Il Piemonte in un raviolo.. del plin


Questo mese è tornato l’MTC, ed è tornato col botto: Elisa, infatti, ha proposto di affrontare le raviole del plin.

Facile, potreste pensare, visto che sono piemontese (anche se proprio proprio piemontese DOP non è che lo sia).

E invece non ho una ricetta di famiglia di queste piccole delizie, nessuno a casa mia li ha mai fatti (nè forse ha mai pensato di farli) e, a dirla tutta, nella mia famiglia (a parte gli agnolotti di magro che una volta mia nonna preparava per Natale) la pasta fresca è una tradizione piuttosto recente, cioè che sono stata io ad iniziare… credo che il mio sia uno dei rari casi in cui è la madre ad andare a mangiare la pasta fresca dalla figlia (non fraintendiamo, io semplicemente vado a mangiare altro, da mia madre).

Così, quando mi sono apprestata ad affrontare questa sfida l’ho fatto con lo sguardo libero dalla tradizione, ma non proprio da neofita, visto che di plin ne ho fatti parecchi, lavorando per un po’ di tempo in un ristorante dove spesso e volentieri comparivano nel menù (almeno ci ho guadagnato in manualità e velocità).

Così, non partendo dalla tradizione, mi sono discostata dai classici plin al ripieno d’arrosto, ma volevo che in questi piccoli scrigni di pasta entrasse un po’ del mio Piemonte, quello dei formaggi che tanto amo (non vi preoccupate, presto vi parlerò di Cheese), di burro e di nocciole. Così ho scelto un ripieno di seirass (una ricotta tipica piemontese, molto umida, morbida e cremosa, e viene quasi sempre venduta in forma conica, nel sacchetto di stoffa nel quale si fanno scolare i fiocchi di cagliata) e (poco) miele di castagno e un condimento di burro fuso (per me Occelli, per rimanere in Piemonte), nocciole tonde gentili e tanto Parmigiano grattugiato (unica deroga alla piemontesità del piatto).

Raviole del plin blog

Plin blog

 Con questa ricetta partecipo all’MTC di settembre

MTC plin

Di cene in bianco e Caesar salad

Questa volta ho intenzione di cogliere due piccioni con il proverbiale post (una sorta di fava 2.0). Infatti, se qui vi raccontavo ed invitavo a prendere parte ad un entusiasmante evento organizzato a Torino, ora sono qui a dirvi che entusiasmante era un aggettivo a dir poco riduttivo. È stata una serata magica: un numero impressionante di persone (si dice 7000, io non sono una brava ragioniera, ma eravamo tantissimi) che mangiano insieme, in armonia, in una location bellissima e suggestiva come la Villa della Tesoriera, in una serata di inizio estate in cui la pioggia ha lasciato il posto ad un venticello appena accennato e ad un cielo azzurro, arricchito da benevole nuvole di meringa.

Cena in bianco Tesoriera blog

Grazie alla cena in bianco ho potuto scorgere una Torino candida ed immacolata, ho osservato l’esistenza di una gamma incredibile di sfumature di bianco, ho potuto gioire della condivisione di cibo, chiacchierate o anche solo di un sorriso, con vicini di tavolo mai incontrati prima..  anche se alcuni incontri si programmano con piacere, in una serata così; perché avere come vicini di tavolo Serena e consorte mica ti capita tutti i giorni.

Cena in bianco preparativi blog

Ho visto tavoli stupendamente decorati ed imbanditi, pietanze bianche e non da acquolina in bocca, gruppi iper-organizzati con attrezzature che neanche i migliori caterer posseggono, future mamme con pancioni enormi e bambine bellissime nei loro vestitini bianchi correre per i prati.
Poter vedere una cascata di persone invadere un luogo pacificamente, mangiare, bere e poi scomparire con velocità e discrezione non capita tutti i giorni, ma almeno una volta l’anno sì. E quella volta va vissuta appieno, fino al calar della sera.

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Chiudere gli occhi per un istante, riaprirli e ritrovarsi immersi in quel verde e in quel bianco, trovarsi seduti ad un piccolo tavolo imbandito con buon cibo, una fresca bottiglia di bollicine, una candela e con di fronte la mia dolce (o golosa?!) metà ha saputo trasformare la mia già bella Torino in un luogo davvero unico, capace di mutare un sabato sera normale in un evento di cui serbare a lungo il ricordo.

Cena in bianco us blog

… almeno fino alla prossima volta…  À bientôt…

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Tra le pietanze preparate per l’occasione ho scelto una Caesar salad, in tema con l’MTC di questo mese e con la grande ristorazione d’altri tempi, in cui l’insalata era tutt’altro che un contorno, ma una portata degna di rispetto e cura. Per me, infatti, questa insalata è stata il piatto principale della serata.

Per conoscere le altre due portate (o almeno l’antipasto) dovrete attendere ancora un pochino, ma mi auguro che l’attesa sarà ripagata!

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 Con questa ricetta partecipo all’MTC di giugno

MTC Caesar salad

Di cene a tema e di chili con carne (per l’MTC)

Io adoro le cene a tema… avere una cucina nazionale da esplorare, un giro di anni a cui fare riferimento, oppure un genere musicale o cinematografico a cui ispirarsi mi fa andare in brodo di giuggiole! Mi metto lì, studio cosa fare, come farlo, come proporlo… e poi il divertimento della serata stessa, in cui si cerca di ricreare un’atmosfera unificante, in cui tutto gridi al tema prescelto.

Così, quando per l’MTC di aprile Ann ha proposto il chili con carne (versione ortodossa), la mia testolina ha iniziato a gridare alla cena Tex-Mex.

Pertanto, per arrivare a ricreare l’atmosfera giusta, consiglio di aggiungere alla ricetta che segue (ogni credito ad Ann) una bella terrina di tortilla chips accompagnate da un ottimo guacamole (oppure, se siete più viziosi, potete optare per dei lussuriosi nachos), e poi mangiare il tutto rigorosamente con le mani mentre si guarda un film western. Io non amo molto il genere western, quindi ne consiglio uno assolutamente fuori dal coro, Django Unchained dell’amatissimo Tarantino (nota personalissima: godetevi la scena del KKK, semplicemente geniale), che si distingue come sempre anche per la colonna sonora fenomenale (questa e questa su tutte). Se invece non volete proprio saperne di mangiare davanti alla TV, almeno mettete su un po’ di sano country.. anche qui, non amo moltissimo il genere, ma con Johnny Cash non potete sbagliare.

Detto ciò , vi lascio al fantastico chili con carne e alle ottime tortillas di Ann.

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Fideuà in bianco e nero per l’MTC

 Sono solo tre mesi che partecipo all’MTC, ed ogni mese è una sfida maggiore. Questo mese Mai ci ha sfidato giocando in casa, proponendo la fideuà, un piatto spagnolo (catalano, per la precisione, ché Castigliano e Catalano non sono la stessa cosa, questo l’ho imparato), un piatto di pesce, un piatto elaborato e allo stesso tempo semplice, perché nato al bordo di un peschereccio, e quindi di preparazione necessariamente facilitata dall’utilizzo di pochi ingredienti e strumenti (credetemi, cucinare su una barca non è cosa semplice).

Inoltre questo piatto è stato richiamare alla memoria un passato (quello del 2009) ormai molto lontano, un viaggio a Barcellona in pieno inverno, in una città alla quale forse non ho permesso di affascinarmi, di catturarmi con la sua eccentricità, le sue forme sinuose, la sua vita pulsante. Un periodo tanto diverso della mia vita, in cui la bellezza dell’eccentrico, del particolare, aveva su di me un potere minore, un periodo in cui non ero pronta a vedere l’essenza di Barcellona. Credo pertanto di avere un ricordo sfalsato di questa città: nella mia mente la rivedo come una città del colore della sabbia, in cui nulla mi è parso finito o definitivo (ma, mentre ora ciò mi appare come segno della speranza, dell’evoluzione, una volta mi pareva come semplice mancanza). Non ne rivedo i colori, non ne risento gli odori, i gusti, e la ricordo algida (e fredda lo era, almeno climaticamente, quando vi andai, sferzata da un vento gelido) e lontana, lontanissima dalla Barcellona vista con gli occhi di Pepe Carvalho, letta tante volte come calda, pulsante, fremente di profumi e di vita.

Incredibile come gli stati d’animo o le fasi della vita possano mutare a tal punto la propria percezione, tanto da cambiare un’intera città. E dire che io sono un’amante del mare, e di solito le città di mare mi piacciono a prescindere: anche nella più infima, nella più banale riesco a trovare qualcosa da amare, di cui serbare un ricordo positivo. Per Barcellona, invece, sento poco o niente (e non è strano come, per un problema informatico accaduto tempo fa, le foto di questo viaggio siano le uniche andate perdute?), è tutto sfocato, confuso, ovattato.

Ma ora ho qualcosa da cui partire, prima di tornare a Barcellona con occhi mi auguro mutati: ho questo piatto di mare, un piatto che ho cercato di trasformare senza trasfigurare, aggiungendo i carciofi (reperibili anche per un peschereccio del 1915 che attracchi in qualsiasi porto spagnolo – mi sono documentata, la Spagna produce carciofi) ed utilizzando quasi esclusivamente seppie nere (eccezion fatta per i gamberoni) con il loro nero (idea di mia mamma, devo riconoscerne il merito).

Una sorta di foto in bianco e nero della fideuà originale, come è in bianco e nero la mia foto di Barcellona. Chissà che prima o poi non vada aggiungendo i necessari colori.

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Una Red Velvet Cake gluten free per il secondo blog-compleanno

Iniziamo a bomba con una confessione scomoda: io detesto (cordialmente) le torte a strati. Avete presente le classiche torte da festa, no?! Dischi di pan di Spagna, bagnati, separati da strati di crema pasticcera o chantilly e infine coperti di panna. Ecco, io quelle torte le detesto. Intendiamoci, sono buone, ma non sono il mio genere prediletto di dolce, ecco. Non le sceglierei mai, che so, su una millefoglie (lo so che gli strati ci sono anche qui, ma sono croccanti e-anche-se-sono-un-po’-incoerente-mi-piacciono-di-più-e-non-giudicatemi) o un bel dolce al cucchiaio.

Eppure ho imparato a fare queste torte al corso di pasticceria, le so fare da zero (anche piuttosto bene, a quanto pare) e mi ci diverto pure, ma non chiedetemi di mangiarle con gusto.

Per questo, di fronte alla sfida dell’MTC di questo mese lanciata da Stefania di Cardadomo & CO. sono trasalita: non solo si trattava di una torta a strati, ma di una torta made in USA, una Red Velvet Cake, e per di più gluten free. Non che abbia qualcosa contro il “gluten free”, anzi.. credo che io per prima dovrei creare più ricette dedicate a chi è allergico al glutine, però non ciò non semplificava certo la missione.

Così, con il mio solito aplomb, ho pensato “e mo’ son cazzi” e, in seconda battuta, “ma chi se la mangerà, poi, un’intera torta a strati?!”

Così ho optato per una soluzione “di comodo“, ma ammessa dalle rigide regole della sfida: di torta si è trattato, ma di una tortina monoporzione (sapevo che questi stampi da mini-torta a strati sarei riuscita ad utilizzarli, prima o poi… erano ancora nella loro scatola, in attesa della giusta occasione), che ho scelto di bagnare con un liquore ai mirtilli fatto da un’amica e di guarnire nel modo meno stucchevole a cui potessi pensare, con della semplice panna montata (appena appena zuccherata) arricchita da polpa di mirtillo fresco. Una copertura (ed un ripieno) violacei (molto in tinta), freschi e un po’ asprigni, per venire incontro ai miei gusti.

Così, dopo questi necessari aggiustamenti, posso proporla per festeggiare un compleanno, quello del mio blog, che proprio oggi compie due anni.

Tanti auguri, Alterkitchen!

E sono contenta di poter festeggiare questo traguardo con tutti i miei lettori, con tutte le amiche dell’MTC e con una torta che possa essere gustata anche dagli amici celiaci.

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I pici al ragù di fegatini della Langa per l’MTC

Anno nuovo, sfida nuova. Ebbene sì, con il 2013 ho deciso di gettarmi anche io “nella mischia” dell’MTC, un contest culinario mensile fra blogger (e non) che da tanto, troppo tempo mi incuriosiva… ogni mese ci si sfida su un tema, lanciato dal vincitore dell’ultimo contest, e ci si confronta, ci si ammira, ci si scopre. L’anno scorso, in più di un’occasione, al fiorire di una medesima ricetta su decine e decine di blog, finivo quasi sempre per unirmi, seppur al di fuori della sfida. Così, mi sono detta, perché non partecipare dall’interno?!

E poi, galeotta fu una vittoria, quella della Patty, e galeotta fu una decisione comune, quella di partecipare per la prima volta insieme a Marina.

E la cosa pazzesca è che questa decisione mi ha portato fortuna, perché Patty ha deciso di premiarmi (pur senza saperlo)… mi ha premiato facendomi preparare i pici, una pasta che risveglia in me tanti ricordi di un’estate ormai lontana in terra umbra (controllo le foto, e porca zozza, era il 2007). Sì, perché per me picio (e non nell’accezione piemontese, molto meno educata -e poi sarebbe piciu) è sinonimo di Umbria, di Trasimeno (ah, la Festa dell’Unità di Castiglione del Lago, dove le signore del luogo filavano i pici live, prima di condirli con un ricchissimo sugo d’anatra), di una terra verde ed ospitale, di persone gentili e vere e di meraviglie storiche e culturali.

Questo rappresentano per me i pici, e filandoli è stato un piacere poter ricordare tutto ciò, con la speranza di scoprire anche il lato toscano di questo piatto e di poter tornare presto anche in Umbria, il cui ricordo è ancora così vivo da poterlo toccare, fra una vacanza estiva sul lago e una marcia Perugia-Assisi, una delle esperienze più belle che io abbia mai fatto.

Per quanto riguarda il condimento di questa pasta meravigliosa, che va filata una ad una con amore e delicatezza, ho scelto un km 0 made in Langa (la ricetta, infatti, è presa dal libro”Ricette delle Osterie di Langa” e l’ho modificata appena), con un ragù contadino, povero (perché fatto di soli fegatini), dal gusto deciso e ricco, rustico e allo stesso tempo vellutato al palato.

PICI AL RAGÙ DI FEGATINI DI LANGA

Ingredienti (per 5 persone)

Per i pici

  • 250 g di farina 00
  • 125 g di farina di semola rimacinata
  • 2 generosi cucchiai d’olio extra vergine
  • 1 pizzico di sale
  • acqua q.b

Nota di Patty: La quantità di acqua è variabile dal tipo di farina che userete. In genere per questa quantità di farina un bicchiere o poco meno è sufficiente, ma sta a voi osservare quanta ne incorpora il vostro impasto per essere morbido e malleabile. La proporzione dell’uso delle 2 farine è sempre 2:1, ovvero due parti di 00 ed una di semola rimacinata che conferisce struttura all’impasto. In questa maniera non avrete bisogno di uova.
Per il sugo di fegatini (ve ne avanzerà un bel po’, quindi potrete dimezzare le dosi, per 5 persone)

  • olio extra-vergine di oliva
  • uno spicchio d’aglio
  • una cipolla, tritata finemente
  • rosmarino
  • alloro
  • 500 g di fegatini di pollo, tritati o affettati finemente (a vostro gusto)
  • un bicchiere di vino rosso
  • sale q.b
  • pomodori pelati (per me quelli messi in vasetto questa estate)

Procedimento

  1. [Per i pici copio e incollo il procedimento della Patty]
    Fate la fontana con le due farine miscelate. Versate l’olio, il pizzico di sale e cominciate a versare lentamente l’acqua, incorporando la farina con una forchetta. Attenzione al sale. Non esagerate perché questo indurisce la pasta.
    Quando la pasta comincerà a stare insieme, cominciate ad impastare con energia utilizzando il palmo delle mani vicino ai polsi. Se necessario, aggiungete acqua o farina.
    Piegate la pasta su se stessa come quando impastate la pasta all’uovo e non stirate mai troppo l’impasto per non sfibrarlo. “Massaggiate” con energia per almeno 10 minuti. Ricordatevi che la vostra “palla” di pasta è una cosa viva, dovete volerle bene.
    Dovrete ottenere una pasta liscia, vellutata e abbastanza morbida. Fate riposare almeno una mezz’ora avvolta nella pellicola.
  2. Quando la pasta è pronta, tagliatene un pezzetto e fatene una pallina, quindi sulla spianatoia stendetela con il matterello ad uno spessore di 1 cm. Con un tagliapasta o un coltello affilato, tagliate tante striscioline larghe c.ca 1 cm e coprite il resto della pasta con la pellicola affinché non si secchi.
    Cominciate a “filare” i pici, rollando la pasta con il palmo delle mani e contemporaneamente stirandola verso l’esterno.
    Quando si tirano pici molto lunghi, la tecnica è quella di tirarli da un lato tenendo l’altra estremità con il palmo e piano piano allungandoli fino ad esaurire la pasta. Una volta tirato il vostro picio, fatelo rotolare nella farina di semola o di fioretto affinché non si appiccichi agli altri. Una pasta morbida e riposata si tira con estrema facilità.
  3. Per il ragù, fate scaldare in una pentola adatta dell’olio extra-vergine d’oliva, e fatevi soffriggere l’aglio e la cipolla tritata per qualche minuto insieme a rosmarino ed alloro.
  4. Aggiungete quindi i fegatini e fateli rosolare finché avranno preso colore. Aggiustate di sale e sfumate con il vino rosso. Quando il liquido sarà evaporato, aggiungete i pomodori pelati (io ho utilizzato un vasetto grosso, da almeno mezzo chilo).
  5. Coprite con il coperchio e fate cuocere a fuoco lento per almeno 40 minuti (i fegatini richiedono una cottura inferiore alla carne trita da ragù), ma anche di più (il mio ha cotto poco più di un’ora); di tanto in tanto, rimestate il sugo, schiacciando un po’ i pelati con la forchetta o il cucchiaio di legno.
  6. Cuocete i pici in abbondante acqua salata (al limite aggiungendo un po’ d’olio nell’acqua, se temete che si incollino), scolateli e conditeli con il ragù. Servite ben caldi.

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Pici al sugo di fegatini blog

Con questa ricetta partecipo per la prima volta all’MTC

Sfida pici MTC