Rigurgiti d’inverno e ricordi di montagna – Pizzoccheri della Valtellina

Siamo qui, ormai proiettati verso la primavera, e il tempo ci gioca un bello scherzetto, riproiettandoci da un giorno all’altro nuovamente in inverno, con tanto di pioggia, freddo e grigio (che a volte già contrasta meravigliosamente con un verde smeraldo, che fa presagire l’arrivo di una nuova stagione).

Così, se penso di nuovo all’inverno, penso alla montagna. E, se penso alla montagna, penso a quei bei comfort food, a quei piatti rustici, ben conditi e ricchi che di solito ci si concede dopo una camminata, oppure dopo una giornata sulla neve.

Io non conosco molto, né molto ho mai amato la montagna… fino a quest’anno. Credo che a volte sia necessario vedere l’amore che un’altra persona prova di fronte alla vastità, alla maestosità e alla pace delle montagne per rivalutare luoghi che mai si erano considerati prima. Così ora imparo piano piano ad apprezzare questo luogo così lontano da me, “animale” profondamente acquatico: inizio a godere di una gita in cui trascorrere ore a fotografare farfalle, comincio ad amare i giri in funivia stritolando la mano del malcapitato al mio fianco (è colpa delle vertigini, giuro), le lunghe camminate con viste rappacificanti col mondo (e, per me mozzafiato, almeno -ma non solo- per le vertigini) e un panino nello zaino, e continuo ad amare (quello non l’ho mai disdegnato) il cibo di montagna.

È incredibile come in un solo anno la mia memoria si sia riempita di ricordi legati ad un sistema naturale che avevo sempre considerato ostile, e il cui fascino non mi aveva mai sfiorato prima. È incredibile quanto la curiosità per questo ambiente si sia fatta tale e tanta in così breve tempo, tanto che ora nella mia wish-list di viaggi (possibili e senza troppo tempo a disposizione) in cima svetta l’Alto Adige. D’altronde, tante cose cambiano in un anno, ma le montagne no, e forse in ciò si cela parte del loro fascino.

Quindi, per ricordare la montagna ed i bei cibi di montagna, oggi vi propongo i Pizzoccheri della Valtellina, una pasta molto ruvida, poiché a base di grano saraceno (a proposito, ve la ricordate la mia crostata di grano saraceno con marmellata di lamponi del Trentino?!), riccamente condita con patate, verza, burro e formaggio.

La ricetta che vi propongo è quella codificata dall’Accademia del Pizzocchero di Teglio, quindi vado sul sicuro.

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Ricordi mantovani: i tortelli di zucca

Ve l’ho già detto la scorsa volta che io per la zucca ho un debole.. e uno mica da poco, aggiungerei.

E se il passato di zucca è il mio tallone d’Achille (chi di voi crede che ne abbia uno solo alzi la mano… ecco, chi ha alzato la mano si sbaglia), forse al secondo posto della mia personale top 10 dei piatti a base di zucca che preferisco figurano i tortelli di zucca, con quel ripieno dal sentore di amaretto e mostarda che mi stupisce ogni volta e mi fa andare in sollucchero, conditi con burro e tanto, ma proprio tanto Parmigiano grattugiato: una libidine, non ho ulteriori definizioni.

Inoltre, per me tortello di zucca significa Mantova, e Mantova è una città che amo moltissimo, a misura d’uomo, dal fascino discreto e delicato, con i suoi ciottoli, le sue piazzette, i suoi palazzi, le sue memorie virgiliane e la sua cucina ricca e generosa.

A Mantova si legano poi ricordi di soggiorni trascorsi tra librerie e ristoranti, di persone (che magari a Mantova non ho mai incontrato, ma tant’é… il mio cervello fa le sue associazioni, quindi prendetevela con lui) che ora tendo a trascurare, ma che porto sempre nel cuore per ciò che mi hanno trasmesso, per la loro vicinanza, per i consigli, le risate e le mangiate. E a Mantova si legano anche altri ricordi, di persone perdute, che, grazie alla loro dipartita, mi hanno insegnato l’importanza sapersi rialzare, la grandezza e il potere del cambiamento. Così, a questi ricordi dal sapore dolce-amaro, quelli che in bocca lasciano un retrogusto sgradevole, si sostituiscono ricordi nuovi, dal sapore dolce ma capaci di stupire all’improvviso con qualcosa di inatteso e delizioso, un po’ come questi tortelli di zucca che ora per me sanno di tenerezza, di sorpresa, di felicità.

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Giornata mondiale dell’ossobuco alla milanese (the day after)

Ieri, di ritorno a casa, tardi, inizio a pensare che dovrei andare a spulciare tutte le nuove ricette comparse sui miei blog preferiti, poi mi ritrovo a pensare che forse dovrei prima aggiornare il mio blog e poi pensare a quelli degli altri… ma,  guardando gli altrui blog (per la serie “pensare una cosa e farne l’esatto opposto”), scopro da Sigrid che il 17 dicembre si celebrava la giornata internazionale dell’ossobuco alla milanese (non è che ogni anno si dedichi una giornata a questo piatto, ma ogni anno la GVCI dedica ad un piatto specifico la giornata mondiale delle Cucine Italiane, e quest’anno il piatto in questione era, appunto, l’ossobuco alla milanese).

Certo, non sarà come dimenticare il compleanno di tuo padre, le chiavi della macchina nel quadro o di prendere i guanti per uscire quando fuori ci sono -6° C (cosa che comunque a me è capitata giusto ieri), però, dal momento che la mia ricetta dell’ossobuco alla milanese aspettava da un po’ di essere pubblicata (giacché la ricetta in questione arriva da quel corso sui tagli e le cotture delle carni frequentato qualche mese fa, e di cui già vi avevo parlato qui) mi è sembrato uno scherzo del destino quello di perdere l’occasione d’oro per scrivere di questo fantastico comfort food invernale.

E così, se mi perdonate il giorno di ritardo, festeggio anche io gli ossibuchi (e il “the day after” dona anche un connotato apocalittico che oggi mi piace assai).

Il contorno per ossibuchi DOC è il risotto alla milanese, che ne è perfetto e naturale complemento, ma anche la polenta è un ottimo contorno per ossobuco alla milanese; ovviamente, però, se questi abbinamenti  non vi convincono, o se gradite di più un accompagnamento a base di verdure, potete scegliere un contorno per gli ossibuchi diverso. Io per esempio ho utilizzato dei carciofi in umido, ma sta benissimo anche un morbido puré di patate o delle carote saltate. Insomma, quello che più preferite!

 

Con questa ricetta partecipo al contest del Molino Chiavazza dedicato al Comfort Food. So che la farina non è qui un ingrediente primario, ma è indispensabile per la perfetta riuscita del piatto.

Panettone.. e Buon Natale

Cosa si può dire del Panettone, se non che è il dolce natalizio per eccellenza (non me ne vogliano i sostenitori del pandoro, ma come il panettone non ce n’è)?! Che il suo profumo secondo me potrebbe far resuscitare i morti? Che la sua morbidezza scioglierebbe anche i più duri di cuore?

No, preferisco dire che quest’anno ho voluto regalarmi questo esperimento… ripetuto due volte, per un primo esito “fallimentare” (una lievitazione errata e troppo lunga, che ha portato ad un panettone buonissimo, ma più secco del dovuto) ed un secondo tentativo  fenomenale, grazie anche a Morena di Menta e Cioccolato, mamma della ricetta, che mi ha spinto a non buttarmi giù e mi ha dato consigli utili per la riuscita.

Con questo Panettone (che si taglierà come per magia nel numero di fette esatto perché ce ne sia una a testa per tutti voi) vi auguro un felice e sereno Natale, circondati dagli affetti a gozzovigliare (come potrei non augurarvelo!). E che questo Natale vi porti tutto ciò che desiderate.

E, in ultimo, voglio ringraziare tutti voi, per la pazienza che dimostrate nel leggere i miei sproloqui, per l’affetto, l’attenzione e il supporto che avverto in ogni commento e in ogni e-mail. Grazie a tutti e, sinceramente, Buon Natale.

… non vi preoccupate, ora vi lascio anche la ricetta del Panettone!

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