli per la cottura a vapore), in modo da sistemare i marroni ordinatamente, così che non sfreghino l’uno con l’altro in cottura;  essi infatti durante il processo di canditura sono molto fragili, e solo il toccarsi fra loro o uno sciroppo portato a bollore eccessivo può risultare nella rottura dei marroni stessi (che poi è una bella rottura di marroni). Ve lo dico perché ci sono passata e, seppure i marroni rotti siano buoni esattamente come quelli interi, capisco bene la delusione di non ottenere un prodotto perfetto dopo aver seguito il lungo procedimento. Ma, anche in questo caso, non perdetevi d’animo,  visto che in calce alla ricetta vi suggerisco una crema di marrons glacé che non vi farà rimpiangere nulla.

Marrons glacés blog

Crema di marrons glacés blog

Con questa ricetta partecipo al Gluten Free (fri)day

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Voglia di Sicilia – Tre conserve di arancia

C’è poco da fare, a volte basta poco per fare grandi cose.

Questo vale nella vita quotidiana e, pertanto, anche in cucina: a volte è un ingrediente semplice a rendere una ricetta eccezionale, ma anche solo una piccola aggiunta, una leggera sfumatura può avere il potere di mutare un piatto. Ma anche un medesimo ingrediente può cambiare radicalmente a seconda di come lo si utilizza, o a seconda di ciò a cui lo si abbina.

Così, una semplice arancia di Sicilia può trasformarsi in modo incredibile a seconda dei procedimenti, delle parti utilizzate e degli aromi aggiunti, dando così origine a tre conserve molto differenti per consistenza, gusto e colore.

Oggi vi propongo, quindi, ben tre modi per trarre il meglio delle arance e conservarne l’inconfondibile gusto anche col mutare delle stagioni.

In ordine di altezza (del vasetto, dal più piccolo al più grande), vi propongo quindi una gelatina di arancia al the nero, una marmellata di arance al profumo di rum e una conserva di arance a fette intere, sperando che almeno una (o più d’una) solletichi la vostra voglia di conserve di frutta.

Anche in questa occasione, è d’obbligo ricordarvi (e ricordarmi, sigh!) che ancora non ho avuto occasione di mettere piede in terra sicula.. com’è, allora, che la mia cucina è tanto influenzata dai frutti di questa terra? E qualcosa mi dice che anche prossimamente tornerò, almeno virtualmente, in Trinacria (mod. suspance ON)…

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