Conquistata al primo assaggio – Biscotti tipo “Gocciole”

Ci sono dei cibi che, appena assaggiati, mi conquistano. Dopo un secondo sono già lì a chiedere la ricetta, ad appuntarmi dosi e procedimenti, e magari nel giro di un giorno (ma anche poche ore, alle volte) sono già sulla mia tavola.

E ci sono persone che hanno il malefico dono di cucinare sempre cose che mi conquistano, così inevitabilmente prima o poi sono portata a provare tutto quello che preparano.

E non è un caso se una di queste persone abbia influenzato, e non poco, l’inizio di questo blog, ormai quasi cinque anni fa. Sì, perché fu proprio “a causa” di un pomeriggio passato insieme a lei ed ad una cara amica che mi sentii in dovere di rifare il suo babà rustico, la prima ricetta comparsa su questo blog come ode all’amicizia.

Così, quando la scorsa settimana sono passata da casa sua per prendere un semplice caffè (ok, in realtà per ritirare delle mozzarelle bufala campana arrivate con una consegna brevi manu, ma questa è un’altra storia) e lei innocentemente mi ha allungato uno quei biscotti “tipo Gocciole” che però non la soddisfacevano troppo, io ho assaggiato e… taaaac! Innamoramento istantaneo, perché quei biscotti davvero sembravano le Gocciole, solo millemila volte più buoni, perché fatti in casa con i ingredienti buoni e tanto amore. E sono pure più fragranti, tiè!

La fine della storia è che il giorno dopo i biscotti erano già belli e che sfornati, nella loro scatola di latta, pronti per la colazione. Ma a colazione non ci son mica arrivati tutti, ed è tutta colpa della mia amica, ovviamente!

Gocciole

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Gocciole finale

I muffin del capro espiatorio per l’MTC

In questi quasi due anni di MTC ne ho viste di ogni: dalla pasta al quinto quarto, dalle ricette straniere a quelle tradizionali, ma mai si era vista una sfida così, e solo la Francy di Burro e Zucchero insieme a quella mente geniale (ho sentito diabolica? Forse c’è un’eco strano, qui) della Van Pelt potevano partorire una tale, tanta e decisiva aggiunta.

Questo mese, infatti, non c’è solo il tema culinario, dedicato ai muffin dolci e salati, ma la loro realizzazione deve essere ispirata. Dal divino? No, da un testo, sia esso letterario, musicale o poetico. Eh, sembra facile (fare un buon caffè), e invece non lo è per niente.. anche perché trovo che sia sempre più difficile farsi ispirare, in generale nella vita; siamo sempre lì ad arrovellarci, a pensare, a gabolare, e non lasciamo tanto spazio a quell’ispirazione che, per definizione, dovrebbe essere immediata, come un fulmine a ciel sereno.

Ma basta abbassare la guardia, svuotare il cervello, che so, camminando un paio di chilometri nell’aria fresca di  un autunno/quasi inverno, e l’illuminazione viene da sé, e per me l’apparizione è stata istintiva, naturale, e mi ha parlato non tanto di un libro, ma di una serie di libri, che ho amato e divorato ai tempi dell’università, per me i tempi della lettura più vorace, spaziando da Saramago che mi ha rubato il cuore e qualche ora di sonno, alla poesia, da sempre mio grande amore, ai gialli di ogni genere e grado.

I libri che però hanno più segnato quegli anni (che mi sembrano ormai così lontani, sigh) sono stati senza dubbio quelli del “Ciclo di Malaussène” di Daniel Pennac, che con la sua penna leggera ed irriverente mi hanno fatto affezionare alla strampalatissima e adorabile famiglia Malaussène, facendomi versare ben più di qualche calda lacrima al termine della saga.

Per chi non avesse mai letto questa serie, che io consiglio caldamente, parla della Parigi di Belleville, in cui vive una famiglia allargata composta dai più sgangherati personaggi (dal cane epilettico al bimbo dagli occhiali rosa, dalla mamma sempre incinta alla ragazza preveggente), capitanati da Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, in un grande magazzino prima, in una casa editrice poi. Il malcapitato Benjamin, ovvero, fa da cuscinetto, da paraurti, a tutte le lamentele e i reclami di clienti, lettori e scrittori inferociti, piangendo a comando, e assumendosi responsabilità che mai ha avuto.

“Mi stia a sentire, Malaussène, l’ho assunta come capro espiatorio perché si beccasse le piazzate al posto mio, perché subisse le grane con un piantino al momento giusto, perché risolvesse l’irrisolvibile spalancando le sue braccia di martire, in poche parole, perché lei si facesse carico. E lei si fa carico in modo straordinario! Nessuno al mondo potrebbe farsi carico meglio di lei, e sa perché?”
Me lo aveva spiegato mille volte: perché, secondo lei, ero un capro espiatorio nato, ce l’avevo nel sangue, una calamita al posto del cuore ad attirare le frecce. Ma, quel giorno, aggiunse dell’altro: “Non solo, Malaussène, c’è un’altra cosa: la compassione, ragazzo mio, la compassione! Lei ha un vizio raro: compatisce. Poco fa soffriva, al posto del gigante infantile che faceva a pezzi i miei mobili. E capiva talmente bene la natura del suo dolore che ha avuto l’idea geniale di trasformare la vittima in carnefice, lo scrittore respinto in critico onnipotente. Era proprio quello di cui aveva bisogno. Solo lei può sentire cose tanto semplici.” […] ” Lei è il doppio dolente di questo basso mondo, Malaussène.”

Muffin alla tarte tatin collage blog

Io di questo personaggio e di questi libri mi sono innamorata, perché scanzonati, surreali (come le foto di oggi), divertenti, confortanti. Per mesi, forse persino anni, hanno rappresentato per me la coperta calda sotto la quale nascondermi e farmi delle grasse risate, un mondo parallelo e stralunato rispetto alla routine quotidiana. E proprio per questo aspetto di sicurezza e conforto io li paragono al dolce francese che, oltre a ricordarmi incredibilmente Parigi, per me rappresenta tutto questo, la tarte tatin. La tarte tatin, famosissima torta di mele rovesciata nata da un fortunato errore, ha per base (o meglio, prima per copertura e poi per base) una burrosissima pasta sfoglia, si serve calda, e profuma di mele cotte e di caramello, e giuro che non riesco ad immaginarmi nulla di più confortante.

Ho scelto quindi di portare nei miei muffin la tarte tatin, le mele caramellate al burro, la Parigi di Malaussène, i suoi bistrot con le tende bianche e azzurre (proprio come i pirottini scelti dal mio doppio in cucina). Ho scelto la semplicità di un muffin semplice e profumato di burro, mele e caramello, perfetto per consolare il buon Benjamin dalle fatiche di compatire il prossimo.

Muffin pp blog

Muffin interno blog

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 43

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Una piadina piemunteisa ed una Torino-Reggio solo andata per l’MTC

Non è la prima volta che su questo blog si parla di piadina: infatti, appena un paio di mesi fa ve la consigliavo per una cena fra amici senza troppi stress, in cui finalmente anche la padrona di casa si possa godere una serata in compagnia senza l’ansia da spignattamento.

Intanto vi tranquillizzo, l’idea è sempre la stessa, una cena fra amici (sarà che la piadina è romagnola, ma chiama proprio l’amicizia) senza stress, in cui ogni commensale possa scegliere il suo condimento preferito e creare la propria piadina ideale.

Solo che nel frattempo, complice l’MTC e la sua quarantesima sfida, è cambiata la piadina, e oggi sono qui a proporvi la ricetta di Tiziana, aka Ombelico di Venere, che è semplicemente favolosa, la più buona piadina mangiata finora, in casa e non.

Non potevo ovviamente esimermi dal metterci il mio, e trasformarla in una piadina romagnolo-piemontese, scegliendo come ripieno la robiola di Cocconato, le zucchine del contadino grigliate e la menta (si prega di leggere la parola con spiccato accento piemontese, “listen and repeat: m-e-e-e-e-nta“).

E poi ho anche pensato di concedermi una piadina in omaggio al mio prossimo viaggio Torino-Reggio Calabria (sola andata spero di no, gradirei anche tornare all’ovile), scegliendo quindi  un abbinamento che può sembrare ardito, ma che è riuscitissimo, robiola di Roccaverano (mio immenso amore) e spianata calabrese.

Utilizzo questa piadine, quindi, anche per comunicarvi che la mia trasferta in terra calabrese sarà assai prossima e abbastanza lunga, e che per un po’ scriverò live dal profondo sud.

Ho finito le informazioni di servizio, quindi possiamo arrivare alle cose importanti, ovvero le piadine.

Grazie a Matteo per gli scatti alle mie manine sante all’opera.

Piadina collage blog

Questi i condimenti che ho scelto. Farcite la piadina con abbondante robiola di Cocconato, a piacere condite con sale, pepe o olio extra-vergine d’oliva, aggiungere le zucchine grigliate e qualche foglia di menta, precedentemente lavata, spezzettata con le mani.

Piadina piemunteisa e birra blog

Per la seconda piadina: disponete qualche fettina sottile di robiola di Roccaverano sulla piadina, quindi aggiungere 4-5 fette sottili di spianata calabrese.

Piadina Piemonte-Reggio sola andata blog

 Con questa ricetta partecipo all’MTC di questo mese.

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Primavera a colazione – Torta rustica alle ciliegie

Io adoro la colazione, che è forse il mio pasto preferito in assoluto (e sono certa di avervelo già detto più e più volte). E, fra i dolci da colazione, un posto speciale lo occupano le torte da credenza, torte semplici, morbide e confortanti, qualcosa in cui tuffarsi al mattino per trovare le energie necessarie ad affrontare la giornata.

Sono sempre alla ricerca di nuove torte per la colazione, specialmente di torte con basso contenuto di grassi, così quando ho visto la torta rustica alle fragole da Marina è scattato il colpo di fulmine. Nel giro di qualche giorno, infatti, l’ho subito riproposta, facendo però qualche “piccolo” cambiamento: niente fragole, ma ciliegie (e in gran quantità), e niente farina integrale, che non avevo in dispensa, ma farina 00 e farina di grano saraceno.

Il risultato è una torta soffice, umida, ricca di frutta dolce ed acidula insieme. Una avvertenza: pur  essendo una torta da credenza, non si conserva molto a lungo, data la presenza della frutta, quindi consumatela nel giro di 3-4 giorni al massimo.. ma non credo che sia un consiglio molto difficile da seguire.

Torta rustica alle ciliegie blog

Torta rustica alle ciliegie finale blog

Soda Bread per il San Patrizio che fu e per lo Starbooks Redone

Il 17 marzo si festeggiava San Patrizio, patrono d’Irlanda e, come ogni anno, mi sono trovata a festeggiare questa occasione con una  piccola cena a tema.

Pare ironico: io che non festeggio nemmeno i santi della mia città mi trovo a festeggiare quelli altrui. Sì, ironico, ma non troppo, se pensate che ormai da dieci anni l’Irlanda occupa le prime posizioni della mia top 10 dei luoghi che vorrei visitare. Sì, dieci anni, cioè dal mio diciottesimo compleanno, quando il mio desiderio maggiore era quello di organizzare un lungo viaggio post-diploma in Irlanda, il tutto in bicicletta.

I miei genitori mi regalarono persino quella bicicletta, bella come il sole e tutta attrezzata per un lungo viaggio. Il destino però ha voluto che quella bicicletta rimanesse quasi inutilizzata per 10 anni, per vivere poi di una tratta casa-lavoro e venire infine tristemente rubata nel cortile della mia nuova casa.

Lo so, sembra una metafora sugli infranti sogni di gioventù, e in effetti non è che oggi vi abbia proprio accolto con un’iniezione di allegria e buonumore!

Rimedio subito… intanto ascoltate qui, che non fa mai male, e poi aiutatemi a pensare che prima o poi l’Irlanda arriverà (o meglio, io arriverò da lei, anche se con un filino di ritardo). Di sicuro con questo soda bread e lo spezzatino alla Guiness che l’ha accompagnato sembra assai più vicina.

Soda bread collage blog

Soda bread finale blog

Puntavo questo soda bread da quando l’ho visto da Cristina di Vissi d’arte .. e di cucinanello Starbooks di ottobre . Non è la prima volta che preparo un soda bread, ma la ricetta qui è diversa, e credo che la differenza la giochi tutta il riposo della pagnotta prima di infornarla, in modo che il bicarbonato inizi ad agire. Il risultato è una pagnotta dalla mollica morbida e fragrante, con una crosta dorata e croccante e con quel lieve retrogusto “di torta” (passatemi il termine, ma è quel cicinin -come si dice dalle mie parti- di dolciastro dato dal bicarbonato) che lo rende adattissimo ad accompagnare piatti sapidi ed importanti… ma se spalmato di burro e marmellata o di crema al cioccolato diventa una cosa che non si spiega a parole.

Per di più la ricetta è ben spiegata, facile, veloce e a  prova di bomba, anche per chi ha poca o alcuna dimestichezza con i lievitati (visto che questo è decisamente un lievitato sui generis).

Ricetta assolutamente PROMOSSA

Un assaggio di cucina indiana: aloo naan e cheese naan

Oggi cambio totalmente registro e, dopo tanta cucina italiana e qualche sporadica incursione nella cucina cinese, spagnola e Tex-Mex, oggi passo a tutt’altra cucina etnica, e approdo in India.

Qualche tempo fa, infatti, un’amica con la passione per la cucina ha organizzato una cena a tema indiano e, come per tutte le nostre cene a tema (che languono da un po’… ne urge una nuova!), ciò implica rimboccarsi le maniche e sperimentare qualcosa di nuovo, a volte anche molto diverso da ciò che normalmente si è abituati a cucinare. Così, mentre altri si sono occupati di piatti a base di carne, dolci, polpette e frittelle di ceci, io ho deciso di sperimentare uno dei piatti indiani che amo di più, il cheese naan. Ma, siccome non mi accontento, mi sono fatta stregare anche dall’aloo naan, e ho deciso di buttarmi su una duplice sperimentazione. In realtà la base per queste due ricette è la medesima: in entrambi i casi, infatti, si tratta di un pane lievitato (ma di forma piatta) ripieno. Ed è proprio quest’ultimo a cambiare: mentre nel cheese naan il ripieno è composto, manco a dirlo, di formaggio, nell’aloo naan il ripieno è costituito da patate schiacciate e speziate.

Non sarà uguale a quello della tradizione (manca infatti il forno tradizionale di argilla, perché ciò possa accadere), ma ho cercato di essere il più fedele possibile, grazie a Manjula’s kitchen, un fantastico sito dedicato alla cucina indiana vegetariana, curato dalla precisissima signora Manjula, che correda ogni ricetta di video esplicativi.

Per quanto riguarda il piatto in oggetto, mi sono basata sulla ricetta che Manjula dà dell’aloo naan, mentre per il cheese naan ho elaborato quest’ultima a mio gusto, sostituendone il ripieno.

Per essere il più fedele possibile alla ricetta, mi sono servita della misurazione in cups (cioè la misurazione volumetrica utilizzata negli Stati Uniti e in altri Paesi), ma vi riporto fra parentesi le conversioni da me effettuate grazie ad un kit apposito trovato all’Ikea (non è esattamente quello che ho io, ma rende l’idea). Tali conversioni dovrebbero essere attendibili, ma un po’ approssimative: siccome però riguardano l’impasto ciò non dovrebbe costituire un problema, perché potrete aggiustare tutto aggiungendo acqua o farina.