Viaggiando verso nord

C’è una bella differenza fra una vacanza e un viaggio.

La vacanza è scegliere un luogo, arrivare là e là rimanere, il più possibile in panciolle, a godersi il meritato relax dopo un anno di lavoro. Quando si sceglie di fare un viaggio, invece, si cerca di concentrare nei (di solito pochi) giorni di ferie a disposizione il numero più alto possibile di luoghi, di cose da vedere, di emozioni da cercare in giro per il mondo, per tornare a casa più ricchi, anche se magari più stanchi di quando si è partiti.

Nonostante il fascino innegabile della vacanza rilassante, fra vacanza e viaggio sceglierò sempre il viaggio, l’unico in grado di darmi il vero brivido della scoperta, la smania di vedere-assaggiare-sentire tutto il possibile, la stanchezza che mi fa crollare alle 10 di sera e svegliare carica come una molla.

Se poi il viaggio è di quelli on the road, in cui si parte con un camper, non si prenota nulla e tutto si può modellare su di te e i tuoi desideri, ancora meglio.

Viaggio

La prima tappa del nostro viaggio (escludendo Baden Baden, una tappa di comodo e di relax nelle sue terme, giusto per iniziare in bellezza) è stata Amsterdam, una delle capitali europee che ancora non avevo visitato.

Il grande fascino di Amsterdam per me sta nell’acqua, in quei piccoli canali silenziosi e tranquilli che ti accompagnano per la città e sono in grado di donarti un senso immediato di pace, dimenticando le orde di turisti che si celano magari appena dietro l’angolo. La luce che si riverbera sull’acqua con i suoi mille giochi, le persone in giro con i loro barchini, chi per rilassarsi, chi a pesca (?!), le case che vi si specchiano.. il mio ricordo di Amsterdam sarà legato a filo doppio alla sua vita sull’acqua.

Amsterdam

Le esperienze che vi consiglio spassionatamente di fare ad Amsterdam, oltre a perdervi fra i suoi saliscendi, i suoi ponti e i suoi canali senza mappa alla mano: sicuramente una visita al quartiere dei musei (almeno da fuori, ma se potete visitatene uno; io ho optato per il Museo Van Gogh, ma la prossima volta sceglierò senz’altro il Rijksmuseum) e, se vi sentite coraggiosi abbastanza, l’affitto di una bicicletta per una giornata, per godere del punto di vista olandese sulla città.
Se optate per questa esperienza, tenete in considerazione due cose: ad Amsterdam le bici vincono su tutto, quindi avrete SEMPRE una pista ciclabile a disposizione, con semafori appositi, corsie preferenziali ovunque e nessuno fra i piedi (d’altro canto, se siete a piedi, non sostate, neppure per sbaglio, sulle piste ciclabili, se non volete rischiare di essere falciati), ma gli abitanti della città, che si muovono di preferenza su due ruote, sono abituati ad andare spediti e mal digeriscono l’avere in mezzo ai piedi ciclisti alle prime armi, indecisi su dove andare o titubanti sulla velocità da tenere. Nel caso, preparatevi ad una invettiva piuttosto rabbiosa (in olandese, quindi avrete il vantaggio della beata ignoranza) o, se vi va male, a qualche scontro fra bici poco piacevole. In buona sostanza, per me l’esperienza bici s’ha da fare, ma se non siete più che decisi alla guida, magari limitate il giro urbano al minimo indispensabile (e nelle vie a più ampio respiro) e optate poi per un giretto più rilassato e più bucolico fuori Amsterdam.

Andando dietro la stazione Centrale, infatti, potrete prendere gratuitamente un battellino che vi porterà sull’altra sponda del canale, dove potrete godervi una bella pedalata di 13 km (da evitare se siete proprio digiuni di bicicletta o se non muovete i muscoli dal ’46) nella campagna olandese, fra canali, casette meravigliose, famigliole in barchetta, moli e mulini a vento, fino ad giungere a Zaanse Schans, paesino patrimonio Unesco e  museo a cielo aperto in cui sono perfettamente conservati (e ancora utilizzati) alcuni mulini a vento.  Quando siete arrivati lì, bevetevi un milk shake al cioccolato (solo ottimo latte olandese, cacao olandese e zucchero di canna) e tornerete in pace col mondo, e vi godrete di più il ritorno.

Consigli per affrontare la pedalata in serenità:

  • se possedete un copri-sellino in gel portatevelo dietro, perché i sellini delle bici in affitto sono degli spacca-chiappe (per usare un eufemismo) sulla lunga distanza;
  • prendetevi il giusto tempo per andare e tornare (una mezza giornata, per far tutto con calma), non fate le cose di fretta;
  • tenete a portata di mano un navigatore GPS, perché ci si perde facilmente, visti i cartelli direzionali che a volte scompaiono nel nulla, sia all’andata che al ritorno
  • se siete arrivati, vi siete goduti il paesino e volete tornare indietro a testa alta (senza subire nuovamente il sellino), pare che esista anche un treno che riporta ad Amsterdam, bici comprese (ma non nelle ore di punta, tipo dalle 4 alle 7).
  • noi abbiamo coraggiosamente optato per un andata e ritorno in bici seguendo le indicazioni per la città: ecco, non fatelo! Cartelli spariti e GPS intermittente, così abbiamo allungato di infiniti chilometri e chiamato a raccolta un vasto pantheon, avendo anche perso l’orario di restituzione delle bici.

Zaanse Schan

Ma ci siamo consolati… Come? Sulla strada verso il campeggio, al Mulino de Gooyer, abbiamo trovato fin dal primo giorno il birrificio Brouwerij’t IJ, dove ci siamo concessi quasi tutti i giorni delle ottime birre artigianali, le uniche davvero buone bevute ad Amsterdam. Non me ne vogliano gli olandesi, ma per il genere di birre che amo (alcoliche, corpose, doppio e triplo malto, ambrate o rosse) preferisco di gran lunga i vicini del Belgio. Però qui ho bevuto delle ottime birre, e l’atmosfera è davvero conviviale e piacevole.

Birrificio Amsterdam

Reparto cibo.

  • Ammetto di non avere assaggiato il famoso/temibile panino con aringa, cetriolini e cipolle: ho mancato di coraggio e, passando in zona chioschetti dei panini sempre in orari come le 8 del mattino, non ce l’ho proprio fatta.
  • Se volete provare l’autentica cucina olandese, a suon di hotchpotch, zuppe e compagnia cantante, vi consiglio di andare da Moeders (quartiere Jordaan), un locale storico, kitchissimo e molto particolare dove si mangia bene la cucina tipica. Non economicissimo, ma questo è un leit motiv di Amsterdam.
  • Permettetemi un momento di italianità. Ad Amsterdam non temete di bere il caffè: è caro (di media 2,50€ per un espresso), ma quasi sempre molto buono, alla pari di quello che potreste bere in un normale bar italiano.
  • Lo so, les frites sono per eccellenza belga, ma se assaggiate quelle di Vlaams Friteshuits Vleminchx (Voetboogstraat 31/33), scoperte grazie a Patty, non ve ne pentirete. Anzi.
  • PS. Se foste interessati ad un coffee shop e voleste evitare quelli presi d’assalto da orde di turisti (ahimé, per lo più Italiani) in costante (e chiassosa) ricerca  di erba, vi consiglio il piccolissimo e molto grazioso Dutch Flowers (Singel 387), a due passi dallo Spui.

Frites Amsterdam

A Bruges sono passata in giornata più o meno tre anni fa, e in giornata sono ripassata anche in questa occasione, per un giro fra le sue stradine e i suoi canali, incredibilmente carichi di persone e di fascino. Mi riprometto la prossima volta un giro con più calma e con una piantina alla mano, ma anche solo perdersi fra le sue strade per ritrovarsi fra un ponte di pietra, la piazza del mercato, il vecchio cane Fidel affacciato sul canale e un bicchiere di birra belga (quella, imperdibile per davvero) non è poi così male.

Brugge

Ho trovato però il tempo per un waffle: noi abbiamo scelto quello di Liegi (più dolce di quelli di Bruxelles, e dall’impasto solido), con cioccolato (grande classico belga) o caramello e panna. Una cosetta leggera, insomma.

Waffle Brugge

Da qui il nostro viaggio è continuato in Francia, in Normandia, tappa (quasi) ultima e amatissima. Sulla strada verso la nostra prima tappa ci siamo fermati brevemente a Dieppe (di cui è rinomato il mercato del pesce, che purtroppo abbiamo mancato) per vedere la famosa spiaggia di ciottoli bucati.

Dieppe

Da qui ci siamo spostati ad Etrètat, famosa per le sue falesie a picco sul mare che, in una giornata uggiosa e densa di foschia, ci hanno colpito per la loro bellezza mozzafiato. Prendetevi del tempo, camminate sulla spiaggia di ciottoli per cogliere appieno l’altezza di queste scogliere dal taglio verticale (nella foto centrale qui sotto vedete bene il rapporto uomo/falesia) e, ancor più, percorrete uno o entrambi i cammini che portano in cima alle falesie, da cui potrete ammirare uno splendido panorama (non guardate verso il paese, che purtroppo presenta un paio di eco-mostri che rovinano la poesia del luogo), sia verso l’arco La
Manneporte sia verso la falesia che Maupassant descrisse come un elefante che beve nel mare.

Etretat

Abbiamo poi trascorso due giorni ad Omaha Beach, splendidamente immersi in una natura maestosa, con un clima che muta nel giro di un secondo. Per esempio, mentre ti trovi in canottiera, scalzo, a percorrere dalla spiaggia i 7km che ti separano dal cimitero americano sotto un bel sole, all’improvviso potresti ritrovarti sotto una pioggia battente, con tanto di tuoni e fulmini e, nel cercare un riparo, finire a trascorrere un’ora in un bunker nazista con l’inquietante compagnia di un mitra e di una comitiva di ragazzini francesi che per ingannare il tempo ballano (sì, avete letto bene) sulle note di non so quale orribile canzone. Quasi quasi ho preferito la turista flatulente, ma di questa non vi parlo, che è meglio.

Sta di fatto, però, che dopo ciò (magari non tutto, mi auguro), potreste trovarvi di fronte una meraviglia simile, e a quel punto anche un’ora in un bunker vi parrà il giusto scotto da pagare davanti alla bellezza malinconica di questi luoghi..

Omaha Beach

… che mutano, da un giorno all’altro, senza nessun preavviso e lasciando solo stupore.

Omaha Beach

Ovviamente non si può dimenticare cosa abbiano significato per la Storia contemporanea i luoghi in cui ci si trova a camminare e, se proverete a chiudere gli occhi un instante, cercando di tornare indietro di 71 anni, pensando a quante persone siano morte su quelle spiagge, a quanto tempo abbia impiegato il mare a lavare tutto quel sangue, è impossibile non sentirsi mancare, impossibile rimanere distaccati di fronte al peso della Storia.

Quelle spiagge sono un memoriale a cielo aperto: di tanto in tanto potreste scorgere in mare (a seconda delle maree) dei resti del vecchio porto temporaneo di Omaha, qualche fortificazione tedesca nel verde circostante o qualche timido resto sulla spiaggia, dove invece vedrete sicuramente svettare verso il cielo il monumento alla memoria.

Non si può prescindere dal visitare il cimitero americano di Colleville-sur-Mer (raggiungibile anche dalla spiaggia, con una bella camminata), dove la sola vista a perdita d’occhio di croci e stelle di David riesce a dare la misura impressionante degli eventi di nemmeno un secolo fa.

Sono 9387 lapidi, e sembrano semplicemente infinite.

Omaha Beach sbarco

Dopo questa tappa sui luoghi dello sbarco avremmo dovuto spostarci ancora più a nord, nella zona del Jobourg, ma siamo stati talmente catturati da Omaha Beach, Colleville-sur-Mer, Port-au-Bassin e dalla miriade di paesini circostanti, tutti dannatamente belli nella loro semplicità, che siamo rimasti un giorno in più, ripromettendoci di tornare, ancor prima di essere andati via.

L’ultima tappa del nostro viaggio, ormai in discesa, ha toccato la Borgogna, zona splendida di vigneti e verdi colline, corsi d’acqua e parchi naturali, culla di alcuni dei più grandi capolavori  del Romanico francese, come la cattedrale della Sainte-Madeleine di Vèzelay, il cui portale centrale del nartece, che rappresenta Cristo in trono che trasmette lo Spirito agli Apostoli, è uno dei capolavori della scultura romanica francese, a mio parere notevolmente più bello di quello della cattedrale di Saint-Lazare ad Autun; perdetevi ancora un attimo con il naso all’insù ad ammirare i meravigliosi capitelli che raffigurano parabole evangeliche ed episodi della vita di santi, e non ve ne pentirete.

Percorrete poi il perimetro della cattedrale, che si affaccia come da una terrazza sulla bellissima e verdissima campagna circostante. E, quando tornerete sulla piazza proprio di fronte alla cattedrale, specialmente se avrete la fortuna, come è capitato a me, di trovare un musicista che accompagni questo momento suonando mollemente l’arpa, sedetevi nell’unico baretto e bevete un pastis anche per me.

Vezelay

Di viaggi verso nord e di pancakes all’inglese

Le mie vacanze verso nord (dopo quelle verso il profondo sud) sono finite ormai da un po’, ma ho avuto la fortuna di potermi concedere una settimana di villeggiatura a casa in compagnia di vecchi e nuovi amici, fra gite fuori porta, girule per Torino e provincia ed ottime (ed abbondanti, e troppe) cene. Ora si ritorna lentamente alla normalità, e ho finalmente anche il tempo per riordinare le idee e le suggestioni raccolte durante un’intensissima settimana di vacanza fra Francia ed Inghilterra via terra e mare (fingiamo che la mancanza della componente “aria” sia solo dovuta al fascino innegabile del viaggio in sé, e non anche al fatto che  un certo qualcuno a me vicino detesti volare).

L’accoglienza mattutina delle bianche scogliere di Dover (che vedete un po’ più in su) è un’esperienza di cui godere almeno una volta della vita, nonostante il vento gelido ed il mare arrabbiato (e la gente che, sfidando la sua rabbia, era in grado di ingurgitare salsiccia e fagioli alle 6,40 del mattino). Dover è una piccola cittadina assai gradevole e molto british, in cui è piacevole passeggiare per un paio d’ore. Se avete a disposizione un po’ di tempo in più (e non avete a carico due enormi zaini ad impedirvelo) potete sempre pensare di visitare il museo della città, in cui vedere la nave dell’età del bronzo (considerata la più antica al mondo) oppure visitare la casa dipinta romana.

Canterbury è però tutt’altro: oltre alla magnificenza (soprattutto esterna, fatemelo dire) della sua famosissima cattedrale, è una città molto viva, piena di gente, di musica per le strade, di ragazzi che vendono consigli, di locali e negozi, ed è una città molto verde. Se potete, quindi, godetevi almeno un giretto fra le sue strade pulite e curate, ma se il tempo vi assiste non dimenticate un bel giro lungo il fiume Great Stour, da cui godere di un verde visto solo in Gran Bretagna e di una pace che pare quasi irreale. Non so se me ne sia auto-convinta, ma ho trovato che la vegetazione incontrata lungo il fiume fosse assai preraffaellita, e alcuni scorci di questo fiume mi hanno catapultato dritta dritta nell’Ophelia di Millais.

Gli imperdibili a Canterbury: se siete in cerca di una sistemazione poco pretenziosa e davvero carina, con personale gentilissimo e spazi comuni a disposizione (salone con tv, libri e pc sempre aperto, utilizzo cucina e giardino all’inglese davvero delizioso) andate al Kipps e non rimarrete delusi. In serata, invece ( e andate presto se volete anche mangiare, visto che in settimana la cucina chiude alle 8), non perdetevi una birra a The Foundry Brew Pub. Stra-consigliata la Itzamna, una stout dall’alto tenore alcolico e con sentori di caffè e cioccolato, una delle migliori birre che io abbia mai assaggiato.

Canterbury blog

Dopo una giornata passata a Canterbury, il viaggio è proseguito verso la meta principale, Londra, che io non avevo mai visitato. Ovviamente è impossibile dire di aver visitato appieno Londra in due settimane, figurarsi in quattro giorni, ma posso davvero dirmi soddisfatta per essere riuscita a vedere tanto di quello che avrei voluto, e persino qualcosa in più. Di Londra non lascio un racconto, ma delle suggestioni, per immagini e in “poche” parole, con qualche consiglio che spero vi sarà utile per un futuro viaggio.

I luoghi-simbolo di Londra, gli imprescindibili, quelli da vedere almeno una volta, almeno da fuori. Quasi tutti (tutti quelli in foto, ma anche altri) sono sul Tamigi, e vi consiglio caldamente un bel giro a piedi sulle sue rive: più economico del battello, e permette di fare tutto secondo i vostri tempi. Metteteci anche che adoro camminare, e avete la ricetta perfetta.

Londra simboli blog

La Londra moderna, quella di vetro e acciaio, di ponti nuovi, ruote panoramiche e grattacieli. Una modernità a cui le capitali d’Europa e gli USA ci hanno ormai abituato, ma che per me sono sempre il simbolo di un’alterità affascinante rispetto all’Italia.

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Londra e i suoi parchi, giganteschi, verdissimi, rigogliosi, a tratti fin selvaggi, ricchi di corsi d’acqua, laghi e di tanti, tantissimi animali, dagli immancabili scoiattoli ai volatili di ogni specie.

Hyde Park, una tappa londinese irrinunciabile.

Londra Hyde Park blog

St. James Park, da cui vi consiglio di passare per arrivare a Buckingham Palace (non che a me interessasse particolarmente il palazzo.. giusto uno sguardo e via)

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Londra e i suoi teatri. Tanti me  lo avevano detto: andare a Londra è vedere uno spettacolo teatrale, e devo dar loro ragione. Un’esperienza che vi consiglio, tanto più che si ha davvero l’imbarazzo della scelta fra spettacoli, concerti e soprattutto musical. Io ho scelto di vedere Let it be al Garrick Theatre, un musical-concerto che ripercorre tutta la carriera musicale dei Fab Four, uno spettacolo davvero coinvolgente con musicisti eccezionali.

Londra Let it be blog

Non allego foto, ma non perdete la Londra dei musei: potete scegliere quel che vi interessa di più, dai gioielli, all’arte applicata, a quella figurativa, all’archeologia. Io ho visitato il British Museum, che pur non ho amato moltissimo (per le folla e l’organizzazione museale un po’ caotica, ma ha pezzi bellissimi ed importanti; imperdibile i fregi del Partenone -anche se visti con un po’ di magone-, e i reperti di Sutton Hoo, per respirare un po’ di antica Inghilterra, ma se avete un po’ di tempo non perdetevi tanti reperti orientali, romani ed un bella dose di Egitto -ma se volete per quello fate anche una gita nella mia Torino), la National Gallery (che vi consiglio di visitare per la parte pittorica, anche se ammetto di aver affrettato il passo su una buona fetta di ‘700 e ‘800 inglese, non troppo nelle mie corde). Amore totale e a prima vista per la Tate Modern, una tappa a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo. Tantissimi altri musei mi aspettano ancora, vorrà solo dire che devo ritornare.

Londra e i suoi “mercatini” vintage o delle pulci, come Portobello Road (che non ho amato moltissimo, per i prezzi irraggiungibili e le folle oceaniche) e Camden Town, dove potete facilmente trovare un giubbotto di pelle a 10£ o 20£ (momento di gioia e gaudio della vacanza) o una sala da the nel seminterrato, The Basement Tea Room, consigliatissima per l’ambiente easy ed accogliente e per i prezzi bassi.

Londra Camden blog

La East London, quella per me inattesa, dell’Old Spitalfield Market e di Brick Lane con la sua matrioska di mercati, i suoi mille street food, i suoi murales e i suoi barbieri clandestini.

Londra inattesa blog

La Londra dei mercati alimentari, come Borough Market, con i suoi innumerevoli cibi da strada e le sue specialità alimentari tipiche (fudge, toffee, scones, pani tipici, cornish pastries, pannocchie e chi più ne ha più ne metta) e dal mondo.

Londra Borough Market blog

O il Covent Garden Market, il salotto buono, con delizie alimentari da mangiare qui ed ora (dalla paella al panino con l’anatra confit), oppure da portar via, come qualche prezioso the o degli eccellenti curd.

Londra Covent Garden blog

La Londra del cibo, quello che è sempre e ovunque, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, quello locale e quello internazionale, il cibo da strada e i ristoranti chic. Io, a rappresentanza del cibo locale scelgo il Fish & Chips (che non avevo mai mangiato nella sua terra natia e che mi è piaciuto da morire) mangiato da Poppies a Camden Town; ma non mi sono certo fatta mancare English breakfast (mangiata a pranzo, con una birra, ché l’abbinamento fagioli/the ancora non lo reggo), porridge (di cui mi sono follemente innamorata), carrot cake, scones, cornish pie e tanto, forse troppo the (rigorosamente Earl Grey).

Londra fish & chips blog

Il ritorno verso casa ha previsto una tappa parigina, breve ma intensa. Mi sono fatta riconquistare dalla bellezza decadente del Père Lachaise, senza l’ansia di andar a cercare questa o quella tomba, ma gironzolando qui e là senza dimenticare i tanti morti senza nome che si celano in quel meraviglioso cimitero.

Parigi Pere Lachese blog

E poi, complici i numerosi posti che un certo qualcuno non aveva mai visto, un giro veloce Champs Elysèes-Arco di Trionfo-Montmartre-Notre Dame-Quartiere Latino (e poi morte civile) con camembert grigliato al miele e crème brulée finale.

Parigi blog
Insomma, un viaggio breve ma intenso, pieno di cose da vedere-provare-visitare-gustare-amare, che per la prima volta mi ha fatto approdare oltre Manica e che mi ha lasciato la voglia di tornare e magari di assaporare qualche luogo più bucolico e diverso da una Londra che mi è piaciuta, in cui sicuramente tornerò, ma che non mi ha rapito del tutto il cuore.

Alla fine di questo lunghissimo post vi lascio con la ricetta dei pancakes, che avevo letto qualche tempo fa su un libro di cucina britannica di cui onestamente non ricordo il titolo. Diversi dai pancakes al latticello già proposti in passato, facilissimi da fare, veloci e buonissimi, la coccola perfetta per la colazione della domenica.

Pancakes blog

Pancakes2 blog

Chiuso per ferie – Qualche idea fresca per l’estate

 

Finalmente sono arrivate le tanto agognate vacanze, e domani sarò davanti al mare blu che vedete in questa fotografia (scattata qualche anno fa)!

Oggi non vi lascio alcuna ricetta e non programmerò nessun post durante la mia assenza: la vacanza per me è distacco dal quotidiano, dagli impegni, e anche dal  blog.

Ci risentiremo quindi al mio ritorno! Ma, per non lasciarvi a bocca asciutta, eccovi una carrellata di ricette fresche, dolci e salate, per ingannare l’attesa.

A presto, e buone vacanze a tutti!!

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Sciué sciué – friselle con pomodorini Pachino e mozzarella di bufala

In diretta dalla Calabria (ve lo dicevo che avrei scritto da un altro posto, no?!), in piena modalità marittimo-vacanziera, vi lascio un post sciué sciué come il piatto che ho preparato, con pochi (ma buoni) ingredienti, senza cottura, senza strumentazione particolare (basterà un piatto, una terrina e un coltello), ma di grande gusto.

Inoltre, questo semplice piatto mi riporta alla mente echi lontane, di quel pane e pomodoro che mia nonna preparava per me e mio cugino a merenda, poi consumata sull’amaca all’ombra del pruno e, ancor più, mi ricorda le miriadi di pranzi estivi a suon di friselle che io e mio padre abbiamo mangiato negli anni, quando proprio di avvicinarsi ai fornelli non se ne aveva alcuna voglia. Sarà che semplicemente pane (o frisella), pomodoro, sale, olio e origano (oggi con un aggiunta un po’ più sofisticata) sono un mix tanto semplice quanto azzeccato, saranno questi ricordi d’infanzia teneri e sfumati o quelli che d’ora in poi aggiungerò, legandoli a questo piatto, ma la frisella per me è e rimarrà un must estivo al quale difficilmente rinuncerò… e perché mai dovrei, poi?!

Di vacanze e coniglio alla ligure

Come avevo promesso questo sarà un post sulle vacanze, ovviamente le mie. Quest’anno, nonostante i sempre troppo pochi giorni di pausa che ci possiamo permettere, siamo riusciti a fare una triplice vacanza, complice un colpetto di fortuna (aka il posticipo dell’inizio lavorativo). Non escludo di riuscire a fare una quarta mini-vacanzina da qualche amica, se la fortuna mi assisterà nuovamente, ma non voglio attirarmi cattivi numi, quindi non proseguirò oltre. Parliamo invece del passato, che così andiamo sul sicuro!

Le tanto attese vacanze sono cominciate con un week-end veronese: Verona ci ha accolto con un caldissimo sole, la sua pacata quiete e il suo italicissimo centro storico, da percorrere con calma, alla ricerca della sua storia o di un po’ d’ombra. Qui sotto potete vedere qualche scorcio caratteristico veronese: partendo da in alto a sinistra, in senso orario, vedete Ponte Pietra, la Torre dei Lombardi, una veduta dall’alto, l’Arena e una vista sull’Adige.

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