Galeotto fu il pasticciotto – Viaggio in Salento

Mi accorgo di quanto un viaggio sia stato bello nel momento in cui, risistemando le foto, mi sale su quel groppo in gola di nostalgia così forte da fare quasi male. Così è stato per il mio viaggio in Salento, un viaggio dovuto ad un pasticciotto, questo pasticciotto. Sì, perché quella ricetta e quel post dedicato alle 10 cose da sapere del Salento mi ha messo un’irresistibile voglia di tornarci, per guardarlo con occhi nuovi.

E ancora adesso, che sono tornata da due settimane, faccio fatica a districarmi fra l’azzurro che rimane incollato agli occhi, il contrasto fra il color sabbia della pietra leccese e il blu intenso del cielo, i panorami mozzafiato di scogli a picco su un mare cristallino come non mai.

PER INIZIARE..

Tutto è iniziato un po’ prima del Salento, con una breve sosta a Polignano a mare, per vedere con i miei occhi gli scogli protagonisti di quei tuffi che mi hanno sempre fatto venire la pelle d’oca solo al pensiero.. e non mi ero ancora affacciata da quelle altezze vertiginose, io che fatico già solo a buttarmi da uno scoglio di un metro e mezzo (pura verità, testata anche in Salento).

Polignano a mare

Poi è venuta Ostuni che, in una giornata di cielo coperto, mi è parsa di straordinaria ed intoccabile bellezza. Non mi ha colpito tanto l’avvicendarsi di strette viuzze, forse troppo piene di turisti, quanto un giro intorno alle mura esterne della città, che si ergono ancora con quell’imponenza che profuma di tempi lontani, e che a tratti paiono fari a picco sul mare, a tratti bastioni che spuntano dalle montagne.

Ostuni la bianca

Ho anche scoperto che nella zona si è mantenuta viva la tradizione dei fornelli di cui avevo solo sentito parlare da mio padre nei suoi ricordi d’infanzia: a Cisternino (ma sicuramente anche in altri paesi limitrofi) nelle botteghe dei macellai la carne viene scelta dal cliente al bancone e cotta al calore diffuso dalle braci, non a contatto diretto col fuoco, ottenendo una lieve affumicatura che mi ha permesso finalmente di assaggiare le gnumerelle tanto care a mio nonno al loro meglio.

IL SALENTO – LA COSTA ADRIATICA

Quanto ho camminato quest’anno in Salento non si può dire (o meglio, potrei pure dirlo con precisione, avendo sempre con me il fedele contapassi cinese che è ormai un “mai più senza”.. ma magari vi stupirò con effetti speciali solo qui e là).

Nonostante il sole a picco, il caldo e le condizioni non proprio sempre ottimali per una camminata (tipo in infradito e con l’ombrellone a tracolla), è un’esperienza che consiglio assolutamente di fare, magari calibrando un po’ le dosi di cammino a seconda di quanto siete abituati a scarpinare.

Per esempio, senza quei 4,5 km (una sciocchezza, fidatevi) da San Foca a Torre dell’Orso passando per San Roca quasi tutta via scoglio a picco sul mare, avrei perso tanti panorami che mi sono entrati nel cuore, avrei rinunciato a dei tuffi in acqua di puro piacere, e non avrei mai visto parcheggiare un Vespino sugli scogli. Oh, sono esperienze anche quelle!

Da San Foca a Torre dell'Orso

Senza i 3km (una bazzecola, tsk) che separano Torre dell’Orso a Punta Sant’Andrea, sempre tutta camminata su scogli panoramici (e che panorami, poi), non avrei forse fatto il bagno sotto quel maestoso scoglio eroso dal vento che vedete nelle foto qui sotto.

Sant'Andrea

Il Salento non è stato solo camminare, ma anche viaggiare in auto per meravigliose strade che costeggiavano infiniti campi di ulivi con le radici ben piantate in una terra rossa come il fuoco …

Ulivi - Pescoluse

O viaggiare su litoranee che sono strade del cuore, dove dietro ogni curva si cela una perla più bella di quella appena passata. Se potete, percorrete la Litoranea che collega Santa Maria di Leuca ad Otranto, e poi fermatevi qui a trascorrere qualche ora in questo gioiello. Fra un aperitivo sul mare, una passeggiata per il suo centro storico e il rustico più buono del mondo (non me ne voglia Lecce, ma il più buono l’ho mangiato proprio qui, in un bar a cui non avrei dato due lire e di cui non saprei nemmeno il nome), se avrete fortuna, potrete vedere l’incantevole cattedrale di Otranto stagliarsi contro un cielo blu da far male agli occhi.

Otranto

Vicino Otranto, un altro luogo da non perdere è la Baia dei Turchi. Noi ci siamo stati in un giorno di grande vento e mare mosso, che l’ha resa incredibilmente suggestiva, fra gli spruzzi delle onde e i colori più cupi del cielo, ma in una giornata di calma piatta deve essere molto vicina all’idea che ho del paradiso in terra.

Porto Selvaggio

Se siete sulla costa Adriatica dovete prendervi un giorno per visitare Lecce. Non starò qui a dirvi cosa vedere, ma riempitevi gli occhi dei suoi colori di sabbia ed ecru, del suo fasto barocco e della sua eleganza. Non potrete pentirvi, qualsiasi strada vi andrà di percorrere.

Lecce città

Potreste anche essere premiati, ed incappare in un mercatino dell’usato che, se solo avessi potuto riempire l’auto come un bilico, mi avrebbe riportato a Torino più povera, ma felice.
Guardate solo quelle brocche smaltate.. mi taccio, meglio se mi taccio.

Lecce mercatino

Se amate il buon cibo (e del cibo salentino cosa c’è da NON amare?!) qualche tappa in città è obbligata: un pasticciotto e un caffè leccese (ovvero un caffè in ghiaccio con latte di mandorla, una delle abitudini che mi hanno creato maggior dipendenza, e che infatti continuo anche al mio ritorno) al Caffè Alvino, in piazza Sant’Oronzo.

Pasticciotto - Lecce

Un panzerotto strepitoso e un rustico da La Rusticana (per i consigli dolci e salati, grazie grazie e ancora grazie Mari) e, per finire in bellezza (ma bellezza vera) la giornata leccese, non può mancare un cocktail dai ragazzi del Quanto Basta. In foto vedete Un simpatico conte, la loro interpretazione del mio cocktail preferito, il Negroni; e, credetemi, nessun Negroni anche ben fatto, potrà mai competere col loro Conte.
Anche qui, senza consigli non avrei mai scoperto questa chicca per amanti della mixology: grazie, Matteo (firmato “il mio fegato”).

Lecce - cibo

IL SALENTO 2 (la vendetta) – LA COSTA IONICA

Siamo stati sulla costa ionica per un minor numero di giorni, e abbiamo anche girato meno, senza mai fare grosse tratte, se non per godere di una cena in compagnia di Francy & family a Pescoluse (dove eravamo già stati giorni prima, godendoci un bagno fra i più lunghi del mondo, perché una spiaggia così non ricordavo di averla mai vista, se non in cartolina).

Nei dintorni di Porto Cesareo c’era già tutto quello che ci aveva spinto a scegliere come nostra meta il Salento: spiagge, un mare da ricordare e pace. Sì, lo so benissimo che in Salento c’è il mondo (anzi, l’universo e ancora qualcuno che forse mi sono scordata), il che è sostanzialmente uno dei rari effetti collaterali negativi di questo posto magico, ma se si cammina un po’ si trovano luoghi davvero poco affollati, per non dire semi-deserti.

Per esempio, nella camminata da Torre Lapillo a Punta Prosciutto (sulla carta 7,7km di statale, secondo i miei piedi in giro per scogli, spiagge e strade secondarie salirei a 10km, se ci mettete perdere la navetta per il campeggio arriviamo a fine giornata a 21km.. sì, avete letto bene) ne abbiamo incontrati a bizzeffe: calette semi-deserte, scogli dai quali tuffarsi in un mare che non pareva vero e qualche raro bagnante. Un paradiso tale che, giunti finalmente ad una Punta Prosciutto densa di umanità, la meta non ci è parsa poi così bella. Lo è, chiaramente, ma in un modo molto diverso.
Da Torre Lapillo a Punta Prosciutto

Se vi trovate sulla costa ionica, non perdete l’occasione di una visita al Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio, un luogo perfetto per godere dell’ombra di un immenso parco, fare camminate nella natura, e fare il bagno in un luogo incredibilmente suggestivo. Se volete godere appieno del mare, lasciate perdere la micro-spiaggetta e avventuratevi sugli scogli (magari con delle scarpette, se non volete fare esperienze da fachiro come la sottoscritta, visto che gli scogli sono assai irregolari e appuntiti) in cerca di un luogo tranquillo: abbondano, così i posti meravigliosi in cui tuffarsi.

Porto Selvaggio

Questo è stato il mio Salento, quello che ho sognato per mesi, prima di partire. Una vacanza di cui abbiamo potuto godere appieno perché, come raramente mi è accaduto prima, non avevo voluto programmare nulla! Avevo preso qualche appunto, chiesto qualche consiglio, ma poi ci siamo presi il lusso di decidere cosa ci andava di fare, di seguire i consigli, l’istinto o anche, più semplicemente, i piedi.

Non avrò visto tutto.. ma questa, cari miei, è solo la scusa per tornare. 9

10 cose che devi sapere del Salento.. e la ricetta per il pasticciotto

Che avessi voglia di vacanze non era sufficientemente chiaro dal mio ultimo post? Non temete, repetita iuvant! E se prima era voglia di vacanza e basta, ora è voglia di mare (dal quale manco da troppo tempo, complici le scorse vacanze verso nord). Pertanto, mi sono messa a sfogliare (virtualmente, perché non so voi, ma io non stampo più le foto delle vacanze da quando avevo ancora il Nokia 3310) vecchie, vecchissime foto di un viaggio in Salento (ancora con l’ex, che è stato debitamente espunto dalle foto all’epoca della sua scomparsa, come è d’uopo ad ogni damnatio memoriae che si rispetti) affrontato con un treno Torino-Lecce, qualche corriera, una tenda e uno zaino in spalla.

Fra un mugolio e l’altro di nostalgia, ho stilato una lista di 10 cose da sapere assolutamente prima di andare in Salento. E, se avrete la pazienza di andare fino in fondo, a coronamento troverete la ricetta del pasticciotto, un dolcino di pasta frolla (a base di strutto), crema e amarene che non potrete non trovare in Salento e che, soprattutto, non potrete non mangiare a bancali.

 

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Ripartire dalla tradizione – Orecchiette con le cime di rapa

Avrei voluto scrivere un post di conclusione del 2013, avrei voluto scrivere un post anche il primo dell’anno e pure ieri, ma io con i condizionali ci so fare, quindi mi sono ridotta a scriverlo solo oggi.

Il 2013 se n’è andato, e non credo che lo rimpiangeremo troppo.. certo, per me è stato un anno di conferme importanti e anche di novità: mi ha portato una casa tutta mia, una vita nuova e, proprio sul suo finire, anche una bellissima cagnolina, ma è stato di nuovo un anno di mancata solidità economica, di mancate soddisfazioni lavorative.. insomma, credo che per tutti ci sia sempre spazio per crescita e miglioramento, ma non voglio certo giocare all’ingrata e dimenticare quante cose buone ci siano nella mia vita.

Però si ricomincia, un 2014 ancora tutto da scrivere, e come prima parola per quest’anno su questo blog voglio scrivere TRADIZIONE, la base da cui partire, le fondamenta su cui costruire .

No, questa volta non parlo di Piemonte, ma di Puglia, quella più autentica, che sa conquistare con la semplicità di un piatto di pasta con le verdure, ma che pasta e che verdure. Io ricomincio da qui, da un semplice eppur delizioso piatto di orecchiette con le cime di rapa.

E buon anno!

Orecchiette collage blog

Orecchiette con le cime di rapa blog

Di radici e di focaccia pugliese per #MangiareMatera

Non so se l’ho mai detto, forse non così apertamente, ma credo di non avere radici. Almeno non radici ben piantate in una sola terra, e a questo ci tengo.

Sì, sono piemontese, io sono nata qui e i miei pure, qui vivo e questa è la terra che sento casa mia, ma non mi sento del tutto piemontese (e neppure gli altri mi vedono e credono tale), forse perché non lo sono.

Per una parte il mio sangue è istriano, perché da lì veniva mia nonna materna, una donna giunonica e solare che con purtroppo non ho mai conosciuto, non ho avuto la fortuna di poter imparare da lei a fare la pasta fresca, tirata fine fine col mattarello, né le sue sarme o il baccalà alla vicentina pestato a mano (ma quello per fortuna è rimasto in famiglia, dovrò solo impararlo a mia volta). Non ho mangiato le sue patate allo strutto cotte nel forno a legna, ormai entrate nella leggenda, né ho mai sentito la sua contagiosa risata. Ma non posso farci nulla, la vita è anche questo, e mi devo accontentare di avere imparato i suoi Ćevapčići o di aver visto per la prima volta quest’anno il suo paese natale. È così, certe persone (sempre quelle sbagliate, lasciatemelo dire) se ne vanno troppo presto, lasciando dei vuoti che si ripercuotono anche a distanza di tanto tempo.

Ma una parte del mio sangue è pugliese, da parte di un nonno paterno anch’egli mai conosciuto, se non per le foto da cui è lampante la somiglianza con Gino Cervi e per i racconti fatti da mio padre e soprattutto da mia nonna sui tempi lontani, su un barbiere di un paesotto barese che le faceva la serenata.

Forse è scorretto dire che non ho radici, ne ho diverse, e sono per questo un frutto nato da terre diverse, del nord, del sud e dell’est, dell’Italia e di fuori (anche se per poco), e forse da lì mi viene quell’essere tutto e non essere niente che tanto mi caratterizza, quello stare sempre in bilico fra diverse passioni, progetti, aspirazioni di grandezza. Quel non essere né carne né pesce, che per tanti è motivo di diffidenza e per me lo è di orgoglio; mi piace non essere scontata, prevedibile, e voglio poter avere le radici che ho, esserne onorata, ma poterne costruire di altre e trovare così il mio posto nel mondo.. si spera.

Però dovete ancora sapere che il paese di mio nonno si chiama Santeramo in Colle, e che dista appena una ventina di chilometri da Matera, così ho deciso di chiudere la mia partecipazione al contest Mangiare Matera con una ricetta che non sarà forse molto originale, ma che è un omaggio a questa mia radice: si tratta di una focaccia pugliese con pomodorini e cipolle, ma fatta con la ricetta di un romano (tal Gabriele Bonci, per capirci), ricetta per cui ringrazio infinitamente Elisa, che ha condiviso questa meraviglia sul suo blog.

E, grazie alla semola rimacinata di grano duro Senatore Cappelli, il risultato è strabiliante, una focaccia morbida e insieme croccante, con tutto il gusto buono e semplice del grano.

Focaccia grano duro intera blog

Focaccia grano duro blog

 Con questa ricetta partecipo al contest Mangiare Matera, in collaborazione con Scatti Golosi

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Dalla Puglia (e non solo) con furore: strascinati con pomodorini e ricotta tosta di bufala

Partiamo da un presupposto: io ADORO la pasta fresca!

Detto questo, bisogna anche considerare l’enorme varietà di pasta fresca italiana, che cambia di regione in regione e di città in città, a volte solo nel nome, a volte nella sostanza. C’è pasta all’uovo, pasta di grano duro, pasta lunga, corta, bucata, facile da preparare, di lunga elaborazione.. ma tutte, in fin dei conti, hanno qualcosa in comune: la loro unicità!

Ogni singolo piatto di pasta fatto a mano, infatti, è diverso dal precedente e sarà differente dal successivo… e, per quanto mi riguarda, parte del fascino di cui gode la pasta fresca sta proprio in questa sua assoluta ed irripetibile unicità, che ha il sapore di qualcosa preparato con amore, che sa di passato, di radici, di nonne.

Questo non è il mio modo di dirvi che sono diventata nonna o che sono assai precocemente invecchiata, ma è semplicemente un modo per affermare che, in o out che sia, mi piace preparare la pasta fresca, perché mi rilassa e perché amo poi mangiarla (vorrete mica buttarla via?!).

Così, in una serata in cui avevo voglia di preparare qualcosa di semplice, particolare e gustoso, ho scavato nelle mie origini e ne sono riemersa con un bel piatto di strascinati pugliesi conditi con un sughetto di pomodori Pachino con l’aggiunta una “contaminazione” campana, cioè una generosissima grattata di ricotta tosta di bufala campana D.O.P. (per la precisione bufala salernitana).

Devo proprio dirvelo che erano una cosa fantastica o lascio ai proverbiali posteri l’ardua sentenza?!

 

Et voilà! Dalla Puglia (e non solo) con furore!

Aggiornamento (15 settembre 2011): con questa ricetta partecipo al bellissimo contest dal titolo “Mani in pasta” indetto dal Molino Chiavazza sul tema “Le paste regionali“.

Valido fino al 19 settembre 2011