Brasato al Barbera per l’Italia nel piatto

L’appuntamento di oggi con L’Italia nel piatto ha come protagonisti brasati, stracotti, umidi e stufati, una scelta perfetta per l’arrivo dell’autunno, visto che si tratta di piatti a lunga cottura, da lasciar cucinare piano piano, in modo che il loro profumino invada la casa e faccia aumentare l’appetito.

E poi, tutti quei sughini da accompagnare alla polenta, ne vogliamo parlare?

Io ho optato per un grande classico piemontese, e ho preparato il brasato, il re della tavola della festa. A rigor di tradizione andrebbe preparato utilizzando il Barolo, ma diciamo che riservo il Brasato al Barolo (e le maiuscole non sono casuali) per le grandi occasioni, mentre normalmente utilizzo il (la) Barbera, che è uno dei vini che più amo. L’unica accortezza è scegliere un Barbera (che per me cambia sesso, visto che ogni tanto lo uso al maschile e ogni tanto al femminile) che non abbia una spiccata acidità, ma che sia più rotondo, o altrimenti troverete la stessa caratteristica (non così piacevole) nel vostro piatto.

Il metodo che utilizzo è quello imparato anni fa in un corso di cucina sulle carni, e spero quindi che il procedimento da me seguito sia quello più rigoroso possibile. È una piatto che richiede tempo ed una certa lentezza, lasciandovi in cambio un piatto finale importante, quasi imponente, che sa davvero di tavola delle Feste. Che sia ora di iniziare a pensare al Natale (paura, eh?!)?

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Brasato finale

 

Piemonte - Italia nel piatto

I miei compagni di avventura

Friuli-Venezia Giulia: Coniglio in umido con mele, cipolla e pancetta per l’Italia nel piatto 

Lombardia: Russtissana Lodigiana

Emilia Romagna: Stracotto alla parmigiana

Liguria: Polpette al sugo  

Toscana: Cinghiale in dolce e forte

Marche: Pollo in potacchio alla marchigiana

Umbria: Trippa in umido

Abruzzo:Pollo alla cacciatore abruzzese 

Lazio: Garofalato  

Campania:Trippa con patate alla napoletana

Basilicata: Baccalà con le cipolle – Cipuddata

Puglia: Agnello in umido con funghi cardoncelli all’uso di Gravina

Calabria: Stufato di maiale

Sicilia: Aggrassatu con patate

Sardegna: Stufato di cinghiale alla nuorese

Il nostro blog – http://litalianelpiatto.blogspot.it/

Il ketchup di casa mia – La salsa rubra per l’#italianelpiatto

Eccoci di ritorno con l’Italia nel piatto, oggi a tema salse, conserve, condimenti e liquori, un must della stagione.

Nessuno direbbe mai che fra i prodotti tipici del Piemonte ci sia una conserva a base di pomodoro: forse non tutti sanno che il ketchup ha un parente italiano molto stretto, la salsa rubra, proprio di origine piemontese, che potremmo definire la versione industriale del bagnetto rosso tanto caro al nostro bollito misto. Spesso salsa rubra e ketchup vengono considerati la medesima cosa, forse per la storia controversa che ha portato all’origine della salsa nostrana. Il nome “salsa rubra”, infatti, è nato nel 1932 su iniziativa della ditta Cirio, che produceva ketchup nel suo stabilimento torinese fin dal XIX secolo; negli anni ’30, però, il nome tutto straniero di questa salsa faceva storcere il naso al Duce, che premeva affinché le venisse dato un nome di italica memoria: la Cirio indisse così un concorso per trovare tale nome, e giunsero in finale Vesuvio e rubra. Si optò infine per quest’ultimo termine, nome latinissimo che si collegava semplicemente al colore della salsa (rubra dal latino ruber = rosso).

Fatto sta che, se la confusione fra ketchup e rubra può avere senso in un prodotto industriale (che effettivamente è molto simile), la salsa rubra a cui noi piemontesi siamo abituati da generazioni nulla ha a che vedere con il ketchup: le due salse presentano effettivamente diversi tratti in comune, come il pomodoro e la tendenza agrodolce, ma la nostra rubra è assai più ricca di sapori, poiché vi si trovano sempre il peperone rosso e le verdure del soffritto, spesso anche un po’ di peperoncino e quasi sempre delle erbe aromatiche (il basilico, ma anche il prezzemolo).

Questa è semplicemente la mia versione, ma sappiate che ne esistono a milioni (già solo nella mia famiglia ne esiste almeno un’altra, per dire).

Salsa rubra insieme

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Salsa rubra

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Ed ecco i miei compagni di conserve:

Valle d’Aosta: non partecipa

Riso d’Italia Gallo: risotto alle nocciole con asparagi e ricotta di capra per il Piemonte

Sono di nuovo qui a rappresentare il mio Piemonte, questa volta per un’iniziativa lanciata da Riso Gallo dal nome evocativo, “Riso d’Italia“.

A partire già da questi giorni, e fino a luglio, l’iniziativa vedrà coinvolti 20 blogger (uno per ogni regione d’Italia) che si sfideranno a colpi di risi e risotti, cercando di rappresentare al meglio la cucina del proprio territorio. Tutti potranno votare (per la precisione qui, dove trovate questa settimana la mia ricetta) per a decretare il piatto vincitore.

Ed eccomi qui a lanciare il mio guanto di sfida, con una ricetta che è stata cucita su misura, proprio come un guanto, su alcuni sapori della mia terra, e sulla stagionalità. Il Piemonte, e tutti lo saprete benissimo, è una terra di grande produzione risicola, specialmente nella zona del Vercellese, e non è un caso che il riso sia presente in numerosi piatti tipici, soprattutto di origine povera e contadina, dalla panissa alla minestra di latte riso e castagne; ma non solo, poiché non manchiamo certo di risotti in grado di dare lustro ad eccellenze regionali come il barbera o il Castelmagno.

Ma tutti questi grandi piatti regionali a base di riso sono essenzialmente invernali, mentre ora ci troviamo in una stagione di mezzo, una primavera che comincia ormai ad ammiccare all’estate. Così ho deciso di puntare su prodotti che fossero sì tipici, sì rappresentativi della mia regione, ma prima di tutto di stagione.

Ingredienti

E, per rappresentare appieno la cucina del mio Piemonte, non potevo che partire dalla terra, quella in cui troviamo gli asparagi (quelli di Santena), quella terra in cui affondano le radici degli alberi di nocciole e quella terra su cui pascola il bestiame che dà un latte saporito, da cui ricavare burro e formaggi.

Nocciole

Così ho deciso di creare un letto di crema di asparagi (utilizzati anche nel brodo del risotto) e di posare sopra di esso un risotto semplice, bianco, mantecato con un buon burro di malga alle nocciole (forse le ultime del raccolto dello scorso autunno) finendo il tutto con una quenelle di ricotta di capra, perché se non avete mai assaggiato qualche produzione casearia piemontese a base di latte di capra semplicemente non sapete cosa state perdendo.

Asparagi

Il mio consiglio è solo uno: assaggiate le parti di questo risotto non ognuna per sé, ma tutte insieme, perché è nell’insieme che giace il mio Piemonte, fatto di croccante, di morbido, di pungente, di fresco, di tostato, di campagna, di colline, di montagne e di città.

Risotto

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Risotto primo piano

I canederli in Langa per l’ #MTC44

Un mese di distanza dall’ultimo MTC, e si riparte più carichi che mai..

Abbiamo lasciato novembre con i muffins (i miei, questi e questi) e ritorniamo a bomba con i canederli ampezzani di Monica, che devo dire sulle prime mi hanno dato del filo da torcere, per un semplicissimo motivo: non ho (almeno a mia memoria) mai assaggiato, figurarsi preparato, dei canederli.

Così il mio dilemma era quello di azzeccare delle componenti del ripieno che fossero in pieno equilibrio e s armonizzassero, non solo fra loro, ma anche con il condimento. E, dopo pensieri e ripensamenti, ho pensato di portare i canederli a fare una gita in Langa, utilizzando prodotti tipici di quel territorio. Così, dentro i miei canederli ci sono il salame cotto, un prodotto tipicissimo del Piemonte, e l’immancabile toma, e ho deciso di servirli su un letto di crema di lenticchie (anche quelle di Langa, rossastre e piccoline).

E sapete qual è l’ironia della sorte? Che al primo assaggio di questi canederli, che per inciso sono favolosi (tanto che li ho rifatti due volte in due giorni), mi hanno ricordato.. il babà rustico campano. Ma sapete che c’è? Io il babà rustico lo amo e lo adoro, quindi ne sono pure contenta!

Canederli

Canederli finale

Con questa ricetta partecipo al MTC n. 44

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Buon 2015! Strascinati di grano arso con salsiccia, cavolo nero e nocciole

Buon anno a tutti!

Non mi facevo viva sul blog dal vecchio 2014, e non potevo mancare oltre.. almeno per farvi i miei auguri per questo anno appena iniziato, a cui possiamo ancora dare il beneficio del dubbio: troppo presto per giudicare, abbastanza presto per guardarlo con speranza.

Non so come sia stato per voi il passaggio d’anno, se lo abbiate trascorso fra feste, balli, ricchi premi e cotillon o se abbiate optato per un passaggio più soft e più intimo, come lo è stato per me, in Val d’Aosta, fra terme, relax e tante scorrazzate sulla neve, non tanto per me quanto per l’orsetta delle nevi che vedete più in basso.

A Capodanno, però, non possono mancare cibo e vino, e io quest’anno (ma ormai lo faccio sempre, a dire il vero) ho optato per il “poco ma buono“: pochi piatti, pochi vini, ma di qualità. E così ho preparato un primo piatto semplice, di stagione e che ho trovato davvero eccezionale, tanto che sicuramente lo proporrò presto sulla mia tavola, degli strascinati (qui potete vedere come prepararli) di farina di grano arso (regalatami da Giorgia) con salsiccia, cavolo nero e nocciole, che si sposano benissimo al sapore tostato del grano arso. Abbiamo abbinato al piatto un favoloso vino valdostano, un Blanc de Morgex metodo classico brut.

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Soupe d’oignon avec Gruyère per #NoiCHEESEamo

Siamo giunti alla terza edizione del contest dei Formaggi Svizzeri, e se la prima volta si parlava di reinterpretazione di piatti italiani e la seconda di street food, questa volta si gioca la carta dei sentimenti. La sfida lanciata dai Formaggi Svizzeri e da Tery di Peperoni e Patate, infatti, questa volta è incentrata sui piatti del cuore.

E quando ho letto “piatti del cuore” e la parola “formaggio”, il primo pensiero è andato alla zuppa di cipolle di mia mamma, un piatto che adoro alla follia.

Che poi, chiamarla zuppa di cipolle c’est vulgaire.. volete mettere invece dire soupe d’oignon?! La sostanza è poi la medesima, sempre di zuppa e di cipolle si tratta, ma è pur vero che la zuppa di mia mamma è fatta alla moda francese, quindi con l’aggiunta di (poca) farina per dare una consistenza cremosa, ed poi è servita in cocotte con fette di pane sotto e tanto formaggio sopra, che dopo la cottura in forno si trasformerà in una copertura croccantina e filante che, per me, è la fine del mondo.

Per rendere veramente speciale questo piatto, di per sé semplicissimo, è quindi necessario utilizzare gli ingredienti giusti: cipolle bionde fresche e belle grandi, brodo vegetale fatto in casa con verdure vere, un buon pane (per me home-made) e il formaggio perfetto, che si sciolga bene in forno, che sia intenso nel gusto, ma che non prevarichi il sapore delicato della zuppa. Per questo ho scelto di utilizzare il Gruyère DOP e non l’Emmentaler DOP: il primo, infatti, quello compatto, ha un sapore più pieno, di formaggio stagionato, maturo, che meglio si sposa con la zuppa di cipolle rispetto al gusto più dolce e delicato, di latte, dell’Emmentaler, quello coi buchi.

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