La mezz’ora ai fornelli di cui non vi pentirete – Pipe con yogurt, piselli e feta

Tempo fa vedo la ricetta di una pasta con piselli, yogurt greco e feta dalla Fede, vedo che la ricetta originale è di Ottolenghi, tratta dal mio amatissimo libro Jerusalem (che non smetterò mai di consigliare, sappiatelo) e mi chiedo subito come diavolo mi fosse potuta sfuggire una ricetta del genere, stravagante (lo yogurt per condire la pasta?), veloce, fresca, colorata.

Corro subito a prendere il libro, lo apro alla pagina giusta, e noto in alto a destra un bel post-it commemorativo: non mi era sfuggita, semplicemente non l’avevo ancora provata.
Strano?! Assolutamente no, visto che praticamente la mia copia di Jerusalem pare un cimitero di post-it, e non so mai da quale iniziare, da tanto che mi ispirano tutte, le sue ricette.

Ma questa ve la consiglio al volo e dal profondo del cuore, perché sarà una mezz’ora di fuochi accesi (una pentola per la pasta, un pentolino per i pinoli), fra bollore dell’acqua e cottura della pasta, ma sarà una mezz’ora che non rimpiangerete, perché metterete in tavola un piatto di pasta che mai vi sareste sognati di preparare, di una semplicità imbarazzante, e la cui freschezza e bontà vi ruberanno il cuore.

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Pasta con yogurt, piselli e feta finale

Paccheri alla (a)Norma(le) per l’#MTC48

Pummarola, croce e delizia tutta Italiana.

Che poi, se ci pensiamo un attimo, è incredibile che un alimento che tanto caratterizza la nostra cucina (soprattutto quella del centro e sud Italia) e che così profondamente rappresenta il nostro modo di stare a tavola faccia in realtà parte della nostra storia da “pochissimo” tempo (e, se avete qualche minuto di tempo, su MTChallenge trovate la storia del pomodoro, raccontata da me medesima).

Il posto che occupa il pomodoro nella mia identità culinaria è quasi pari a zero.. d’altronde, son Sabauda mica per nulla; nella cucina di casa dei miei (e, di conseguenza, nella mia) di rado si vede una conserva di colore rosso, ancor meno un semplice sugo al pomodoro, un po’ più spesso il ragù, ma rigorosamente appena appena rosato.

Però (come sempre) c’è un però, e si chiama pomodoro fresco: datemi dei bei pomodori (Pachino, ciliegini, Piccadilly), uno spicchio d’aglio, dell’olio buono, una cottura veloce, e allora sì che ne riparliamo.

Per questo, dopo una normale diffidenza iniziale per questa sfida n. 48 dell’MTChallenge, che sembra facile ma facile non è (questa la sfida nella sfida lanciata da Paola di Fairie’s kitchen), mi sono lanciata sulla tradizione, non quella piemontese (la pummarola solo in cartolina) ma su un piatto siciliano che io amo ed adoro, la pasta alla Norma.

Ma, prima che l’universo mondo, siciliano e non, si ribelli con picche e forconi alla mano, mi sono tutelata, e siccome la tradizione io l’ho presa e l’ho piegata alle mie esigenze, è diventata una pasta alla (a)Norma(le)  (…ogni riferimento è assolutamente intenzionale -vedi sotto)

Abnormal

Insomma, niente sugo a lunga cottura, al posto delle melanzane le zucchine (che qui cominciano timidamente a fare capolino) – sempre fritte però- e al posto della ricotta salata il pecorino romano DOP (che con le zucchine sta alla perfezione).. il risultato per me è delizioso, ma dovrete provare per credere.

Paccheri collage

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Paccheri finale

Con questa ricetta partecipo all’MTChallenge n. 48

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L’oro che preferisco, quello verde – Trofie con pesto di pistacchi

Non sono una tipa da gioielli.

O meglio, mi piacciono, ma ho un debole per quelli etnici, specialmente per quelli d’argento. Tipo il mio anello indiano, quello che ho il brutto di vizio di togliere quando cucino/lavo/impasto e che puntualmente semino da qualche parte, rischiando ogni volta di perderlo. Come quando lo misi nella tasca posteriore dei jeans, ebbi la geniale idee di infilarci anche le chiavi della macchina e, quando le tolsi di tasca, vidi l’anello iniziare a rotolare finendo dritto dritto nelle grate del palazzo di fronte. Se penso a quella scena (che io, non so perché, nella mia testa rivedo sempre al rallentatore), ancora oggi credo che avessi voluto farlo apposta non ci sarei riuscita. Per la cronaca, l’anello è riuscito a tornare all’ovile mesi dopo, quando il Colui si è introdotto nelle cantine di fronte a noi e a recuperarlo, per me è ancora un mistero come. Ma d’altronde, è archeologo.. avrà scavato.

Mi piace l’argento anche quando è vecchio, come quello della lunga catena che da un po’ porto sempre al collo, perché attaccati ci sono due ciondoli a forma di schiumarola e di paletta forata, unico ricordo di mia nonna, a cui evidentemente devo somigliare almeno un po’.

Certo, ho qualche gioiello d’oro, rigorosamente bianco, rigorosamente regalato, ma li indosso pochissimo, forse perché sono ancora in una fase in cui l’oro è quello che si indossa solo per le occasioni, laureamatrimoniobattesimi, mica roba di tutti i giorni (che poi io tutti i giorni entro ed esco dalle cucina, e non metto proprio nessun gioiello, che poi mi scoccio a mettere e togliere tutti i vari ammennicoli), e così giacciono in un cassetto, semi-dimenticati in attesa della prossima occasione.

Già, non sono una tipo da ori, tranne quello che in assoluto preferisco, quello verde dei pistacchi.. quello lo metterei dappertutto, come ho ampiamente dimostrato (random qui, qui e qui). Questa volta ci ho fatto un pesto (passatemi il nome, anche se non ho pestato un bel niente) velocissimo da preparare e dannatamente buono. Provare per credere.

Pasta con pesto di pistacchi finale-001

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Pasta con pesto di pistacchi-001

I libri del cuore – I limoni in conserva di Yotam Ottolenghi per lo Starbooks redone (e due)

Di tutti i libri di cucina che possiedo (che non sono poi moltissimi, per carità), si contano sulle dita di una mano quelli che sfoglio e risfoglio sempre con immenso piacere, e fra questi al primo posto c’è senza dubbio Jerusalem di Yotam Ottolenghi e Sam Tamimi.

Ogni tanto lo tolgo dalla libreria e lo sfoglio anche solo per il piacere di farlo, di perdermi fra le sue foto di Gerusalemme e fra i suoi piatti, che rifarei tutti, nessuno escluso: dalle carni alle verdure, dai dolci alle conserve.

Ho atteso così tanto questo libro, scoperto grazie allo Starbooks, che quando finalmente mi è arrivato in dono, ero talmente intenta a sfogliarlo in lungo e in largo da non notare che in mezzo alle sue pagine facevano bella mostra di sé i biglietti per un concerto di Ben Harper (che io amo ed adoro). Inutile dire che, quando li ho visti, il regalo è stato ancor più gradito, ma ci ho messo un po’ a capire che lo sguardo insistente del Colui verso di me che sfogliavo il libro a suon di “uhmmm, che meraviglia” e “oddio questo lo rifaccio” non era dovuto alla mia fulgida bellezza, ma più ad invito a guardare meglio. Uno dei regali migliori degli ultimi anni, insomma.

E, in una ricerca di ispirazione costante che, nel mio caso, si affida più a blog e riviste, quel libro è tuttora un’oasi a cui mi piace tornare.

Così, quando mi sono capitati per le mani dei bei limoni biologici, oltre a farli diventare limoncello (già per altro mezzo sgolato, soprattutto dalla sottoscritta), ho finalmente potuto provare una ricetta che da tanto tempo avevo adocchiato proprio fra le pagine di Jerusalem, i limoni in conserva, perfetti per accompagnare le carni (grigliate, ma anche le tajine) e il pesce, tagliati a fettine oppure tritati (come suggerisce l’amica Mapi).

Limoni in conserva ingredienti

Limoni in conserva

I miei limoni in conserva sono in frigorifero, in attesa che passi un mese, quando potrò finalmente assaggiarli. Pertanto, non posso esprimermi sul loro gusto, ma promuovo la ricetta comunque, per la sua facilissima realizzazione, per l’aderenza alla tradizione culinaria mediorientale, ma fosse pure solo per il fatto che, a vedere il vaso che campeggia in frigorifero, ogni volta che ne apro la porta spero che siano già trascorse quattro settimane.

Con questa ricetta partecipo allo Starbooks Redone (again)

a Redone

I matrimoni (improbabili e) felici – Zuppa di fagioli e cozze

In cucina, come nella vita, spesso sono le coppie improbabili a risultare, alla fine dei conti, le più solide.

Certo, il tutto è soggettivo, e capisco bene che ciò che è “improbabile” per me, per altri è normalità e tradizione.

Prendete i legumi con i molluschi, ad esempio.. per me sono una coppia assolutamente improbabile! Ancora mi ricordo lo stupore davanti alla stravaganza di un piatto di maltagliati con ceci e vongole, nel menù di un ristorante a Gradara, nelle Marche: assaggiai, sentendomi una pioniera, e scoprii uno degli abbinamenti più riusciti che mi fosse capitato di assaggiare fino a quel momento.

Tornata a casa non ho più ritrovato quell’abbinamento, e mi sono cullata nei confortanti usi della mia regione, in cui al massimo i legumi si abbinano a verdure di stagione (verza ed erbette, su tutte) o al massimo alla carne (le costine di maiale o la trippa, per esempio). Finché una mia cara amica salernitana ha fatto brillare nuovamente quella scintilla, parlandomi di quello che è un piatto popolarissimo in Campania (ma non solo, visto che esistono anche versioni siciliane e calabresi), la pasta e fagioli e cozze.

Non ho avuto pace finché non ho rifatto questa specialità, tramutandola in zuppa, e ora che l’ho assaggiata.. dov’è che devo firmare per un matrimonio altrettanto felice?!

Zuppa di fagioli e cozze

Zuppa di fagioli e cozze finale

 

Come ti rivoluziono il calamaro (imbottito)

Tutto parte sempre dalla tradizione.

Questa volta, però, la tradizione non è la mia: non sono partita da una ricetta tipica della mia regione (anche perché, diciamolo, di calamari in Piemonte se ne pescano ben pochi) né da una ricetta di famiglia (sebbene mia mamma prepari degli ottimi calamari ripieni), ma dalla ricetta del calamaro imbottito della zia di Anna Luisa del blog Assaggi di Viaggio.

Me ne sono innamorata a prima vista, perché il binomio uvetta/pinoli nei piatti salati (e di mari, soprattutto) è fra i miei preferiti ed ogni volta mi conquista. Così, pur partendo dall’idea di replicarlo così com’era, mi sono scontrata con due problemi: in primis il fatto che a dicembre di pomodorini degni di questo nome a Torino non se ne trovano ormai più, figurarsi quegli del Piennolo (che mi posso sognare in qualsiasi periodo dell’anno), e poi il fatto che mi fossi scordata di comprare i pinoli (che, vi tranquillizzo, quelli a Torino ci sono in abbondanza).

Calamari alla mano, mi sono fatta ispirare da loro, e così i pinoli si sono trasformati in pistacchi, dando un tocco più meridionale al piatto; così, per riequilibrare il piatto verso nord, i pomodorini si sono trasformati in una generosa sfumata di passito di Erbaluce di Caluso, che mi ha permesso di mantenere ben saldo il contrasto dolce/salato su cui si regge il piatto. Lo so, forse un’interpretazione un po’ troppo fantasiosa per il palato di alcuni, ma se amate questi contrasti è decisamente un piatto che fa per voi.

Calamaro blog

Calamaro finale blog