Insalata di riso Venere dal sapor mediorientale per #risaiami

Se pensavate che sul tetto (che scotta?) ci stesse solo la gatta, vi sbagliavate di grosso. . A Milano sul tetto ci trovate anche una risaia.

La Risaia sul Tetto” è un progetto finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e realizzato dall’Associazione tra la Provincia di Vercelli e l’Associazione “Strada Vercellese del Riso di Qualità”. Si tratta di una vera e propria risaia costruita su una terrazza in piena Milano (proprio a fianco del Terzo Paradiso di Pistoletto) dove, all’interno delle camere di risaia (così si chiamano le aree in cui si semina il riso) sono state seminate 5 varietà di riso (Arborio, Baldo, Venere, Cerere, e Sant’andrea), più altre due nei cerchi minori dell’opera di Pistoletto (Carnaroli e Maratelli).

Questo sta a significare che non esiste “un” riso ma i risi, cioè varietà con caratteristiche e utilizzi diversificati.

Per la mia ricetta ho scelto di utilizzare un riso in particolare, il riso Venere,  il cui colore nero mi incanta ogni volta e la cui tenuta perfetta della cottura trovo sia adattissima per le insalate di riso, un vero toccasana per questi primi caldi estivi. Io ho scelto un condimento leggero e “dal sapor mediorientale” (come cantava la Nannini quando ero solo una cita), a base di pollo marinato al limone e poi grigliato, albicocche secche, mandorle, timo (una delle erbe contenute nello Za’atar) e scorza dei limoni in conserva, la mia “droga” mediorientale preferita, che conferisce ad ogni piatto una freschezza e un tocco piccantino a cui vi diventerà difficile rinunciare.

 

Insalata di riso venere obliqua

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Insalata di riso venere-001

Le nocciole del Piemonte e i Baci di dama per l’Italia nel piatto

Da oggi entro nella squadra de “L’Italia nel piatto” a rappresentare il mio Piemonte e, onestamente, non potrei esserne più felice.

Il tema di questa uscita è la frutta e la verdura IGP o tipica della zona. Ahimè, però, il Piemonte scarseggia di frutta e verdura IGP, mentre è ovviamente ricco di ortaggi e frutta tipici, ma non tutti propri di questa stagione (pesche di Canale, vi sto aspettando, per dire). Così, ho “barato“, e cioè ho optato per una ricetta dedicata all’unico frutto che si bea dell’Indicazione Geografica Protetta, la nocciola Piemonte IGP che, essendo un frutto secco, viene sì raccolto in autunno (più frequentemente nel mese di settembre, anche se a volte la raccolta si sposta indietro di un mese), ma si conserva fino quasi alla raccolta successiva. Di sicuro era così una volta, ora un po’ meno, visto che l’utilizzo sempre più massiccio delle nocciole nella fiorente industria cioccolatiera e dolciaria piemontese fa sì che le scorte si esauriscano assai prima. Ma, prima che le riserve di nocciole vengano utilizzate per gli ultimi giandujotti della stagione, siamo ancora in tempo per una bella infornata di baci di dama, biscotti secchi tipici del Piemonte.

I baci di dama, inventati a Tortona all’inizio del secolo scorso, hanno ottenuto da qualche anno proprio nella versione tortonese  il titolo di Prodotto Agroalimentare Tradizionale della regione Piemonte, e devono essere prodotti esclusivamente in quel territorio, utilizzando solo mandorle, burro, zucchero, farina e cioccolato. Va però detto che nel secolo scorso venivano utilizzate prevalentemente le nocciole, più facili da reperire e meno costose, mentre l’uso delle mandorle fu il frutto di un’attenta ricerca di qualità e perfezionamento dei pasticceri tortonesi.

Io mi attengo quindi alla tradizione più popolare in passato che, oltre ad essere quella che preferisco, è anche quella che affonda le sue radici nella copiosa produzione di nocciole piemontese, specialmente nel territorio delle Langhe.

La ricetta è estremamente semplice, dal momento che gli ingredienti sono tutti in proporzione 1:1 e che l’impasto si realizza in pochi minuti con un normale robot da cucina.

La parte più difficile è quella di resistere a questi biscottini ripieni, in cui l’aroma del burro si sposa alla perfezione con il tostato della nocciola e con l’amaro del cioccolato.

 

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Baci di dama blog

Ed ecco gli altri:

Trentino-Alto Adige:  non partecipa

Friuli-Venezia Giulia: Mela Zeuka http://ilpiccoloartusi.weebly.com/litalia-nel-piatto/la-mela-zeuka-per-litalia-nel-piatto 

Veneto: Quiche di bietole alla veneziana e pomodorini http://ely-tenerezze.blogspot.com/2015/05/quiche-con-bietole-alla-veneziana-e.html

Lombardia: Mela della Valtellina e Pera di Mantova IGP http://www.kucinadikiara.it/2015/05/frutta-e-verdura-igp-per-litalia-nel.html

Liguria: insalata di polpo, carciofi e bottarga  http://arbanelladibasilico.blogspot.com/2015/05/litalia-nel-piatto-frutta-e-verdura.html   

Emilia Romagna: Claufoutis al cioccolato con pere dell’Emilia Romagna IGP http://zibaldoneculinario.blogspot.com/2015/05/clafoutis-al-cioccolato-e-pere.html

 Toscana: La cipolla di Certaldo nell’insalata di tonno e fagioli http://acquacottaf.blogspot.com/2015/05/la-cipolla-di-certaldo-nellinsalata-di.html

Marche: non partecipa

Umbria: Gnocchi di patate rosse di Colfiorito IGP alle erbe campagnole dell’Umbria   http://www.dueamicheincucina.ifood.it/2015/05/gnocchi-di-patate-rosse-di-colfiorito-igp-alle-erbe-campagnole-dellumbria.html

Abruzzo:La Carota del Fucino IGP http://ilmondodibetty.it/la-carota-del-fucino-igp/

Molise: La Limoncella del Molise – Limoncelle al forno http://lacucinadimamma-loredana.blogspot.com/2015/05/la-limoncella-del-molise-per-litalia.html

Lazio: Tarta-zuccotto al Kiwi Latina IGP – http://beufalamode.blogspot.com/2015/05/tarta-zuccotto-al-kiwi-latina-igp-per.html

Campania: Carciofi Sott’olio http://www.isaporidelmediterraneo.it/2015/05/carciofi-sottolio.html

Basilicata: Torta di fragole Candonga http://blog.alice.tv/profumodicannella/2015/05/13/torta-di-fragole-e-limone-senza-burro-e-senza-latte/

Puglia: Ciliegie sotto spirito http://breakfastdadonaflor.blogspot.com/2015/05/cucina-pugliese-ciliegie-sotto-spirito.html

Calabria:Cipolle di Tropea IGP in agrodolce http://ilmondodirina.blogspot.com/2015/05/cipolle-rosse-di-tropea-igp-in-agrodolce.html

Sicilia: La carota novella di Ispica IGP http://www.burroevaniglia.it/2015/05/la-carota-novella-di-ispica-igp-per.html

Sardegna: non partecipa

 Il nostro blog – http://litalianelpiatto.blogspot.it/

Italia nel piatto

L’oro che preferisco, quello verde – Trofie con pesto di pistacchi

Non sono una tipa da gioielli.

O meglio, mi piacciono, ma ho un debole per quelli etnici, specialmente per quelli d’argento. Tipo il mio anello indiano, quello che ho il brutto di vizio di togliere quando cucino/lavo/impasto e che puntualmente semino da qualche parte, rischiando ogni volta di perderlo. Come quando lo misi nella tasca posteriore dei jeans, ebbi la geniale idee di infilarci anche le chiavi della macchina e, quando le tolsi di tasca, vidi l’anello iniziare a rotolare finendo dritto dritto nelle grate del palazzo di fronte. Se penso a quella scena (che io, non so perché, nella mia testa rivedo sempre al rallentatore), ancora oggi credo che avessi voluto farlo apposta non ci sarei riuscita. Per la cronaca, l’anello è riuscito a tornare all’ovile mesi dopo, quando il Colui si è introdotto nelle cantine di fronte a noi e a recuperarlo, per me è ancora un mistero come. Ma d’altronde, è archeologo.. avrà scavato.

Mi piace l’argento anche quando è vecchio, come quello della lunga catena che da un po’ porto sempre al collo, perché attaccati ci sono due ciondoli a forma di schiumarola e di paletta forata, unico ricordo di mia nonna, a cui evidentemente devo somigliare almeno un po’.

Certo, ho qualche gioiello d’oro, rigorosamente bianco, rigorosamente regalato, ma li indosso pochissimo, forse perché sono ancora in una fase in cui l’oro è quello che si indossa solo per le occasioni, laureamatrimoniobattesimi, mica roba di tutti i giorni (che poi io tutti i giorni entro ed esco dalle cucina, e non metto proprio nessun gioiello, che poi mi scoccio a mettere e togliere tutti i vari ammennicoli), e così giacciono in un cassetto, semi-dimenticati in attesa della prossima occasione.

Già, non sono una tipo da ori, tranne quello che in assoluto preferisco, quello verde dei pistacchi.. quello lo metterei dappertutto, come ho ampiamente dimostrato (random qui, qui e qui). Questa volta ci ho fatto un pesto (passatemi il nome, anche se non ho pestato un bel niente) velocissimo da preparare e dannatamente buono. Provare per credere.

Pasta con pesto di pistacchi finale-001

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Pasta con pesto di pistacchi-001

La Pasqua della Tradizione – La pastiera napoletana tradizionale

Ogni anno cerco di preparare il blog (e me stessa) alla Pasqua con una ricetta della tradizione, che sia la Torta Pasqualina, la colomba (con lievito di birra o a lievitazione naturale) o la Pastiera.

Sì, non è la prima volta che compare una pastiera su queste pagine. Ma se la prima era una versione base, molto buona ma anche molto semplice da realizzare, ho deciso che era ora di affinare la conoscenza di questo dolce che adoro, perché racchiude in sé tanto di ciò che amo nei dolci: la ricotta, i sentori di agrume (per la scorza di limone e per l’acqua di fiori di arancio), la pasta frolla, i canditi.

Così mi sono affidata a Teresa, e ho deciso di preparare una pastiera con tutti i crismi: la frolla preparata con lo strutto, il grano ammollato tre giorni e poi bollito lentamente, la ricotta sgocciolata attentamente, la cottura a bassa temperatura su pietra refrattaria e il riposo di tre giorni (che è una prova di resistenza e di volontà ferrea).

Lo so, forse non sarete più in tempo per l’ammollo e la cottura del grano, ma siete ancora in tempo per averla pronta, riposata e matura per la domenica di Pasqua.

Passerò ancora di qui per farvi i miei auguri, ma almeno non potrete accusarmi di lasciarvi a bocca asciutta per questa festività ormai imminente.

Pastiera napoletana

pastiera napoletana

Verso il Salone del Gusto (pt. 2) – Cheesecake di robiola di Roccaverano con confettura di pere Madernassa al rosmarino

Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato, e ora già segna un drastico -3.

-3 giorni al Salone del Gusto, l’Evento più importante dell’anno per chi si occupa,  per mestiere o per hobby, di cibo.

Sì, perché il Salone è un mondo a se stante, in cui è possibile trovare in un solo luogo tutto ciò che vorresti assaggiare, annusare, toccare, e persino quello che avevi appena osato sognare; ed è incredibile la capacità del Salone di spalancarti gli occhi sulla vastità e la varietà del cibo, da quello proveniente dai luoghi più sperduti a quello che potremmo trovare a pochi metri da casa.

E, proprio in merito al territorio, quando mi è stato chiesto di proporre una ricetta in cui si facesse uso di un prodotto presidio Slow Food o di un prodotto dell’Arca del Gusto della mia Regione, sono andata a spulciare tutti, ma proprio tutti i prodotti del mio Piemonte, e non avete idea di quanti siano.. ma, se vi prendete la briga di guardare anche le vostre regioni, sono certa che rimarrete stupiti da quante e quali siano le eccellenze che si nascondono davvero ad un passo da noi.

Essendo una formaggiofila (non saprei come altro definirmi), non potevo che partire per la mia ricetta da uno dei formaggi piemontesi che più amo, la robiola di Roccaverano che, oltre ad essere presidio Slow Food, è l’unico caprino storico d’Italia ed anche l’unico ad avere guadagnato la Denominazione di Origine Protetta. Il disclipinare per la sua produzione ormai permette di utilizzare il 50% di latte vaccino od ovino ma, credetemi, quando vi capiterà di provare una robiola di Roccaverano 100% capra non sarà un’esperienza che dimenticherete facilmente.

Ho deciso però di proporre la robiola in una veste nuova,  diversa dal suo classico ruolo di chiudi-pasto (come ogni formaggio): ho quindi creato un piccolo antipasto, una cheesecake monoporzione di robiola di Roccaverano e ricotta di capra, che ha per base i grissini rubatà (in piemontese, letteralmente, “ruzzolato”, perché ottenuto per arrotolamento manuale sul tavolo di lavoro), un vanto tutto torinese (anzi, chierese, non vorrei mai inimicarmi tutta Chieri).

Per finire, ho scelto di accompagnare le mie cheesecake con una confettura di pere Madernassa (altro prodotto dell’Arca) aromatizzata al rosmarino. Le pere Madernassa sono piccole e sode, perfette per essere utilizzate in cucina, e qui in Piemonte danno vita ad uno dei dessert tradizionali più semplici e insieme più deliziosi, le pere al vino rosso.

Per il mio abbinamento, mi sono ispirata al famoso detto “al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere“, un proverbio basato sulla nobilitazione di un prodotto tradizionalmente povero e contadino, il formaggio, grazie al suo accostamento ardito e originale (per l’epoca medievale, s’intende) con le pere, un ingentilimento di cui ovviamente doveva essere tenuto all’oscuro il popolo (rappresentato dal contadino) per rimanere appannaggio delle classi più agiate.

Ora che vi ho allietato con la sezione “il proverbio del giorno“, vi lascio alla ricetta.

Cheesecake blog

Cheesecake finale con confettura blog

Con questa ricetta partecipo al contest “Una ricetta per la biodiversità” inserito nel contesto dal Premio Letterario Giovanni Rebora

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Comfort food sciuè sciuè – Lasagnette di pane carasau alla ricotta e pesto (eretico)

Ci sono certi giorni in cui mi prende una voglia matta di mangiare qualcosa di buono e confortante, uno di quei piatti capaci di rimetterti in pace col mondo, che so, tipo una lasagna.

Da qualche settimana, però, sono partita in modalità dieta-dieta-dieta , quindi le parole d’ordine sono “piatti leggeri“, “cucina sana” e “attività fisica“. Ma si sa, quando ti prende la voglia di buono è difficile dirottarla su un petto di pollo ai ferri e un’insalatina scondita (un abbinamento che già di per sé mi fa tristezza assai, e infatti nella mia dieta non c’è).

Bisognava trovare una soluzione, perché fare una lasagna “vera”, con ragù, besciamella, mozzarella e Parmigiano, e per giunta in un giorno feriale, era fuori discussione. Così ho deciso di optare per una lasagnetta semplice, veloce da fare, leggera, ma soprattutto deliziosa: al posto della pasta all’uovo ho utilizzato il pane carasau, e ho optato per un condimento leggero e veloce, fatto di pesto (eretico, che  ho fatto in casa con quel che avevo, cioè basilico e mandorle, ben diverso da quello genovese, come vuole la ricetta autentica appresa al campionato mondiale del pesto)  e ricotta. Un goccio di latte, due cucchiai di Parmigiano, 10-15 minuti di forno, ed ecco apparire in tavola uno dei piatti più buoni dell’ultimo periodo, che ha accontentato pancia e spirito… e pure la dieta.

Lasagnette blog

Lasagnette finale blog