Un classico di casa – La panissa vercellese

Il risotto più famoso del Piemonte è indubbiamente la panissapaniscia, che esiste in due fondamentali versioni, che differiscono fra loro per localizzazione geografica, ingredienti utilizzati e, aspetto forse più evidente, per denominazione: la paniscia è novarese, mentre la panissa è vercellese.

 Che sia chiaro, i due piatti si somigliano assai, dal momento che gli elementi essenziali ed irrinunciabili rimangono gli stessi: il riso, i fagioli e il salam d’la duja, un salame a grana piuttosto grossa e a pasta morbida (molto simile nell’aspetto al cotechino) che prende il suo nome dal contenitore in terracotta in cui veniva fatto maturare, rigorosamente sotto strutto (una tecnica di conservazione utilizzata in passato nelle zone più umide del Piemonte, dove il clima non permetteva la stagionatura tradizionale dei salumi all’aria).

Le somiglianze ci sono, abbiamo detto, ma altrettante (se non di più) sono le differenze fra questi due piatti tradizionali. Nella paniscia novarese, infatti, si utilizzano i fagioli borlotti, il riso è di qualità Arborio, Carnaroli o Roma, oltre al salam d’la duja si trovano anche le cotiche di maiale e sono inoltre presenti ortaggi come sedano, carota e cavolo verza. La panissa vercellese prevede l’utilizzo di riso Arborio, Baldo o Maratelli, di fagioli di Saluggia, ma la lista degli ingredienti si ferma poco oltre.

 Chiaramente ogni famiglia ha la sua versione, con differenze più o meno marcate rispetto a questa semplicistica suddivisione che ho appena tracciato, ma che mi era utile per delineare i contorni della mia ricetta della panissa vercellese, davanti a cui non posso che stendere due mani belle aperte.

 Prima. Nulla di me è vercellese (almeno che io sappia), quindi non pretendo di dettare la verità sulla panissa, né posso dire che questa sia una ricetta tradizionale tout court, tramandata cioè di nonna in nipote nei secoli dei secoli amen, anche se pare che la ricetta sia già testimoniata (ed in un pranzo di nozze, mica cose da nulla) nel ‘700, e quindi i tempi tecnici ci sarebbero anche. Ma è davvero una ricetta di famiglia, perché era l’unico piatto che mio nonno materno abbia mai preparato (almeno a mia memoria), rigorosamente una volta l’anno, e perché mia zia ha proseguito la sua tradizione, utilizzando la propria ricetta che, oltre ad essere molto fedele a quella originale, è semplicemente divina, e anch’essa viene (quasi) rigorosamente proposta in famiglia una volta l’anno, d’autunno o d’inverno (ma questo va da sé, visto il piatto). Personalmente, invece, mi arrogo il diritto di dire la mia su questo piatto dopo aver contribuito a prepararne 17 kg (e mi riferisco solo alla quantità di riso) per il cinquantenario della sezione degli alpini dello zio, e credo che questo in materia valga ben più del diploma al Cordon Bleu.

Tutto il merito della ricetta, quindi, va alla zia Daniela, che per la prima volta ha tentato (sotto mia costrizione) di dare delle dosi, seppur indicative, alla preparazione. Si sa, la tradizione va di pari passo con la misurazione ad occhio, ma qui si è fatto uno sforzo di traduzione, e non ce ne vogliate se non sarà preciso al grammo.

 Seconda. Io ve lo dico, pentole in acciaio e fornello possono darvi un buon risultato, ma la ricetta urla pentola di coccio a gran voce, e il piatto che otterrete sarà ben diverso. Se poi invece del fornello avete un putagé (la classica stufa a legna, che in Piemonte prende questo nome), preparate i fazzoletti, perché come direbbe mia mamma, la panissa in questo caso “fa piangere”.

 Panissa collage

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Panissa finale

 

Oggi (non) cucino io – Il polpettone

 Ahhh, l’indicibile soddisfazione, ogni tanto, di non cucinare.

Di mollare gli ormeggi e lasciar fare a qualcun altro.

Soprattutto se quel qualcun altro è pure bravo a cucinare, ma da quando ti conosce si è un po’ adagiato preferendo la comodità di trovar pronto alla soddisfazione di fare con le proprie mani.

Questo polpettone non l’ho fatto io. Certo, ho partecipato di quando in quando, dopo gli ennesimi “Ma dov’è il pangrattato?” “Ma una terrina per l’impasto, dove la trovo?”. Ma il mio merito finisce qui, lo giuro.. il resto è farina del suo sacco.

Ormai per me questo polpettone era una chimera… penso di averne sentito tessere le lodi dal primo appuntamento (beh, oddio, magari proprio dal primo no, ma diciamo dal terzo) e ormai, dopo due anni, cominciavo a disperare che l’avrei mai assaggiato, il famoso polpettone della nonna paterna, quello con il ripieno di frittata e di prosciutto cotto.

E invece mi ha stupita

Ditelo con un fiore è roba vecchia… ditelo con un polpettone, magari con delle carotine di contorno.

Polpettone fetta blog


Polpettone finale blog

L’estate sta finendo – caponata di melanzane

Come diceva la canzone, l’estate sta finendo (quasi mi spaventa il numero di canzoni trash che riesco a riesumare -e con quale facilità!), ma sono dell’idea che valga la pena di godersela finché ce ne rimane almeno un pezzettino: oggi secondo i calendari è l’ultimo giorno d’estate, l’aria si è già fatta più fresca, ma ho ancora voglia di camminate all’aria aperta, di giri in bicicletta, di pic-nic (mamma mia, quanto mi piacciono i pic-nic) e di piatti freschi e colorati (ma, non temete, nel frigo c’è già la zucca per il passato, e non è mica il primo della stagione).

Oggi è l’ultimo giorno d’estate e voglio festeggiarlo con un piatto che da qualche anno segna costantemente (e piacevolmente) le mie estati: la caponata di melanzane. La ricetta è di mio nonno (i legami di sangue non sono mai stati molto importanti per me, quindi questo nonno che non è mio nonno è più nonno del mio vero nonno.. sembra uno scioglilingua, ma io mi sono capita -poi elaborerò un test per capire chi abbia compreso questo strambo giro di parole) ed è ormai per me LA ricetta per eccellenza della caponata, l’unica che io abbia assaggiato finora che mi facesse venir voglia di rubare la terrina e di nasconderla sotto le coperte, per poterla gustare fino ad inverno inoltrato.

Ćevapčići!

 

Come dicevo qualche tempo fa, è giunta per me l’ora di riscoprire, e soprattutto di condividere, qualcosa a proposito delle mie origini istriane. Ebbene sì, per chi se lo fosse perso, ho delle origini istriane: insieme alla forte componente piemontese (che qualcuno si diverte a definire sabauda o, addirittura, savoiarda), ho due ulteriori radici, quella pugliese (da Santeramo in Colle, provincia di Bari, per la precisione) e quella istriana, da Galižana, un paese vicinissimo a Pula.

Purtroppo non conosco queste due radici minori di prima mano, perché i loro “portatori” (mio nonno paterno per la Puglia e mia nonna materna per l’Istria) sono mancati ancor prima che io nascessi. Ma, mentre da parte pugliese tutto rimane legato ai ricordi culinari un po’ più vaghi di mio papà o dei miei zii, la parte istriana è un po’ più informata sui fatti, visto che mia mamma e mia zia hanno dei ricordi più tangibili, cioè delle consuetudini e delle ricette.

Molti dei ricordi legati alla nonna e ai parenti istriani, che per la maggior parte non ci sono più, sono infatti legati alla cucina. Ho sentito racconti mitici sull’uccisione del maiale, su quanto fosse brava mia nonna Eufemia a stendere la pasta fresca e sulla bontà delle sue sarme (involtini di riso e carne avvolti in foglia di vite o di cavolo – piatti simili si trovano anche in Romania e in tutti i Balcani); inoltre, sono arrivate fino ad oggi alcune delle sue ricetta, come quella per le paprike ripiene e per il baccalà alla vicentina pestato al mortaio (vi chiederete che cosa c’entri il baccalà alla vicentina con l’Istria… beh, molte ricette venete e friulane hanno passato molto facilmente il confine – un altro esempio lampante è lo strudel). E poi, da ultimo, è ormai epico il racconto dei chili e chili di carne (probabilmente anche quella del suddetto maiale morto ammazzato) trasformati in ćevapčići da zia Solidea.

Ecco, forse in casa mia non rivanghiamo queste radici troppo spesso, ma non c’è grigliata che si rispetti che non veda in tavola quantità spropositate di ćevapčići! Se siete stati in Istria o in Croazia, saprete che le grigliate, di carne o di pesce, sono ciò che con maggiore facilità si può trovare in qualsiasi konoba o ristorante. Beh, per quanto riguarda la carne, ćevapčići (polpette oblunghe), ražnjići (spiedini) e pljeskavica (hamburger) la fanno da padroni.

Il piatto che vi propongo oggi, quello che mia mamma ha visto fare a mia zia innumerevoli volte, è molto semplice da realizzare ed è davvero perfetto per una grigliata in compagnia.