Happy Birthday Ale! [e buona focaccia a tutti]

Ho sempre pensato che il mondo virtuale fosse un po’ strano.. cioè, che qualcuno potenzialmente dall’altra parte del globo legga ciò che scrivo a qualsiasi ora del giorno e della notte è una roba strana forte, ammettiamolo.

Ma è ancora più strano, se ci penso, che persone conosciute in questo modo virtuale ormai siano parte talmente integrante della mia quotidianità da considerarle come persone che frequento tutti i giorni, anche se sono sparse per l’Italia o, ancor più, per il mondo.

Ed è così che, quando una persona che conosci in rete da al massimo un paio di anni e di persona da poco più di anno (al Med Diet Camp in Sardegna) compie gli anni e si trova per caso dall’altra parte del mondo, a centinaia di migliaia di chilometri e a sette ore di fuso da qui, ti senti come se li compiesse un’amica che vive a due fermate di metro da te, o la collega con cui lavori cinque-giorni-su-sette. Forse è perché, allo stesso modo o forse più, noi ci sentiamo (fosse pure in una conversazione di gruppo, in un commento en passant) tutti i santi i giorni.

Alessandra, questo post e questi auguri (come sempre studiati a puntino da quella macchina “infernale” e precisissima che si chiama Redazione MTC) sono tutti per te, che ora probabilmente ti starai svegliando e che mi auguro sarai fin da subito invasa da una mole di auguri virtuali pari alla produzione di banane di tutto il continente Asiatico.

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Disegno, come sempre azzeccatissimo della Mai

 Buon compleanno, Alessandra, di tutto cuore. E a te che hai sconvolto per sempre l’idea del genovese “braccine corte” grazie alla tua generosità senza pari, a te che mi hai fatto scoprire angoli di Genova che non conoscevo e una bellezza che non immaginavo tale e tanta, non posso che dedicare la ricetta di qualcosa senza cui Genova non sarebbe tale, la sua fugassa. Ovviamente con la tua ricetta, che copio e incollo pari pari dal tuo blog non per mancanza di fantasia o di voglia di scrivere ed elaborare, ma perché anche quella ricetta, senza il tuo modo di scrivere e di essere,  non sarebbe così dannatamente buona.

Happy (Singaporean) Birthday!

Focaccia della Van Pelt

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Genova per noi – Botteghe storiche e antichi sapori

Ho avuto bisogno di qualche giorno di decompressione e di calma per potermi mettere a scrivere e, ancor prima, per riordinare le idee, gli appunti e le impressioni in merito ad un tour così ricco di stimoli e di emozioni come quello della scorsa settimana a Genova.

Parafrasando qualcuno più bravo di me a dare forma ai propri pensieri

Con quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi che abbiamo visto Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c’inghiotte e non torniamo più.

Io prima di mettermi a scrivere ho dovuto comprendere di essere tornata da Genova, una città che non è mai quello che sembra, che sorprende ad ogni angolo, che entra nelle ossa e difficilmente ne esce.

Il tour dello scorso fine settimana aveva come leit motiv la tradizione culinaria genovese, vista attraverso alcune delle sue eccellenze: la ristorazione, le botteghe storiche (buona parte delle quali di carattere enogastronomico), la focaccia e il pesto al mortaio.

Ma andiamo con ordine, se vorrete seguirmi in questo itinerario attraverso una Genova per me inedita. E, prima di affrontare un viaggio, è sempre meglio mettere qualcosa sotto i denti (si sa che viaggiare mette fame), quindi meglio partire dalla bottega giusta, Sa’ Pesta (poiché in passato luogo di vendita del sale, che da grosso veniva trasformato in fino al pestello), un’antica sciamaddaIl termine sciamadda, letteralmente fiammata, si riferisce a locali in cui troneggiava un grande forno a legna, dal quale venivano quotidianamente sfornate farinate, focacce e torte salate acquistate dai Genovesi. Un locale senza fronzoli, con piastrelle bianche e colori brillanti, tavoli e panche di legno, in cui si mantiene inalterato il fascino dell’antica bottega; anche la cucina ricalca la tradizione genovese, ma rimane fedele al carattere dell’antica sciamadda, dove regnano piatti semplici e rustici, come la farinata e le torte di verdure e di riso (con l’immancabile prescinseua), ma non mancano certo preparazioni più raffinate e lontane dal consumo “da asporto”, come la cima genovese o il minestrone genovese, arricchito dal pesto.

Sa pesta blog
Sa’ Pesta, Via dei Giustiniani, 16r – 16123 Genova

Il tour delle botteghe storiche continua con la Farmacia Alvigini, che mantiene tuttora l’arredo in stile liberty in radica di ciliegio, con credenze in vetro e legno scolpito ed intarsiato che fungono da base per il soppalco, utilizzato ancora oggi. Il liberty è un tratto distintivo, fin dal portale in legno intarsiato, anche della Camiceria Finollo, fondata nel 1899 e da allora assoluta protagonista dell’artigianato locale, con la produzione di abbigliamento maschile, in particolar modo di cravatte e camicie su misura, immancabili nel guardaroba di personaggi quali Guglielmo Marconi, del Duca di Windsor e dell’Avvocato Agnelli.

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Farmacia Alvigini, Via Petrarca, 14r – 16121 Genova
Cravatte e camicie Finollo & C, Via Roma, 38 – 16123 Genova

Inoltrandosi nei vicoli adiacenti Piazza De Ferrari, nel cuore della città medievale,  si cambia completamente ambientazione e con essa registro, con l’Antica Tripperia di vico Casana, dove dal 1890 si vende e si cuoce la trippa. Un negozio senza insegne, al quale i miei occhi moderni non sono più abituati, dove gli arredi e gli utensili sono quelli originali, di inizio Novecento: il bancone è in marmo decorato, le pareti piastrellate, così come il ronfò (storpiatura genovese del nome del duca di Rumford, inventore di questo tipo di stufa) e la cappa, sotto la quale troneggiano due pentoloni in rame stagnato della capienza di 700 litri ognuno, nei quali ancora oggi si cucina la trippa accomodata alla genovese, con funghi, pinoli, fagiolane (cioè i fagioli bianchi di Spagna), patate e poco pomodoro. Io l’ho assaggiata di mattina, ma mi avessero lasciata 10 minuti sola con quel pentolone, chissà quante cose ci saremmo potuti dire. Dalla sapienza della bottega, però, arriva un ulteriore consiglio, di assaggiare la trippa in insalata, ancor meglio se condita con il pesto genovese, per me un invito (a nozze, visto il mio amore assoluto per la trippa) a mangiare la trippa anche d’estate.
Troviamo ancora nella bottega i tavoli in legno e marmo ai quali sedevano i marinai per bere il brodo di trippa, rimedio casalingo per smaltire una sbornia; lo stesso brodo si utilizzava per la sbira, un crostone di pane condito con gli avanzi della trippa accomodata, brodo caldo e Parmigiano. Ironia vuole che oggi il brodo di trippa non possa più essere commercializzato, ma se avrete l’accortezza di portare con voi una bottiglia, qui ve la riempiranno gratuitamente di brodo di trippa, un retaggio dei tempi che furono.

Tripperia Casana blog
Antica Tripperia La Casana, Vico della Casana, 3r – 16123 Genova

Basta girare un paio di angoli, e la geografia urbana cambia nuovamente, e ci si ritrova in Piazza Soziglia, dove sorge la storica Confetteria Romanengo, fondata nel 1780 e da allora specializzata nella canditura e nella confetteria, due produzioni tipicamente genovesi; per quanto riguarda i canditi, questa tradizione affonda le sue origini nella secolare frequentazione che i Genovesi ebbero con gli Arabi, inventori di questa tecnica di conservazione della frutta, mentre la specializzazione nel campo della confetteria si deve al primato detenuto in passato dai Genovesi nella produzione dello zucchero (per avere informazioni più approfondite sull’argomento vi invito a leggere qui).

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Canditi e confetti

Ma questa bottega non si è limitata alla prosecuzione e al perfezionamento di questa raffinata tradizione, ha innovato, portando a Genova le migliori invenzioni dei maestri pasticceri francesi, come fondant e gocce di rosolio, facendole proprie, come propria è diventata la maestria nella produzione del cioccolato (con cacao macinato a pietra in loco), rappresentata appieno dalla storica Tavoletta Santè, di cioccolato pressato (non concato), rimasta fedele alla tecnica utilizzata nel 1800.
Potendo visitare la bottega nel periodo precedente la Pasqua, si possono anche vedere (ed assaggiare) i Quaresimali, ciambelline di pasta di mandorla (senza grassi aggiunti, come prescritto dai dettami religiosi) spolverate di zucchero e poi ricoperte da confettini di microscopiche dimensioni, che vengono qui ancora confettati a mano, uno per uno. Per conoscere qualcosa in più sulla produzione di questa storica confetteria, vi invito a leggere qui.

La bottega, inoltre, conserva ancora strutture e arredi originali, dai pavimenti in marmo policromo al soffitto affrescato e decorato da stucchi, senza dimenticare scaffalature e banconi di legno intarsiato, il degno scrigno per tali e tante delizie.

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Confetteria Romanengo, Piazza Soziglia, 74/76r – 16123 Genova

In un costante passaggio dal dolce al salato e viceversa, il viaggio fra le antiche botteghe genovesi continua nell’antica Polleria Aresu, attiva dal 1910 e ormai alla terza generazione, una vera e propria storia di famiglia. La signora Anna pesa il coniglio ed estrae da un quadernino la fotocopia della sua ricetta del coniglio alla ligure da consegnare al fortunato cliente, e ci dice sorridendo di aver salvato così ben più di una sposina, nel corso degli anni; il marito Sergio nel mentre disossa un coniglio, e poi divide in pezzi quello da preparare alla ligure, dispensando consigli e raccontando di come le ex ghiacciaie siano ora diventate delle celle frigo. Ma di cambiamenti non ce ne sono stati molti altri, dal momento che quasi tutto il resto è originale, dal pavimento ai soffitti, dal bancone in marmo con fregi alle mensole fino alle piastrelle. E non pensate che sia facile lavorare lì dentro, ci ammonisce loro figlio, perché d’inverno fa freddo, e freddo assai, in quella bottega; ma ce lo racconta col sorriso sulle labbra, con l’orgoglio di chi ha un’immensa passione per il proprio mestiere, e glielo si legge negli occhi, lo si avverte nelle parole di elogio per i loro prodotti (tutta carne piemontese, e questo lo dico per campanilismo mio), nell’entusiasmo con cui ci mostra un cimelio, lo specchiauova, l’unico strumento per testare la freschezza delle uova, ponendole dinnanzi ad una luce per vedere l’ampiezza della camera ad aria (per inciso, a camera d’aria maggiore corrisponde una minore freschezza delle uova), nella convinzione con cui ci porge le fette appena tagliate del salame che vendono ogni giorno, di una bontà assoluta.
Quando c’è la passione, c’è tutto, e qui la passione si respira, quasi si riesce a toccare, così come si avverte il profondo affetto che lega questa famiglia, unita nella missione di tramandare una tradizione ed un mestiere.

Polleria Aresu blog
Uova e pollame Aresu, Vico Inferiore del Ferro, 1 – 16124 Genova

Risalendo verso Via Garibaldi, la via dei Rolli, torniamo al dolce, alla Pasticceria Villa/Profumo, attiva dal 1827 e riconosciuta per la freschezza dei suoi prodotti, per l’artigianalità e per l’utilizzo di materie prime di alta qualità. Le loro specialità sono stagionali, come ci spiegano i proprietari, Marco e Maurizio Profumo, ma non possono di certo mancare i confetti (di ogni colore) e la frutta candita, ma ci rivelano anche esperimenti arditi di canditura di verdure, non solo di peperoni e finocchi, ma di carciofi, di cui ci rivelano un’inaspettata bontà. Da allora sogno di assaggiare  questi carciofi canditi, e chissà che prima o poi non riesca a provarli; intanto ho portato indietro con me i loro consigli sulla canditura casalinga dei marroni (che sicuramente metterò in pratica più avanti, avendo anche imparato dai miei errori) e la vista degli antichi strumenti da pasticcere che fanno bella mostra sulle loro pareti.

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Pasticceria di Villa – Profumo, Via del Portello, 2r – 16124 Genova

 

Si giunge infine alla Loggia Gattilusio, uno dei più importanti esempi architettonici della Genova Medievale, dove ha sede la Pasticceria Liquoreria Marescotti di Cavo, fondata nel 1780 e che prese tale nome nel 1906. La gestione Marescotti durò fino al 1979, e da allora il negozio rimase chiuso ed intoccato nei suoi arredi fino al 2008, quando venne rilevato da Alessandro Cavo, pasticcere di quinta generazione. Ed appare ora come allora,  con le sue vetrine in cristallo colme di bottiglie di una rarità disarmante, con i suoi ottoni, i suoi marmi, le sue casse “National Cash Register”. Qui si può bere il Marescotto, aperitivo originale  frutto del mix di due vermouth (rosso e bianco) e di chartreuse, un aperitivo che è più di un aperitivo, per la sua componente alcolica e per il suo spiccato sapore erbaceo; si può ovviamente gustare la pasticceria fresca, ma anche pranzare con una delle notissime torte di verdura liguri, o un piatto di pansoti di borragine al sugo di noci o di stoccafisso accomodato.

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Pasticceria di Cavo Marescotti, Via di Fossatello, 35r – 37r – 16124 Genova

Ma se le botteghe storiche di Genova finiscono qui (non pensiate che siano davvero tutte qui, in realtà quelle al momento riconosciute dalla Camera di Commercio di Genova sono ben 21), lo stesso non si può dire per le eccellenze gastronomiche di questa città, una su tutte la focaccia.

E poter imparare la ricetta della focaccia, apprendere qualche malizia e vedere il procedimento seguito da un maestro dell’Associazione Panificatori come Rosario Bisanti, decenni di esperienza alle spalle, un uomo che ha girato il mondo, Italia compresa, proprio per insegnare la focaccia (anche in uno dei più noti panifici di Torino, ad esempio), per me è stato un privilegio, di quelli grandi. Giuro che quei segreti non me li porterò nella tomba, ma li condividerò non appena avrò il tempo di mettere in pratica i suoi insegnamenti.

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Qui potete vedere il risultato delle sue capaci mani. Io vi posso solo assicurare che, nonostante una giornata trascorsa ad assaggiare ininterrottamente specialità di ogni sorta, dalla trippa ai Quaresimali e viceversa, non ho saputo resistere alla sua focaccia appena sfornata, men che meno a quella con cipolle ed erba cipollina.

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A contendere alla focaccia il podio dei prodotti gastronomici genovesi più amati c’è indubbiamente Sua Maestà il Pesto, protagonista lo scorso week-end del V Campionato Mondiale di Pesto genovese al mortaio, che ha visto cento partecipanti da tutto il mondo sfidarsi nella preparazione tradizionale del pesto genovese, con mortaio di marmo e pestello di legno.

Entrando nella sala della Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, sabato mattina, si avvertiva in maniera chiara che questo campionato è un evento che i Genovesi attendono con trepidazione, e che vivono pienamente. La sala era di gremita, sì di concorrenti, sì di giudici, sì di stampa, ma soprattutto di Genovesi, che osservavano con attenzione i concorrenti durante la gara, ne studiavano i movimenti, commentavano il colore del pesto dell’uno o la consistenza di quello di un altro e si confrontavano con le ricette di famiglia, ammettendo a mezza voce che ormai il pesto alla vecchia maniera non lo facevano più, ma che quello era uno sprone per riprovarci.

Non vi sto poi a descrivere l’odore di basilico che ha invaso la sala quando tutti e cento i concorrenti hanno cominciato a pestare, ma vi basti sapere che quasi faceva girare la testa.

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Gli ingredienti previsti dalla ricetta ufficiale del pesto genovese sono solo sette: il basilico genovese DOP della riviera ligure, i pinoli italiani, l’aglio di Vessalico (Imperia), il Parmigiano Reggiano DOP, il fiore sardo DOP, il sale marino (grosso) delle saline di Trapani e l’olio extravergine di oliva DOP Riviera Ligure.

Il resto è maestria, è tecnica, è esperienza.

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E, quando l’esperienza e la maestria contano, e tanto, non si poteva rimanere indifferenti a questa signora, Alfonsina Trucco, anni 87, che ha portato con sè (mi auguro aiutata da forti e giovani braccia) il proprio mortaio di marmo di taglia extra-large, così come fuori taglia era il suo pestello, consumato da anni di utilizzo, ma ancora più simile ad una pagaia che ad un pestello.
Vederla all’opera, con i gesti calmi e sicuri di chi il pesto lo fa da una vita, incurante che il suo metodo differisse da quello comune, era un puro piacere, una di quelle viste capaci di rimetterti in pace col mondo, come vedere la propria nonna preparare la merenda confortante della propria infanzia (per me pane burro e zucchero, ma non stavamo parlando di questo).

Non mi ha stupito, quindi, sapere che proprio lei era la vincitrice del campionato, per questa edizione; avrei scommesso su di lei, ed avrei scommesso bene.

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E poi c’è Lei, Genova, Genova che ti sa stupire ogni volta che guardi verso il cielo, che si apre azzurro azzurro fra i vicoli stretti dei carruggi, Genova che ti coglie impreparato con la sua bellezza schietta e genuina, il cui mare ti sorprende all’improvviso, grazie a “quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori”, proprio quando ormai ne avevi scordato la presenza.

Genova e i suoi mercati, il bellissimo mercato Orientale, ricco di merci e di colori, dove puoi trovare polvere di ortica e di spinaci, erbette per le torte di verdure e pesci di cui invidio la varietà e la freschezza; ma anche il nuovissimo mercato del Carmine, in cui a fianco dei selezionatissimi banchi del mercato orientati a prodotti di qualità e a km 0 trova spazio l’Enoteca Regionale Ligure e la ristorazione tradizionale, che ti ammalia con la semplicità della sua panissa fritta e delle frittelle di pesce e di verdure e ti sa stupire con le trenette al cacao condite con pesto genovese.

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Genova è la sua gente, che ho apprezzato come mai prima d’ora per la profonda tolleranza, per l’apertura mentale e per la squisita gentilezza, anche se spesso celata da atteggiamenti tanto schietti da sembrare quasi bruschi. Io che sono piemontese, e che ho sempre bazzicato la Liguria e Genova fin da bambina, non avevo mai colto così intensamente la grandezza e la bellezza di questa città e di chi la popola, avvertendo sì delle grandi differenze rispetto alla mia Torino, ma sapendo che in fondo in fondo..

Eppur parenti siamo un po’
di quella gente che c’è lì
che in fondo in fondo è come noi, selvatica,
ma che paura ci fa quel mare scuro
che si muove anche di notte e non sta fermo mai.

È doveroso un ringraziamento all’Ufficio Comunicazione del Comune di Genova, Direzione Comunicazione e Promozione della Città, che ha organizzato questo meraviglioso tour. Grazie di avermi fatto scoprire una Genova inedita e splendida.

Grazie alla mia compagna di avventura, Greta, e ad Alessandra, compagna di viaggio e guida impeccabile e appassionata della sua città.

La Pasqua della tradizione – La Torta Pasqualina

Anche quest’anno, per Pasqua, ho deciso di buttarmi sulla tradizione. Nel 2011 avevo iniziato con una ricetta tipica della Pasqua in Campania, la pastiera napoletana; l’anno scorso ho pubblicato LA ricetta tradizionale di Pasqua, la colomba (anche se in una versione non del tutto tradizionale, ottenuta utilizzando il lievito di birra). Per questa terza Pasqua, invece, ho deciso di spezzare con una ricetta salata.

Già, perché la tradizione pasquale è ricca di ricette salate, quelle “di magro”, adatte al venerdì santo, ricette per il pranzo pasquale soprattutto a base di agnello, ma anche ricette da scampagnata per Pasquetta (che poi si sa che a Pasquetta fa quasi sempre brutto tempo e la scampagnata la si fa sul tavolo di casa, ma vabbè).

Quest’anno, quindi, vi propongo la Torta Pasqualina, un classico ligure in cui un ripieno a base di bietole e prescinseua (un formaggio fresco che, per chi non vive in Liguria, può essere sostituito dalla ricotta) è racchiuso in un guscio formato da tante sfoglie di pasta leggera (fatta con vino e olio) stese sottili sottili e sovrapposte, con una sorpresa finale nel procedimento… vi basti sapere che vi servirà una cannuccia!

La ricetta è quella tradizionale, presa da Vitto (aka La cucina Piccolina), ed è stata una delle ricette oggetto di sfida dell’MTC del 2012.

BUONA PASQUA a tutti!!

 

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Torta Pasqualina
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Ricetta: Torta salata
Cucina: Italiana, Ligure
Autore:
Tempo di preparazione:
Tempo di cottura:
Tempo totale:
Porzioni: una torta di 22-24 cm di diametro
Ingredienti
  • PER LA PASTA
  • 300 gr di farina “0” - meglio manitoba, che regge meglio quando si tira sottile
  • sale
  • 30 gr di olio extra-vergine di oliva
  • ½ bicchiere di vino bianco secco
  • circa ½ bicchiere di acqua (quella che basta per ottenere una pasta morbida, ma non appiccicosa)
  • PER IL RIPIENO
  • 1,2 kg di bietole (io le chiamo costine)
  • olio extra-vergine di oliva
  • maggiorana
  • cipolla tritata (io l'ho omessa)
  • 250 gr di “prescinseua” genovese (sostituibile con ricotta)
  • circa 50 gr Parmigiano Reggiano grattugiato
  • un pizzico di maggiorana
  • sale
  • pepe
  • 2 o 3 uova
Procedimento
  1. Prima di tutto preparate la past. Impastate la farina con sale, olio, vino e acqua, finché avrete una pasta morbida, ma non appiccicosa. Dividete in 5 palline e fate riposare coperta per almeno 1 ora, meglio 2.
  2. Pulite le bietole, togliendo quasi tutta la parte del gambo, tagliatele a striscette e saltatele in padella con olio extra-vergine d'oliva, maggiorana e cipolla tritata (che io ho invece omesso). Deve asciugarsi bene l’umidità. Lasciate raffreddare.
  3. In una ciotola lavorate 250 gr di “prescinseua” genovese (io l'ho sostituita con uguale quantità di ricotta) con circa 50 gr di Parmigiano grattugiato, un pizzicone di maggiorana, sale e pepe.
  4. Stendete una pallina di impasto in una sfoglia sottile e foderate il fondo e le pareti di una teglia tonda (diametro 22-24) unta d’olio facendola un poco debordare (ungete anche il bordo della teglia altrimenti la pasta si strapperà quando dovrete arrotolarla). Ungete la pasta di olio con il pennello.
  5. Stendete la seconda pallina di impasto in una sfoglia sottile e sovrapponetela alla prima sfoglia. Versate dentro le bietole e, sopra di esse, il composto di formaggio.
  6. Poi con il dorso di un cucchiaio fate 2 o 3 incavi a distanza regolare e in ognuno rompete un uovo; salate e pepate e versate un filino d’olio su ognuno.
  7. Le altre 3 sfoglie devono essere tirate sottilissime e non devono assolutamente avere buchi.
  8. Tirate la prima delle tre sfoglie e coprite il ripieno facendo debordare la sfoglia di lato. Ungete bene la superficie con un pennello o con le dita DELICATAMENTE (sotto ci sono le uova intere). Appoggiate la seconda sfoglia, ungete bene, appoggiate al bordo una cannuccia (che servirà per soffiare aria fra uno strato e l’altro di pasta del coperchio; se usate una cannuccia con il gomito non ci sarà rischio che qualche micro goccia di saliva arrivi alla torta, terrore di molti), appoggiate l’ultima sfoglia e ungete anche questa molto bene. A questo punto arrotolate il bordo a cordoncino, lasciando aperto il punto in cui avete precedentemente posto la cannuccia.
  9. Ora la parte divertente: soffiate nella cannuccia per gonfiare l'ultimo strato. Quando è ben gonfia come un palloncino, togliete rapidissimamente la cannuccia e sigillate l’apertura.
  10. Infornate a 180° per 40-50 minuti o fino a doratura della pasta.
  11. Appena tolta dal forno spennellate delicatissimamente di olio. Raffreddandosi la pasta si ammorbidirà e, se l’avrete fatta abbastanza sottile, scenderà come un velo.

 Torta pasqualina fetta blog

Quasi dimenticavo: da qualche giorno è on-line su Alterkitchen una nuova pagina, dedicata all’indice delle ricette. Qui potete trovare tutte le ricette pubblicate sul mio blog, suddivise per tema.

Mare profumo di mare – Zucchine ripiene alla ligure

Ebbene sì, lo ammetto, ho voglia di arrostirmi al sole (e non più quello del mio giardino), di spiaggia e di mare. Ma questa voglia non mi ha annebbiato a tal punto da sentire il profumo o il rumore di mare nelle zucchine.. ho bisogno di una vacanza, ma non così tanto! È il ripieno di queste zucchine ad avere un profumo di mare, quello ligure per la precisione (ma, date le mie rielaborazioni, si tratta senza dubbio del versante ligure più vicino al Piemonte).

Ormai manca poco alla mia partenza (è probabile che il prossimo post sarà scritto da un’altra località), manca poco a quando rivedrò finalmente il mare, il mare di cui sento sempre nostalgia, e che ogni anno attendo con ansia di rivedere, emozionata come una bambina davanti al suo giocattolo preferito. E, mentre inganno questa ormai breve attesa, mi conforto con queste deliziose zucchine che sanno di mare e di estate, e con le splendide parole di Baudelaire su questo specchio azzurro che tanto amo.

L’uomo e il Mare

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal suono al suo di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso nè pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

Charles Baudelaire, “I fiori del male”

 

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Di vacanze e coniglio alla ligure

Come avevo promesso questo sarà un post sulle vacanze, ovviamente le mie. Quest’anno, nonostante i sempre troppo pochi giorni di pausa che ci possiamo permettere, siamo riusciti a fare una triplice vacanza, complice un colpetto di fortuna (aka il posticipo dell’inizio lavorativo). Non escludo di riuscire a fare una quarta mini-vacanzina da qualche amica, se la fortuna mi assisterà nuovamente, ma non voglio attirarmi cattivi numi, quindi non proseguirò oltre. Parliamo invece del passato, che così andiamo sul sicuro!

Le tanto attese vacanze sono cominciate con un week-end veronese: Verona ci ha accolto con un caldissimo sole, la sua pacata quiete e il suo italicissimo centro storico, da percorrere con calma, alla ricerca della sua storia o di un po’ d’ombra. Qui sotto potete vedere qualche scorcio caratteristico veronese: partendo da in alto a sinistra, in senso orario, vedete Ponte Pietra, la Torre dei Lombardi, una veduta dall’alto, l’Arena e una vista sull’Adige.

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Una formaggiosa bontà… la focaccia al formaggio

Se passate per Recco, o per altre città vicine della Riviera di Levante ligure, non potete non assaggiare la famosissima focaccia di Recco. Ciò a patto che amiate alla follia lo stracchino, visto che dentro ad una focaccia di Recco c’è più o meno la quantità di stracchino che potreste mangiare in un anno o due della vostra vita.

Uno dei grossi inconvenienti della focaccia di Recco è che è pressoché impossibile da trovare al di fuori della sua zona d’origine. Quindi, per ovviare all’astinenza da focaccia stracchinosa, perchè non provare a farne una versione casalinga?! E, ancor prima che mi impegnassi nella spasmodica ricerca di una ricetta efficace, quest’ultima mi è letteralmente caduta addosso, e io non ignoro mai un chiaro segno del destino, soprattutto in fatto di cibo!

Così, mentre navigavo fra i miei soliti food blog amici per informarmi sulle novità, mi sono imbattuta nell’efficacissima ricetta di Manuela di Manu’s Menu per preparare l’amatissima focaccia di Recco.

La ricetta è molto semplice da preparare, non richiede lunghi tempi di attesa (la pasta non è lievitata), ma solo grandissime quantità di stracchino (la ricetta originale su cui Manuela si è basata prevedeva l’utilizzo di 1 kg di stracchino per 500 g di farina; sia lei che io abbiamo dimezzato -o quasi- le dosi… sappiatelo). Siete pronti?

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