Il senso del Piemontese per l’anciòa in 10 ricette (+1 che non c’entra) – Terrina di acciughe alla pizzaiola

Il legame fra acciughe e Piemonte è antico ed indissolubile, quindi non potevo certo mancare in una giornata che, nel Calendario del Cibo Italiano AIFB, viene dedicata proprio all’acciuga (ecco qui il post della mia amica e conterranea Irene) e segna l’inizio di una settimana interamente dedicata al pesce azzurro (oggi alle 14,30 troverete sul sito AIFB il post dell’ambasciatrice, Cristina, la regina della cucina di mare).

Infatti, se Smilla ha il suo senso per la neve, il Piemontese ha un senso tutto suo per l’acciuga, un senso che deriva da lontano, quando i Genovesi avevano il monopolio del sale e i passeurs, i contrabbandieri di sale, per sfuggire ai controlli dei gabellieri, nascondevano il sale sotto strati di acciughe. Finito il monopolio, continuò il passaggio di questa merce, ma invertendo l’ordine degli addendi: non si cercava più il sale sotto le acciughe, ma si cercavano le acciughe sotto sale, che erano ormai entrate a far parte della tradizione gastronomica piemontese.

Così, i passeur si trasformarono in acciugai (i più famosi furono quelli della Val Maira, la cui memoria è perpetuata da un’apposita confraternita nata nel 2007) e continuarono a percorrere le campagne piemontesi con i loro carretti, gli anciué, che diventarono tipici nelle piazze e nelle fiere, come potete vedere in queste foto d’epoca.

Insomma, l’acciuga divenne un vero e proprio leit motiv nella cultura piemontese, tanto da entrare in moltissimi proverbi e modi di dire dialettali, come Esse parej dj’anciuve ant el baril (essere come acciughe in un barile, ovvero schiacciati fra la folla), Esse n’anciòa (essere -magro- come un’acciuga) e Pijé l’ancioa (prendere l’acciuga, ovvero essere ultimo, che credo si ricolleghi a quell’uso tutto rurale di appendere un’acciuga ad un filo sospeso sulla tavola in modo da potervi strofinare le fette di polenta per darvi un po’ di gusto e di sostanza).

Questo amore dei Piemontesi per l’acciuga si vede chiaramente dal fatto che questo ingrediente ricorre in un gran numero di piatti tradizionali, alcuni dei quali sono i veri piatti-simbolo della regione.

  1. Bagna caoda: immancabile piatto tipico, una “salsa” (sebbene il termine sia decisamente riduttivo) a base di acciughe, aglio e olio (nella versione moderna direi anche latte, visto che è molto attestata) mantenuta calda grazie ad appositi fojot muniti di lumino, in cui intingere tutte le verdure autunnali/invernali, dal cardo al topinambour, dalla verza al finocchio, con gli immancabili peperoni sotto graspa, le cipolle e le barbabietole cotte al forno.
  2. Acciughe al verde: must dell’antipasto piemontese e, ancor più, della merenda sinoira. Immancabile, anche nel panino (non per i deboli di stomaco, come direbbe l’Artusi).
  3. Pane burro e acciughe: uno degli abbinamenti piemontesi che più amo. Il modo migliore per testare la qualità e l’effettiva dolcezza del burro, accompagnandolo con una bella acciuga.
  4. Bagnetto verde: indispensabile per accompagnare i tomini al verde, ma anche  la lingua o, più in generale, il bollito misto piemontese.
  5. Peperoni con bagna caoda: so che ho già parlato della bagna caoda, ma i peperoni (passati in forno o grigliati) con la bagna caoda sono una variante che non posso ignorare, per importanza: anche questo un immancabile antipasto sulla tavola piemontese.
  6. Vitello tonnato alla moda veja: in casa mia va per la maggiore il vitello tonnato “moderno”, ma quello “alla moda veja”, ovvero quello ufficiale dell’Accademia Italiana del Vitel Tonnè annovera proprio le acciughe fra gli ingredienti. Potete vedere la ricetta nel post scritto da Antonella per il Calendario del Cibo Italiano.
  7. Acciughe al rosso: variante delle acciughe al verde meno conosciuta, con bagnetto rosso (al pomodoro). Mio zio ne ha una ricetta da far resuscitare i morti.. prima o poi gliela “rubo”.
  8. Sancrao: la versione piemontese dei crauti, ovvero cavoli cotti con aceto, aglio e, naturalmente, acciuga.
  9. Lasagnette della Vigilia: piatto tipico dell’Astigiano e del Monferrato; lasagne che si consumano la Vigilia di Natale e che perciò sono di magro, cioè condite con una salsa simile alla bagna caoda (ma meno agliata) e Parmigiano.
  10. Bagna ‘d l’infern o del dijau: una delle 7 salse di accompagnamento del bollito misto alla piemontese (ve ne parlo qui), quella caratterizzata dall’uso del peperoncino.

Dopo tutta questa introduzione storico-gastronomica, non potevo che terminare da buona Bastian Cuntrari, cioè con una ricetta che con il Piemonte non c’entra davvero nulla, ma che mi sono inventata per mangiare le amatissime acciughe in modo un po’ diverso dal solito. È un piatto molto semplice,  economico e veloce da preparare, che vi richiederà ben pochi ingredienti, tutti estivi, una terrina di acciughe “alla pizzaiola”, con pomodoro fresco e origano, per dimostrare che non esiste solo la tradizione.

Ora però vado a farmi pane burro e acciughe!

Terrina di alici

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Terrina di alici finale

Dieta, non ti temo! Sgombro in verde per la Settimana della cucina del mare AIFB

Questa settimana nel Calendario del cibo AIFB si festeggia la cucina del mare, onorata dal suoambasciatore, Fabio Campetti, con un bellissimo articolo , che vi invito a leggere.

In questo periodo mi sto sforzando di mangiare più pesce del solito, e non solo perché così sento un po’ più vicine le vacanze di mare che invece si fanno ancora attendere, ma anche perché non c’è alimento più sano e leggero da consumare in periodo di dieta.

Ebbene sì, avete letto bene, dieta: senza (quasi alcun) carboidrato, pochi condimenti, frutta solo come snack, tanta verdura, proteine nobili e .. tanto pesce! Chiaramente più il pesce è magro e meglio sarà, quindi il pesce azzurro abbonda sulla mia tavola, preparato in ogni modo possibile (anche disegnato, in questa casa).

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Sgombri – Alessandro Colonnetta, pastelli ad olio (fa parte del progetto “cronache da uno sketchbook”, visibile all’account Instagram @alcolo84)

E, grazie al consiglio della mia collega, ho voluto provare a preparare i filetti di sgombro (quelli che di solito siamo abituati a vedere in scatola) da zero, e vi dico che non li lascerò più: pochissimo sforzo, spesa molto contenuta per una preparazione di pesce (questo piatto, unico per due persone o un secondo abbondante per quattro, è costato in tutto 7€) e potete sostituire la salsina verde qui preparata in versione leggera con qualsiasi salsa vi stuzzichi, dal più classico bagnetto verde piemontese, ad intingoli a base di agrumi o magari piccanti.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti… e la dieta passa più in fretta!

Sgombro collage

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Sgombro finale

Stasera cucina lui – Il pollo alla mediterranea

Questa settimana nel Calendario del Cibo Italiano si festeggia il pomodoro, di cui è ambasciatrice Betulla.

Il pomodoro per me è il frutto per eccellenza dell’estate, una stagione che ancora si fa attendere, almeno qui al nord.

Niente di meglio, quindi, per propiziarne l’arrivo, di un bel Flash Mob dedicato proprio ai pomodori, anzi, a dei pomodori speciali, quelli di Pachino IGP. Non stupitevi, quindi, se oggi la rete sarà invasa di pomodori in ogni salsa (il gioco di parole qui era d’obbligo).

Io amo e adoro i pomodori e, ancor più, i pomodorini Pachino IGP, quelli a grappolo, per intenderci: non appena arriva la stagione giusta, infatti, comincio a mangiarne in quantità industriale, a pranzo, a cena, e pure come snack (io li mangio così, come fossero ciliegie). Anche perché, considerando che è un periodo “intenso” (per usare un eufemismo) e pure di dieta (per non farmi mancar nulla), i pomodorini sono anche comodi da portare in giro con me, il che non guasta mai!

In più, mi tocca ammettere che, al di fuori del week-end, raramente riesco a cucinare qualcosa di sensato.. così ho appaltato la cucina al Colui che, nelle poche volte in cui riesco a tornare a cena in settimana, cucina per tutti e due. E dalle sue sperimentazioni ai fornelli è nato questo ottimo pollo alla mediterranea, con tanti buoni pomodorini Pachino a grappolo, tante erbette fresche (del mio balcone), qualche cappero e nemmeno un filo d’olio (l’ho detto, sono a dieta). Tutto cuoce insieme in teglia (senza perderci molto tempo, per giunta) e si insaporisce grazie ai grassi del pollo, la cui pelle si caramella per benino, rimanendo croccante e colorata. Una goduria, e senza nemmeno i sensi di colpa.

Scusate, eh, ma se mi sono scelta il Colui, ci sarà un perché!!!

Pollo alla mediterranea

Pollo alla mediterranea finale

Con questa ricetta partecipo al primo flash mob “A tutto Pachino”, organizzato da AIFB in collaborazione con il Consorzio dei Pomodori Pachino

CONTEST A TUTTO PACHINO

Pulenta e lat buij per l’Italia nel piatto

L’appuntamento mensile con L’Italia nel piatto questa volta è dedicato alle farine speciali: riso, mais, grano saraceno, ceci e chi più ne ha più ne metta. Dal momento esatto in cui abbiamo deciso questo argomento io ho subito pensato che avrei condiviso la ricetta delle paste di meliga, i biscotti di farina di mais più famosi del Piemonte, già presenti in ben due versioni sul blog (qui e qui), ma che per me rappresentano un vero e proprio must.

Poi, all’ultimo secondo ho cambiato idea… niente melighe, ma sono rimasta fedele alla farina di mais, e ho deciso di proporre una ben più classica polenta. E no, non una polenta concia alla piemontese, o una bella fetta di polenta fritta con il gorgonzola, ma tornando indietro nel tempo e ripescando uno dei “piatti” più poveri che la cucina contadina piemontese (e non) potesse offrire, pulenta e lat buij. Polenta, cioè, accompagnata da latte bollito, il “condimento” più semplice, il solo che spesso i contadini potessero permettersi, ben diverso da quei sontuosi intingoli di carne che oggi ci paiono naturali, ma che una volta non erano affatto alla portata di tutti, se non in rare occasioni di festa.

Ho deciso quindi di fare un bel salto indietro nel tempo, a quando il consumo di polenta e latte doveva essere talmente usuale da entrare in un proverbio dialettale: si dice infatti Pulenta e lat buij, quatr saut e a l’é digerì, ovvero “polenta e latte bollito, quattro salti ed è digerito”, il che non so se fosse un risultato sperato da molti, visto che doveva costituire spesso e volentieri il pasto principale, quello che doveva dare l’apporto energetico per sostenere una giornata di lavoro.

Ma non guardo poi così indietro, se penso a quante volte abbia mangiato io stessa la polenta (sempre quella avanzata dal giorno precedente) nel latte per colazione a casa di mia nonna, da bambina o ragazzina. Ed è un gusto semplice e buono di cui mi sono innamorata tanto tempo fa e che ancora oggi mi fa preferire all’avanzo di polenta fritto con i formaggi (che comunque non disdegno), la polenta a colazione, solo che oggi la preferisco riscaldata e tuffata nel latte rigorosamente freddo. Quando le tradizioni evolvono.

Polenta e latte

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Polenta e latte finale

Piemonte - Italia nel piatto

Ed ecco i miei compagni di avventura:

Liguria:    Focaccia di granoturco (fugassa  de granon)

Il silenzio (e i biscotti alla ricotta e scorza di limone)

In questi giorni di parole ne sono state dette tante, da ogni parte: gridate o sussurrate, parole di odio, di paura o di rassegnazione, poche le parole pensate e tante quelle uscite “solo per dare fiato alla bocca”.

Io in questi momenti tragici, segnati dal dolore e dallo sgomento (e non mi riferisco ad un episodio particolare, ma a quelli accaduti in Francia come in Siria, in Libano come in Egitto), credo sempre più nel valore del silenzio, e per dire quello che vorrei mi affido alle parole dei poeti che, come è giusto che sia, hanno l’immenso potere di interpretare i nostri pensieri e dar loro una forma migliore di quella che avremmo mai potuto dar loro.

Restare in silenzio

Ora conteremo fino a dodici
e tutti resteremo fermi.
Una volta tanto sulla faccia della terra,
non parliamo in nessuna lingua;
fermiamoci un istante,
e non gesticoliamo tanto.

Che strano momento sarebbe
senza trambusto, senza motori;
tutti ci troveremmo assieme
in un improvvisa stravaganza.

Nel mare freddo il pescatore
non attenterebbe alle balene
e l’uomo che raccoglie il sale
non guarderebbe le sue mani offese.

Coloro che preparano nuove guerre,
guerre coi gas, guerre col fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero vesti pulite
per camminare coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Ciò che desidero non va confuso
con una totale inattività.
È della vita che si tratta;….

Se non fossimo così votati
a tenere la nostra vita in moto
e per una volta tanto non facessimo nulla,
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza
di non riuscire mai a capirci
e di minacciarci con la morte.

Forse la terra ci può insegnare,
come quando tutto d’inverno sembra morto
e dopo si dimostra vivo.

Ora conterò fino a dodici
e voi starete zitti e io andrò via.

Pablo Neruda

E in silenzio mangio qualche biscotto alla ricotta e scorze di limone.. forse dovremmo consigliare a chi ha tanta fretta di parlare di pensare fino a 10, e nel mentre tenere la bocca chiusa, anche riempiendola di biscotti, se può aiutare.

La ricetta di questi biscotti è di Sara del blog Qualcosa di rosso.

Biscotti ricotta limone

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Biscotti ricotta limone finale

Bibidibobidibu – Torta bilbolbul di Ada Boni

Quando ho scoperto, grazie a Federica, l’esistenza della torta bilbolbul di Ada Boni, il nome mi ha colpito subito, come un fulmine: che diavolo di nome è?

Se anche voi vi siete posti la medesima domanda, sappiate che è il nome di quello che convenzionalmente viene considerato il primo fumetto italiano (classe 1908), intitolato appunto Bilbolbul, che narrava le piccole avventure di un bambino africano. Ipotizzo che quando Ada Boni inserì questa ricetta nel suo Il talismano della felicità alla fine degli anni ’20, il fumetto dovesse ancora essere sulla cresta dell’onda, mentre ora è avvolto dal mistero (io non lo avevo mai sentito nominare prima). Il sospetto, e nemmeno tanto campato in aria, è che il nome della torta sia stato dato per somiglianza fra la pelle scura del protagonista del fumetto e il colore scurissimo di questo dolce, ricchissimo di cacao amaro (fate che non mi legga Salvini, o mi ritrovo inserita nelle liste della Lega senza nemmeno saperlo).

Ma, quando sono andata a leggere per benino ingredienti e procedimento, ho deciso che, casualità o no, bilbolbul somigli tanto alla formula magica bidibibodibibu.. e questa torta un po’ magica lo è davvero: niente burro né olio, niente uova, giusto quattro ingredienti, cinque minuti fra la pesata e il forno, et voilà, una torta perfetta per la colazione o per una merenda sana e golosa. E potete personalizzarla praticamente con tutto ciò che vorrete; io ho già provato l’originale e una versione arricchita da cubetti di pere ma, credetemi, non mi fermerò qui.

PS (che mi ero dimenticata): sostituendo il latte vaccino con latte di mandorle, nocciole, soya o altro, la torta diventa adattabile agli intolleranti ai latticini.

Torta bilbolbul

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Torta bilbolbul finale