Spaghetti con arselle affumicate e pomodorini arrostiti.. una storia d’amore

Dopo esserci fatti una bella bevuta, all’MTC non potevamo che proseguire con una bella fumata.

Ebbene sì, questo mese il tema della sfida lanciata da Greta è l’affumicatura casalinga, una tecnica che ben pochi sperimentano nelle loro cucine e che invece apre a risultati assolutamente inaspettati.

La fonte di ispirazione massima di questa ricetta è stata Greta stessa: quando ho letto nel suo post “Le regole dell’affumicatura perfetta” questa frase, è stato un colpo di fulmine “Con i bivalve invece è preferibile utilizzare legna e prima che rispondiate ” i bivalve????? affumicati???????” vi dico subito che sì, possono essere affumicati anche quelli ed anzi: provateli alla prima occasione, perché vi schiuderanno un mondo.”

Da lì a pensare “pasta con le arselle affumicate” è passato credo un nano-secondo, visto il mio amore folle per la pasta con le arselle, che è in assoluto il mio piatto preferito. Ho pensato che il tocco affumicato sarebbe stato semplicemente perfetto, quindi mi sono messa in rete a studiare un po’, e mi sono imbattuta in un piatto super-blasonato dello chef Uliassi: spaghetti affumicati con vongole e pomodorini grigliati, dove l’affumicato viene dato da un brodo di anguilla affumicata che serve per cuocere la pasta e rafforzato dai pomodorini abbrustoliti.

Ho pensato di ispirarmi a questo piatto, ma di virarne la componente affumicata, che per me è data invece dalle arselle, affumicate con chips di legno di limone, scorze essiccate di limone e arancia, rami di prezzemolo e pomodorini. Il tutto fatto in casa e con un metodo rudimentale, ma assai funzionale, ovvero utilizzando una vaporiera di bambù per ravioli cinesi messa su un banalissimo pentolino (come vedete qui in foto) e, miracolo dei miracoli, si sono cotte alla perfezione, rimanendo umide. Poi vi spiegherò meglio come nel testo della ricetta.

 

Voi non avete idea di quanto mi abbia gasato affumicare queste vongole.. e il gusto che si ottiene è pazzesco, e si trasferisce molto nel piatto finito, dove viene richiamato dal gusto “di bruciato” dei pomodorini, e alla fine ingentilito dalla scorza di limone e dal prezzemolo, che danno la giusta nota di freschezza.

Una pasta con le arselle diversa dal solito ed incredibilmente, dannatamente buona.

PASTA CON LE ARSELLE AFFUMICATE E POMODORINI ARROSTITI

Ingredienti (per 2 persone):

  • 700 g di vongole
  • sale grosso
  • circa 15 pomodorini Piccadilly
  • sale fino
  • chips di legno di limone
  • scorze di limone e arancia essiccate
  • prezzemolo
  • rametti di pomodorino
  • olio extra-vergine di oliva
  • 2 spicchi d’aglio
  • peperoncino (se gradito)
  • 250 g di spaghetti
  • scorza di limone

Procedimento:

  1. Per prima cosa, mettete 500 g di vongole a bagno con un pugno di sale grosso per 2-3 ore, in modo da eliminare i residui di sabbia.
  2. Con le restanti vongole, preparate l’acqua di vongole: mettete le vongole in una padella con mezzo bicchiere d’acqua e accendete il fuoco al massimo. Lasciate bollire finché le vongole non saranno tutte aperte (circa 2 minuti), quindi togliete le vongole (che hanno rilasciato il loro gusto, quindi sono diventate inutilizzabili; io ovviamente me le sono pappate lo stesso, con dei ceci ripassati in padella) e filtrate più volte l’acqua in modo da eliminare i residui di sabbia. Lasciate da parte.
  3. Preparate i pomodorini: lavateli, mondateli (tenendo da parte i rami) e tagliateli a metà, quindi arrostiteli dalla parte del taglio su una padella antiaderente ben calda. Metteteli quindi ad asciugare in forno a 50°C ventilato per circa 1-2 ore.
  4. Preparate il mix di chips di legno di limone e di scorze essiccate di limone e arancia e mettetelo a bagno mezz’ora prima di proseguire con l’affumicatura.
  5. Mondate abbondante prezzemolo e tritatelo finemente (servirà poi a guarnire il piatto). Conservate una decina di gambi.
  6. Preparate un doppio cartoccio di alluminio da cucina, quindi mettete il mix di legno e scorze al suo interno. Aggiungete i gambi del prezzemolo e i rami di pomodorini, quindi ponete il cartoccio in una pentola sulla quale appoggerete un cestello per il vapore (per me di legno di bambù) e coprirete con un coperchio. Accendete il fuoco al massimo e, quando inizierete a vedere la colonnina di fumo, scoperchiate e mettete le vongole all’interno del cestello, coprendo col coperchio (io ho dovuto farlo in 2 volte). Lasciate cuocere sempre a fuoco molto alto finché le vongole non si saranno aperte del tutto (ci vorranno 10 minuti scarsi). Io, nell’enfasi del momento, ho persino fatto un video (ok, non mi giudicate, lo so da me che sono pazza) e l’ho messo su YouTube.
  7. Una volta che le arselle saranno aperte, toglietele dal cestello, lasciatele raffreddare un attimo (giusto perché tornino maneggiabili) e sgusciatene i 2/3, tenendole da parte coperte.
  8. Portate a bollore una pentola con abbondante acqua non troppo salata, quindi buttate la pasta. A parte fate scaldare l’acqua di vongole.
  9. Nel frattempo, in una padella fate scaldare abbondante olio extra-vergine di oliva e soffriggetevi gli spicchi d’aglio (tritati o interi, a vostro gusto) e del peperoncino (se gradito). Aggiungete quindi le vongole con il guscio (che contribuiranno al gusto affumicato del piatto, oltre che all’estetica).
  10. Quando alla pasta mancheranno 5 minuti di cottura, scolatela utilizzando una schiumarola e aggiungetela nella padella con le vongole. Unite quindi i pomodorini (tenendone da parte 6), le vongole sgusciate e aggiungete a poco a poco qualche cucchiaio di acqua di vongole e mantecate la pasta (utilizzando il metodo spiegato da Greta qui e tanto gioco di polso). Nel caso l’acqua delle vongole non dovesse bastare, utilizzate quella di cottura della pasta.
  11. Quando la pasta sarà cotta e ben mantecata, dividetela nei piatti, guarnite con 3 pomodorini arrostiti per piatto, una manciata di prezzemolo tritato e una generosa grattugiata di scorza di limone.

 

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 70

Mezzi paccheri al ragù bianco di calamari e gamberoni con nocciole: storia di un Piemontese al mare

Se è vero che settembre è il mese degli inizi, molto più di gennaio, non c’è settembre che arrivi senza il ritorno dell’MTChallenge.

Quest’anno, poi, il ritorno è in pompa magna: non solo perché lui manca da 2 mesi e non solo da uno, ma anche perché io manco dalle sfide da almeno 3 o 4 mesi, ed era ora che ritornassi a cucinare un po’.

Poi metteteci pure che si torna con una sfida sulle paste di pesce lanciata da Sua Signora delle Acciughe et voilà, ecco gli ingredienti giusti per un ritorno in grande spolvero!

Certo, per “noi che siamo gente di pianura, navigatori esperti di città” (toh che pezzone vintage che vi butto così, con nonchalance) avere a che fare con le paste di pesce non è una roba da poco. Sì, potevo optare per un pesce d’acqua dolce, o potevo optare per le acciughe che tanto segnano la cucina piemontese, e invece no.

No, perché ho voluto onorare il paradosso che fa sì che il pesce più fresco si sia sempre riversato più nelle grandi città del nord che a due passi dal mare, e sono andata a pescare dal pescivendolo di fiducia due bei calamari e quattro gamberoni per realizzare un bel ragù bianco, quei ragù in bianco che tanto amo della cucina Piemontese.

A parte l’accorgimento di preparare in anticipo un bel fumetto (che è quello che rende una pasta col pesce una pasta col pesce con i controcazzi), la cottura di entrambi i pesci (che poi pesci non sono, ma passatemi questa imprecisione) è estremamente veloce, ancor più se tritati al coltello, quindi il sugo si prepara agevolmente nel lasso di tempo che va dal metter su una pentola d’acqua al momento di scolare la pasta.

Niente ore ai fornelli, insomma.. quindi non iniziate a trovare scuse.

Le uniche altre cose che dovrete fare sono scegliere la pasta giusta (una di quelle belle paste di grano duro trafilate al bronzo che vi fanno dire “ohhh, questa è pasta!”) ed imparare il movimento sensuale con il quale andrete a roteare la padella per mantecare perfettamente la pasta (ok, sporcherete un po’, ma vi assicuro che il risultato varrà tutto lo sgrassatore utilizzato per pulire la cucina). Trovate il video di come fare qui, preparato dalla mitica Greta. Provate questo metodo, e non ve ne pentirete (cioé, guardate qui sotto il risultato di questa pasta bella avvolta dal sugo)!

Il vero Piemontese, però, pur beandosi del pesce fresco che riesce a trovare nella bella Torino alla faccia di tutti quelli che hanno il mare davanti, non dimentica mai le sue origini: così nella mia pasta è finito a sfumare un bell’Erbaluce di Caluso metodo classico (quello ottimo di Orsolani, che ha accompagnato il mio pasto) e sul piatto finito una bella manciata di nocciole tostate (quelle di Altalanga) che, lasciatemelo dire, sono proprio la degna guarnizione di un piatto che è forse la cosa migliore che sia uscita dalla mia cucina negli ultimi tempi.

E tutto solo grazie agli stimoli che ogni mese mi arrivano dalla pazza pazza famiglia dell’MTC.

Mezzi paccheri al ragù bianco di calamari e gamberoni con nocciole

Ingredienti (per 2 persone):

Per il fumetto di gamberoni

  • teste e carapaci di 4 gamberoni
  • una noce di burro
  • un gambo di sedano tritato finemente
  • mezza cipolla piccola tritata finemente
  • qualche grano di pepe nero pestato
  • mezzo bicchiere di vino bianco
  • 1 l di acqua fredda

Per la pasta

  • olio extra-vergine di oliva
  • 2 piccoli spicchi d’aglio
  • mezza cipolla
  • 2 calamari
  • 4 gamberoni
  • un bicchierino di vino bianco
  • 250 g di mezzi paccheri (per me quelli del Pastificio dei Campi)
  • una manciata di nocciole tostate (circa 12-15), tritate grossolanamente

Procedimento:

  1. Il giorno prima rispetto a quando volete preparare la pasta, acquistate il pesce (bello fresco, ovviamente) e portatevi avanti con la preparazione del fumetto di gamberoni. Per prima cosa, sgusciate i gamberoni, mettendo da parte teste e carapaci, e conservando il resto in frigo.
    Io ho seguito la ricetta di Shaun Hill trovata su Mtchallenge, riducendo le dosi un po’ ad occhio. Scaldate una noce di burro a fuoco dolce in un pentolino che possa contenere circa 1 litro di acqua. Unite i carapaci e le teste dei gamberoni e mescolate continuamente, finché sentirete profumo di pesce cotto (ci vorrà qualche minuto). Unite quindi tutti gli altri ingredienti e portate a bollore. Schiumate, quindi cuocete a fuoco dolce per circa 40 minuti, quindi filtrate e raccogliete il liquido in un contenitore. Quando freddo, eliminate l’eventuale grasso in superficie e le impurità.
  2. Il giorno dopo, preparate il ragù: la cottura sarà molto breve e sarà sufficiente il tempo di cottura della pasta, quindi l’unica cosa da fare in anticipo è tritare il pesce. Pulite e lavate i calamari, quindi tagliateli al coltello il più finemente possibile; tritate la polpa dei gamberoni al coltello.
  3. In una padella capiente (dovrà contenere anche la pasta), mettete un giro generoso di olio extra-vergine di oliva e scaldate a fuoco dolce, quindi aggiungete due spicchi d’aglio schiacciati e mezza cipolla tritata finemente e lasciatela appassire, sempre a fuoco dolce.
  4. Nel frattempo, portate a bollore una pentola di acqua salata e fate scaldare il fumetto preparato il giorno prima.
  5. Quando buttate la pasta (che avrà tempo di cottura circa 13 minuti, in media), aggiungete nella padella del soffritto il trito di calamari e gamberoni, alzate il fuoco a fiamma media e fate cuocere per 10 minuti, sfumando prima con un bicchierino di vino bianco e quindi aggiungendo un mestolo del fumetto di gamberoni.
  6. Quando la pasta sarà ancora al dente (dopo circa 9-10 minuti di cottura), scolatela con una schiumarola e aggiungetela al ragù. Portatela a cottura aggiungendo il fumetto un mestolo alla volta e facendo mantecare la pasta roteando la padella.
  7. Quando la pasta sarà cotta e ben mantecata, impiattate e guarnite con la granella di nocciole.

Con questa ricetta partecipo all’MTC n° 67

L’ansia da prestazione – Lasagne di fettucce cocozza e bufala per #LSDM

Quando si viene invitati ad un contest come Le Strade della Mozzarella, prima ancora di capire il chi, il come e il perché, si è investiti dall’ansia da prestazione, soprattutto sapendo il livello generale contest e scorrendo mentalmente i blog degli sfidanti.

Come se non bastasse, è partita in contemporanea anche un’altra ansia, quella che io chiamo “sana”, che mette in moto tutte le sinapsi alla ricerca della ricetta perfetta (per me, ovviamente), fino a quando, improvvisamente, la trovo.

Vi ho già detto il macro-contest quale sia, ma non vi ho detto che la sfida nella sfida è che il contest al quale prendo parte è Pasta e mozzarella veggie style, nel quale cioè si cerca l’equilibro perfetto fra pasta (e che pasta, visto che è quella del Pastificio dei Campi), mozzarella di bufala campana DOP e cucina vegetariana.

Mi sono arrovellata per un po’ cercando la mia quadra, ma alla fine mi sono lasciata illuminare sulla via di Damasco da un piatto campano che ho scoperto da poco e amato immediatamente, pasta e cocozza, dove la pasta cuoce come fosse un risotto insieme alla zucca stufata, che finisce così per avvolgerla completamente, dando origine ad un piatto confortante come pochi io conosca.

Sono partita da quel semplice spunto e poi, come spesso mi accade, l’ho stravolto, trasformandolo in una lasagna di grano duro con cocozza e mozzarella di bufala. Il piatto è rimasto semplice e confortante come quello della tradizione, ma ho giocato sulla forma più che sul contenuto, ricavando le lasagne dall’intreccio paziente di lunghe e meravigliosamente saporite fettucce di pasta di Gragnano, buonissime anche solamente bollite. Per quanto riguarda l’intreccio ho scelto di utilizzare una tecnica che normalmente si usa per le pie americane, che dà origine ad una maglia fitta e regolare, perfetta per ricreare la sfoglia della lasagna; ci va solamente un pochino di manualità e di pazienza nel seguire le istruzioni passo-passo per ottenere l’intreccio perfetto (io ho seguito questa immagine della mia amica Caris).

Poi il gioco è fatto! Vi basterà una zucca saporita, due scalogni, dell’olio buono e una mozzarella di bufala campana per ottenere una lasagna delicata e insolita che saprà stupire e conquistare.

Intreccio

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Lasagne zucca e bufala finale

Con questa ricetta partecipo al contest “Pasta e mozzarella veggie style” organizzato da Le strade della mozzarella

contest-Pasta-e-Mozzarella

Riscoprendo antiche tradizioni – Agnolot d’aso per l’MTC

Quando ho scoperto che la sfida n. 52 dell’MTC lanciata da Monica e Luca di Fotocibiamo verteva sul binomio pasta ripiena e sugo a lenta cottura, non avrei potuto essere più felice. Cioè, capite, un piemontese ci sguazza nella pasta ripiena, che è il vero must della nostra tavola delle feste.

Ma non potevo mica proporre un “semplice” agnolotto alla piemontese con il sugo d’arrosto, vi pare? Un po’ perché gli agnolotti con il ripieno di arrosto li ho postati da poco (anche conditi con il vino, come si usa fare dalle nostre parti), ma principalmente perché credevo fosse l’occasione giusta per sfidare prima di tutto me stessa su un piatto meno conosciuto della tradizione piemontese, e così di istinto ho optato gli agnolot d’aso, ovvero gli agnolotti di asino, dove lo stufato d’asino costituisce sia il ripieno che il condimento di questa pasta.

È un piatto tipico piemontese, ma non della provincia di Torino, bensì dell’astigiano, e in particolare del comune di Calliano, al cui sito mi sono rivolta per trovare la ricetta dei loro famosissimi agnolotti di asino, che ogni anno propongono sia nella loro sagra di paese sia al festival delle Sagre di Asti (altro must mangereccio piemontese, che raccoglie nella piazza del Palio numerosi stand che propongono le specialità delle singole pro-loco di tutti i paesini della provincia di Asti; nel caso foste interessati, sappiate che è sempre la seconda domenica di settembre).

I Callianesi sono considerati dei veri e propri “cultori” della carne d’asino, e pare che siano stati proprio loro ad introdurne l’uso in Piemonte nell’800, “importandolo” dalla zona del monte Amiata, dove il callianese Cesare De Maria (detto “’l Cegi ‘d Marulin”) ebbe modo di assaggiarla e di innamorarsene. All’epoca era anche una carne poco costosa (quando non “a costo zero”, cioè la degna fine di un animale da lavoro ormai vecchio), e permetteva quindi anche alle classi meno abbienti  di integrare nella propria dieta proteine animali altrimenti ben lontane dalla loro portata. La carne di asino, simile per molti versi a quella equina, dà il suo massimo nelle cotture lente, in stufati e stracotti, che la rendono tenerissima (altro che tagliarsi con un grissino, a fine cottura si tagliava da sola).

Come non pensare, quindi, di presentare questo piatto povero e insieme di festa (ché la pasta fresca è sempre sinonimo di festa) in modo da rendergli l’onore che merita anche al di fuori del territorio piemontese?

Seguitemi, anduma a mangé! 

Agnolot d'aso crudi

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Agnolot d'aso finale

Con questa ricetta partecipo alla sfida n. 52 dell’MTCPicMonkey Collage

Ode alla regina dell’autunno – Pasta e zucca (pasta e cocozza)

Non c’è alcun dubbio, la regina dell’autunno per me è la zucca.

Almeno una volta alla settimana, a partire da ottobre e fino a gennaio/febbraio (ma anche più in là, se l’annata è quella giusta, o se rimpinguo per tempo il freezer di zucca già pulita e cubettata sempre pronta all’uso), lei non può mancare sulla mia tavola, solitamente nei panni di un passato o di un risotto (dal più classico zucca e salsiccia al più stravagante).

Ma la zucca è così meravigliosamente versatile che negli anni ho sperimentato un bel po’ di piatti in cui utilizzarla al meglio: dalla crostata salata al gateau, dai classici tortelli di zucca mantovani ad una ben più originale confettura, come ripieno dei paccheri all’impiedi, nell’impasto del pull-apart bread, fino a goderne come protagonista assoluta di una pumpkin pie.

In tutte queste sperimentazioni l’ho speziata, cotta al forno, stufata, frullata, impastata, cubettata, ma mai mi era venuto in mente di condirci la pasta. Ancor meno, di cuocere la pasta direttamente nella zucca stufata e risottarla.

Per fortuna vengono in soccorso le tradizioni di altre regioni italiane, e grazie alla ricetta di Simona (aka Tavolartegusto) ho scoperto la pasta e cocozza napoletana, un piatto deliziosamente autunnale e confortante, in cui la zucca avvolge la pasta stretta stretta, in un vero matrimonio d’amore.

La domanda che ora mi attanaglia è: perché l’ho scoperta solo ora?!

Pasta con la zucca

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Pasta con la zucca finale

Gli agnolotti piemontesi conditi con la Barbera per l’#italianelpiatto

Eccoci giunti all’appuntamento mensile con l’Italia nel piatto, dedicato questa volta alla pasta fresca. E tutto si può dire del Piemonte tranne che sia privo di pasta fresca. In primis abbiamo gli arci-noti tajarin, tagliolini sottilissimi che, da tradizione, andrebbero preparati con soli rossi d’uovo (circa 40-42 tuorli per chilo di farina); ma, soprattutto, abbiamo la pasta ripiena, con plin e agnolotti a guidare il gruppo.

La pasta ripiena come la intendiamo oggi vide la luce e conobbe enorme successo in epoca medievale insieme a piatti quali torte salate o pasticci, con cui condivideva un medesimo obiettivo, il recupero di ingredienti o preparazioni che non si volevano o potevano sprecare. Lo scopo è rimasto tale nel tempo: anche in epoche ben più recenti la pasta fresca, che pur ha permesso interpretazioni e sperimentazioni raffinatissime, è sempre stata un mezzo perfetto per il riutilizzo degli avanzi; l’esempio più lampante è rappresentato dai ripieni a base di carne, ingrediente una volta prezioso, che da piatto delle grandi occasioni si trasformava in doppia festa, quando un arrosto, un brasato o un bollito diventava il ripieno della pasta fresca il giorno successivo.

Ed è proprio questo il ripieno che in Piemonte la fa da padrone: che siano plin (qui ne trovate una mia versione piemontese, ma vegetariana) o agnolotti non importa, la carne è l’ingrediente principale. Potremmo stare qui a disquisire se la tradizione voglia nel ripieno un arrosto solo oppure tre (come negli agnolotti gobbi di Langa, che prevedono arrosto di bovino, coniglio e suino), ma io credo fermamente nel ripieno di recupero, quindi nei miei agnolotti di arrosto ce n’è uno, e pure di avanzo. E anche le verdure aggiunte (che da tradizione possono essere biete, spinaci o verze) sono di recupero, perché mi avanzavano degli spinaci, e così sono nati questi agnolotti, che non seguiranno le regole auree di non so quale accademia dell’agnolotto, ma che sono fedeli all’idea che ha fatto nascere la pasta ripiena, e questo a me basta.

Due parole sul condimento degli agnolotti: io sono contraria al ragù (che trovo ridondante), trovo che la morte loro sia il sugo d’arrosto (ovviamente avanzato dalla stessa preparazione che vi ha fornito il ripieno), ma sono favorevole anche al burro e salvia, peròil vero piemontese gli agnolotti li affoga nel vino rosso! E se non lo avete mai fatto, semplicemente non siete piemontesi e, per inciso, non sapete cosa vi siate persi.
Mettete in un piatto i vostri agnolotti, versate sopra un buon rosso corposo e via di Parmigiano grattugiato. E benvenuti in Piemonte!

Agnolotti per l'Italia nel piatto collage

Io,per “annaffiare” i miei agnolotti, ho scelto un Barbera d’Asti Superiore 2012 dell’Associazione Barbera Agliano, un vino prezioso, che raccoglie le migliori uve di tutti i consociati e dà i natali ad un Barbera eccezionale, che è anche il segno tangibile di un’Associazione pienamente collaborativa in un territorio ricco di risorse e di volontà di sfruttarle appieno. E da questo “consiglio per gli acquisti” prendo lo spunto per un altro consiglio, assolutamente spassionato: segnate sull’agenda che il prossimo week-end (10/12 ottobre) sempre ad Agliano Terme avrà luogo il Barbera Fish Festival (qui il programma), in cui si celebrerà l’incontro di sapori fra il pesce norvegese (in particolare il merluzzo) e la Barbera d’Asti. Un appuntamento secondo me imperdibile!

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Agnolotti finale

Piemonte - Italia nel piatto

Ed ecco i miei compagni di avventura

Valle d’Aosta: non partecipa

Trentino-Alto Adige: Frittatensuppe