Il potere terapeutico della farina – Cavatelli con pomodori secchi, ricotta e mandorle

C’è chi dopo una giornata (o una settimana) stancante dorme fino a tardi, chi guarda un film o legge un libro per staccare, c’è chi va a correre nel parco e chi fa il punto e croce.

Io, invece, impasto. Affondo le mani nella farina (un po’ come Amelie nel sacco di legumi), e impasto. Qualsiasi cosa.

Anche se spignatto tutto il giorno, non riesco a resistere al fascino della farina: così, dopo una giornata passata in cucina, mi è venuta la voglia irresistibile di preparare un piatto di pasta fresca espressa per cena. Giusto il tempo (brevissimo) di impastare, il necessario riposo e in 20 minuti si è a tavola. I cavatelli (per me un po’ cicciotti, grazie, e corti corti, che il formato allungato per me è lo strascinato) per due persone si preparano in 10 minuti, basta poi fare bollire l’acqua e nel frattempo preparare il sugo, semplice e delizioso, a base di ricotta, pomodori secchi e mandorle. Un po’ di acqua di cottura, una mescolata, ed è pronto in tavola un piatto buono e completo che ha avuto il potere di rimettermi in pace col mondo.

Sempre pensato che la farina abbia un potere terapeutico, prima e dopo l’impasto.

Cavatelli freschi blog

Cavatelli finale blog

Con questa ricetta partecipo al Contest del Molino Grassi

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Live from Calabria – Come combattere il caldo, corso pratico: cous cous freddo vegetariano

Ed eccomi qui, come promesso live from Calabria (inoltrata, ché qui non si scherza e si scorge in lontananza –e manco troppa- la Sicilia) e, come immaginavo, le temperature sono a dir poco torride (a differenza di Torino, in cui mi dicono il tempo sia tornato quasi autunnale).

Per questo, si cucina poco e si mangiano tante cose fresche… e si beve tanta acqua, si mangia tanta frutta e si evita di uscire nelle ore più calde, proprio come consiglia ogni telegiornale “che si rispetti” ogni qualvolta arrivi l’estate che, se non lo sapevate, arriva ben una volta l’anno.

Non volevo sconvolgervi con notizie tanto inaspettate, quindi mi faccio perdonare con una ricetta veloce, sfiziosa e fresca, perfetta per una cena estiva in terrazza (cosa che qui non manca), ma anche per il baracchino da portare a lavoro in attesa delle ferie, un cous cous freddo vegetariano, arricchito da frutta secca e formaggio, così da avere in poco tempo un pasto completo, pur utilizzando i fornelli per non più di 5 minuti.

 

Cous cous blog

 


Cous cous primo piano blog

Io Chef e i sapori di Lucania – Gnocchi di patate e melanzane rosse di Rotonda con “ragù” di seppia ai due pomodori

 Arrivo tardi (come sempre), quasi agli sgoccioli, ma arrivo anche io.

E pensare che nella vita non sono una persona da last minute… mi organizzo per tempo (a volte anche con troppo anticipo, vedi aver già iniziato a pensare al Natale) e agli appuntamenti sono sempre la prima ad arrivare.

Ma, nonostante tutta la buona volontà (e vi giuro che questa ricetta la studio dal primo giorno, ancor prima che mi arrivassero i prodotti), in questo periodo di incastri al minuto, fra il dire (o il pensare) e il fare ne passa…. soprattutto di tempo.

La decisione di partecipare al contest Io Chef organizzato in occasione del 27° Congresso Internazionale della Federazione Italiana Cuochi (a Metaponto) è stata immediata, perché non volevo proprio lasciarmi sfuggire l’opportunità di conoscere prodotti del territorio lucano per me del tutto inediti.

E così eccomi qui, ad utilizzarmi in una ricetta che ha piacevolmente segnato la mia domenica sera con un piatto che mi ha conquistato al primo assaggio.

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Fideuà in bianco e nero per l’MTC

 Sono solo tre mesi che partecipo all’MTC, ed ogni mese è una sfida maggiore. Questo mese Mai ci ha sfidato giocando in casa, proponendo la fideuà, un piatto spagnolo (catalano, per la precisione, ché Castigliano e Catalano non sono la stessa cosa, questo l’ho imparato), un piatto di pesce, un piatto elaborato e allo stesso tempo semplice, perché nato al bordo di un peschereccio, e quindi di preparazione necessariamente facilitata dall’utilizzo di pochi ingredienti e strumenti (credetemi, cucinare su una barca non è cosa semplice).

Inoltre questo piatto è stato richiamare alla memoria un passato (quello del 2009) ormai molto lontano, un viaggio a Barcellona in pieno inverno, in una città alla quale forse non ho permesso di affascinarmi, di catturarmi con la sua eccentricità, le sue forme sinuose, la sua vita pulsante. Un periodo tanto diverso della mia vita, in cui la bellezza dell’eccentrico, del particolare, aveva su di me un potere minore, un periodo in cui non ero pronta a vedere l’essenza di Barcellona. Credo pertanto di avere un ricordo sfalsato di questa città: nella mia mente la rivedo come una città del colore della sabbia, in cui nulla mi è parso finito o definitivo (ma, mentre ora ciò mi appare come segno della speranza, dell’evoluzione, una volta mi pareva come semplice mancanza). Non ne rivedo i colori, non ne risento gli odori, i gusti, e la ricordo algida (e fredda lo era, almeno climaticamente, quando vi andai, sferzata da un vento gelido) e lontana, lontanissima dalla Barcellona vista con gli occhi di Pepe Carvalho, letta tante volte come calda, pulsante, fremente di profumi e di vita.

Incredibile come gli stati d’animo o le fasi della vita possano mutare a tal punto la propria percezione, tanto da cambiare un’intera città. E dire che io sono un’amante del mare, e di solito le città di mare mi piacciono a prescindere: anche nella più infima, nella più banale riesco a trovare qualcosa da amare, di cui serbare un ricordo positivo. Per Barcellona, invece, sento poco o niente (e non è strano come, per un problema informatico accaduto tempo fa, le foto di questo viaggio siano le uniche andate perdute?), è tutto sfocato, confuso, ovattato.

Ma ora ho qualcosa da cui partire, prima di tornare a Barcellona con occhi mi auguro mutati: ho questo piatto di mare, un piatto che ho cercato di trasformare senza trasfigurare, aggiungendo i carciofi (reperibili anche per un peschereccio del 1915 che attracchi in qualsiasi porto spagnolo – mi sono documentata, la Spagna produce carciofi) ed utilizzando quasi esclusivamente seppie nere (eccezion fatta per i gamberoni) con il loro nero (idea di mia mamma, devo riconoscerne il merito).

Una sorta di foto in bianco e nero della fideuà originale, come è in bianco e nero la mia foto di Barcellona. Chissà che prima o poi non vada aggiungendo i necessari colori.

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