Uova del vescovo per il Principe della risata

A volte è difficile fare la scelta giusta, perché o sei roso dai morsi della coscienza, o dai morsi della fame.

(La banda degli onesti)

Per pura combinazione lo raccontavo un paio di post fa di come la mia infanzia sia stata segnata da Totò, uno dei grandi amori cinematografici di mio padre, che mi ha cresciuto a pane e “Totò, Peppino e la Malafemmina” (uno di quei film in cui non sai scegliere la scena migliore.. sarà questa? Questa? Oppure ancora questa?), solo per citare quello che per me è il più iconico, tanto da aver vissuto anni in una cucina dove era appeso un quadro 50×70 con foto e testo di quella famosa lettera.

Ma la mia memoria è piena di scene memorabili: la prima banconota de “La banda degli onesti“, la scena al pozzo dei rospi in “Totò, Peppino e i fuorilegge”, il mitico “Votantonio” o la scena memorabile degli spaghetti in “Miseria e Nobiltà”.

Ma ancora oggi, se devo proprio isolare un momento di un film di Totò che mi ha fatto letteralmente cappottare dalle risate, non ho dubbi: è questo brevissimo estratto di “Totò, Vittorio e la dottoressa” (un film di cui per altro non ho memoria, quindi non mi ha particolarmente segnato) in cui Totò, cameriere al ristorante, si rivolge alla cliente con quella che per me è la frase del secolo:

De gustibus non ad libitum sputazzellam.

Una storpiatura del famosissimo detto latino “de gustibus non disputandum est” e che riassume quell’aspetto un po’ surreale e insieme naif dell’umorismo di Totò, ormai così retrò nei ritmi, eppure così dannatamente funzionante, a 50 anni dalla sua scomparsa.

Così, nella data che segna 50 lunghi anni di assenza del Principe della risata, lo celebro pubblicando la ricetta delle uova del vescovo, uno dei suoi piatti di famiglia, contenuti nel libro Fegato qua fegato là, fegato fritto e baccalà, dove sua figlia Liliana de Curtis ha raccolto tutte le sue ricette del cuore.

Ho scelto di provare proprio le uova del vescovo, perché si tratta di una ricetta semplice e veloce (persino for dummies), adatta alla Pasqua ormai più che prossima (la vedo assai bene presentate singolarmente in un piccolo cestino di sfoglia, come finger food) e perché mi hanno stregata fin dalla prima lettura: dove c’è burro e acciuga, un piemontese non può che andare a nozze!

Grazie Totò, e non solo per le innumerevoli risate che mi hai regalato negli anni (e che ancora continuerai a regalarmi), ma perché mi hai anche salvato la cena.

Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire.

Antonio de Curtis, in arte Totò

Uova del vescovo

dal libro “Fegato qua, fegato là, fegato fritto e baccalà – Le ricette di Totò”

Ingredienti (per 2 persone):

  • 4 uova
  • 200 g di mozzarella
  • 1,5 cucchiai di burro
  • 4 filetti di acciuga
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

Procedimento:

  1. Ungete una pirofila con il burro, rompetevi le uova (facendo in modo che il tuorlo rimanga intero) ed aggiustate di sale e pepe.
  2. Su ogni uovo disponete delle striscette di mozzarella e dei pezzetti di acciuga.
  3. Infornate a temperatura media (per me 180°C) controllando che le uova non si rapprendano troppo (io le ho perse di vista un paio di minuti e si sono cotte troppo, quindi occhi sul forno; suggerirei di non superare i 10 minuti).
  4. Nel frattempo in un pentolino unite il resto delle acciughe con il burro e fate scaldare, finché le acciughe non si saranno sfaldate.
  5. Sfornate le uova quando il tuorlo sarà ancora morbido e cospargete con il sughetto di burro e acciughe al momento di servire (con abbondante pane).

Con questa ricetta partecipo alla celebrazione della Giornata Nazionale di Totò indetta dal Calendario del Cibo Italiano. E seguite la pagina Facebook, dove oggi vedrete una invasione di ricette amate dal mitico Totò.

La carbonara del camperista

Chiudano gli occhi e si tappino naso e orecchie i puristi di qualsiasi genere.

Beninteso, anche io sono una purista, una di quelle che prima di approcciare una ricetta tradizionale ne leggono almeno 20 versioni per trovare quella filologicamente più corretta.

Ma ci sono avvenimenti e situazioni che rompono questo sottile equilibrio fra ricerca e appetito, e fra questi c’è sicuramente la cucina da campo, sia per la scarsità di spazi e strumenti, sia per l’assoluta necessità di esaurire le scorte di cibo, e non solo per un sano principio di economia domestica e di viaggio, ma soprattutto per poter riempire il frigo del camper di burro francese e birra belga.. e, credetemi, ci sono poche ragioni migliori di quella.

Vi ho già raccontato del mio bellissimo viaggio in camper di questa estate, ma se non siete mai saliti su un Westfalia, vecchio o nuovo che sia, forse non sapete quanto sia piccina la cucina (il frigorifero, invece, più che a pozzetto si potrebbe dire “a pozzo di Sant’Antonio”), fatta di due fuochi e.. basta. Gli spazi sono stretti, quindi si sta seduti sul sedile posteriore per girare le cose sul fuoco o, se siete più hard-core, potete farlo anche dal “pouf” fatto per accogliere, all’evenienza, un wc chimico.

Insomma, la cucina a bordo del mini-camper è ovviamente una cucina limitata, ma già molto più comoda ed accessoriata di quella del campeggiatore in tenda (io quando vado in tenda mangio dalla pentola per non sporcare i piatti, per dire). In queste vacanze, quindi, ho mangiato insalate ed insalatone e, visto che non siamo dei gran carnivori, soprattutto pasta: con il pesto portato da casa, con uno sugo sciuè sciuè di pomodorini, con le zucchine (no, quella l’avremmo mangiata se non fosse finita la bombola del gas.. solo zucchine senza pasta, quella sera) e l’ultima sera, per finire tutto ciò che era possibile finire, ci siamo fatti la carbonara del camperista.

Che cos’è la carbonara del camperista? Penne (perché quelle eran da finire), 4 tuorli d’uovo in 2, prosciutto crudo dalmata (che è abbastanza grasso) affettato spesso al posto del guanciale e tanto Parmigiano. Sarà stata la vacanza, sarà che ci trovavamo in un campeggio bellissimo immerso nel verde, con solo un fiumiciattolo, mucche e paperelle davanti, ma mi è parsa una delle carbonare migliori mangiate in vita mia.

Carbonara

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Carbonara finale

La mezz’ora ai fornelli di cui non vi pentirete – Pipe con yogurt, piselli e feta

Tempo fa vedo la ricetta di una pasta con piselli, yogurt greco e feta dalla Fede, vedo che la ricetta originale è di Ottolenghi, tratta dal mio amatissimo libro Jerusalem (che non smetterò mai di consigliare, sappiatelo) e mi chiedo subito come diavolo mi fosse potuta sfuggire una ricetta del genere, stravagante (lo yogurt per condire la pasta?), veloce, fresca, colorata.

Corro subito a prendere il libro, lo apro alla pagina giusta, e noto in alto a destra un bel post-it commemorativo: non mi era sfuggita, semplicemente non l’avevo ancora provata.
Strano?! Assolutamente no, visto che praticamente la mia copia di Jerusalem pare un cimitero di post-it, e non so mai da quale iniziare, da tanto che mi ispirano tutte, le sue ricette.

Ma questa ve la consiglio al volo e dal profondo del cuore, perché sarà una mezz’ora di fuochi accesi (una pentola per la pasta, un pentolino per i pinoli), fra bollore dell’acqua e cottura della pasta, ma sarà una mezz’ora che non rimpiangerete, perché metterete in tavola un piatto di pasta che mai vi sareste sognati di preparare, di una semplicità imbarazzante, e la cui freschezza e bontà vi ruberanno il cuore.

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Pasta con yogurt, piselli e feta finale

Tartufi di ricotta e Parmigiano alle mandorle per #PRChef2015

Quando ho letto del contest lanciato quest’anno dal Parmigiano Reggiano mi sono innamorata subito: un contest in cui lo scopo è andare all’essenza, abbandonare gli inutili orpelli e utilizzare solamente 4 ingredienti per creare una ricetta di cui il Parmigiano sia protagonista.

Non che sia difficile, intendiamoci, visto che secondo me il Parmigiano nasce protagonista: a me basta un buon bicchiere di vino per trasformarlo in sfiziosa cena e, aggiungendo qualche goccia di aceto tradizionale di Modena, diventa un fine pasto da re, capace di farmi snobbare qualsiasi dessert.

Sì, io sono della scuola antica, quella secondo cui il formaggio è l’unico, vero e solo fine pasto. Sarà il mio passato universitario, ma io sposo la teoria del XIV secolo secondo cui il formaggio abbia una virtù “sigillatoria”, in grado cioè di chiudere lo stomaco e favorire il processo digestivo. Diciamo che non mi spingo a dire che favorisca la digestione, ma coloro che hanno ideato il detto che il pasto non è finito “finché la bocca non sa di formaggio” potrebbero tranquillamente essere miei parenti.

In questo caso, però, complice l’atroce caldo di questi giorni e la conseguente volontà di astenermi da forno e fornelli, vi propongo il Parmigiano Reggiano in veste di aperitivo (un ruolo che peraltro gli si addice assai, secondo me), in un semplicissimo e super-veloce tartufo di ricotta e Parmigiano 33 mesi, stagionatura che ho scelto proprio per il suo gusto intenso, che dona il giusto sprint alla delicatezza della ricotta e delle mandorle di copertura. Io ho scelto le mandorle per la loro dolcezza, ma nulla vi vieta di provare la copertura di pistacchi (non salati, mi raccomando) o di nocciole… ma anche tutte e tre!

 

Tartufi di parmigiano

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Tartufi di parmigiano finale

Con questa ricetta partecipo alla Parmigiano Reggiano Chef2015

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PRchef

Bibidibobidibu – Torta bilbolbul di Ada Boni

Quando ho scoperto, grazie a Federica, l’esistenza della torta bilbolbul di Ada Boni, il nome mi ha colpito subito, come un fulmine: che diavolo di nome è?

Se anche voi vi siete posti la medesima domanda, sappiate che è il nome di quello che convenzionalmente viene considerato il primo fumetto italiano (classe 1908), intitolato appunto Bilbolbul, che narrava le piccole avventure di un bambino africano. Ipotizzo che quando Ada Boni inserì questa ricetta nel suo Il talismano della felicità alla fine degli anni ’20, il fumetto dovesse ancora essere sulla cresta dell’onda, mentre ora è avvolto dal mistero (io non lo avevo mai sentito nominare prima). Il sospetto, e nemmeno tanto campato in aria, è che il nome della torta sia stato dato per somiglianza fra la pelle scura del protagonista del fumetto e il colore scurissimo di questo dolce, ricchissimo di cacao amaro (fate che non mi legga Salvini, o mi ritrovo inserita nelle liste della Lega senza nemmeno saperlo).

Ma, quando sono andata a leggere per benino ingredienti e procedimento, ho deciso che, casualità o no, bilbolbul somigli tanto alla formula magica bidibibodibibu.. e questa torta un po’ magica lo è davvero: niente burro né olio, niente uova, giusto quattro ingredienti, cinque minuti fra la pesata e il forno, et voilà, una torta perfetta per la colazione o per una merenda sana e golosa. E potete personalizzarla praticamente con tutto ciò che vorrete; io ho già provato l’originale e una versione arricchita da cubetti di pere ma, credetemi, non mi fermerò qui.

PS (che mi ero dimenticata): sostituendo il latte vaccino con latte di mandorle, nocciole, soya o altro, la torta diventa adattabile agli intolleranti ai latticini.

Torta bilbolbul

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Torta bilbolbul finale

L’oro che preferisco, quello verde – Trofie con pesto di pistacchi

Non sono una tipa da gioielli.

O meglio, mi piacciono, ma ho un debole per quelli etnici, specialmente per quelli d’argento. Tipo il mio anello indiano, quello che ho il brutto di vizio di togliere quando cucino/lavo/impasto e che puntualmente semino da qualche parte, rischiando ogni volta di perderlo. Come quando lo misi nella tasca posteriore dei jeans, ebbi la geniale idee di infilarci anche le chiavi della macchina e, quando le tolsi di tasca, vidi l’anello iniziare a rotolare finendo dritto dritto nelle grate del palazzo di fronte. Se penso a quella scena (che io, non so perché, nella mia testa rivedo sempre al rallentatore), ancora oggi credo che avessi voluto farlo apposta non ci sarei riuscita. Per la cronaca, l’anello è riuscito a tornare all’ovile mesi dopo, quando il Colui si è introdotto nelle cantine di fronte a noi e a recuperarlo, per me è ancora un mistero come. Ma d’altronde, è archeologo.. avrà scavato.

Mi piace l’argento anche quando è vecchio, come quello della lunga catena che da un po’ porto sempre al collo, perché attaccati ci sono due ciondoli a forma di schiumarola e di paletta forata, unico ricordo di mia nonna, a cui evidentemente devo somigliare almeno un po’.

Certo, ho qualche gioiello d’oro, rigorosamente bianco, rigorosamente regalato, ma li indosso pochissimo, forse perché sono ancora in una fase in cui l’oro è quello che si indossa solo per le occasioni, laureamatrimoniobattesimi, mica roba di tutti i giorni (che poi io tutti i giorni entro ed esco dalle cucina, e non metto proprio nessun gioiello, che poi mi scoccio a mettere e togliere tutti i vari ammennicoli), e così giacciono in un cassetto, semi-dimenticati in attesa della prossima occasione.

Già, non sono una tipo da ori, tranne quello che in assoluto preferisco, quello verde dei pistacchi.. quello lo metterei dappertutto, come ho ampiamente dimostrato (random qui, qui e qui). Questa volta ci ho fatto un pesto (passatemi il nome, anche se non ho pestato un bel niente) velocissimo da preparare e dannatamente buono. Provare per credere.

Pasta con pesto di pistacchi finale-001

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Pasta con pesto di pistacchi-001