Come si dice “wurstel e crauti” in Piemontese? Guster e Sancrau

Guster e sancrau copertina

Se mi dicono “wurstel“, penso subito alla Germania, ai bratwurst assaggiati a Monaco (e prima di allora quei “robi” bianchi mi avevano sempre fatto un gran senso, poi ho scoperto “sul campo” quanto sono buoni), ai currywurst mangiati a Berlino ad ogni angolo di strada, da quegli omini armati di zainetto con bombola del gas (niente pericoloso, mi dicono) per cuocere i wurstel, così, su due piedi.

In Germania raramente ho mangiato i wurstel accompagnati dai crauti (invece ho mangiato taaaaaante patate, tantissime patate), che sono invece più un ricordo della mia infanzia.
Io, infatti, a differenza di quasi tutti gli altri bambini del globo terracqueo, ho sempre amato i cavoli: broccoli, cavolfiori e verza sono sempre stati i miei migliori amici.

Ma ho sempre avuto una particolare predilezione per il cavolo verza stufato, che mia mamma preparava in modo semplicissimo, con uno spicchio d’aglio e con una bella sfumata di aceto di vino rosso, quello che ha sempre preparato mio padre nella botticella in cantina (e un aceto così, cari miei, ve lo sognate).
È solo qualche anno più tardi che ho scoperto i crauti della Zuccato, quelli fermentati, i crauti “veri”, e da lì è stato amore puro; ancora oggi quando voglio concedermi una cena-divano, wurstel e crauti la fanno da padroni, magari con un bel pane da hot dog fatto in casa da tagliare a metà e da spalmare di senape, per ottenere la mia “piccola” perfezione.

Con il tempo, però, è arrivata la consapevolezza, quella territoriale, e ho scoperto l’esistenza di una versione piemontese dei crauti, il sancrau che, manco a dirlo, aggiunge a quegli elementi che già conoscevo (cavolo verza, aglio, olio) burro e acciuga, ingredienti immancabili nelle ricette made in Piemonte. Il sancrau, però, è particolarmente gustoso, e deve essere accompagnato da wurstel che sappiano sostenere quel sapore deciso.. quindi non i wurstel commerciali, tanto per capirci.

Ed è qui che è arrivato in mio soccorso Tasté, dove tempo fa ho finalmente trovato i Guster della Agrisalumeria Luiset (uno dei punti di riferimento della salumeria piemontese degli ultimi ani), ovvero dei wurstel artigianali, fatti con carne di maiali piemontesi e buoni da morire, anche solo grigliati in una padella anti-aderente, una cottura che rende la pelle bella croccante come piace a me.

E così fu.. guster e sancrau hanno reso wurstel e crauti (un po’ più) piemontesi.

Guster e sancrau verticale

Guster e sancrau

Ingredienti (per 2 persone)

Per il sancrau

  • olio extravergine di oliva
  • 1 noce di burro
  • 1 spicchio d’aglio
  • 3 filetti di acciughe sott’olio
  • 1 piccolo cavolo verza (preso qui)
  • aceto di vino rosso
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

Per i Guster

  • 4 Guster
  • una padella antiaderente

Per accompagnare

  • Birra a fiumi (per me la sempre ottima Super Baladin)
  • Pane e salse se volete un bell’hot dog

Preparazione

Lavate e tagliate sottilmente le foglie del cavolo (togliete le più esterne).

In una padella piuttosto capiente mettete l’olio,il burro, l’aglio e le acciughe; fate rosolare e quindi aggiungete il cavolo, quando il cavolo sarà colorito aggiungete l’aceto, salate e pepate leggermente, fate cuocere a fuoco lento per almeno due ore.

Guster e sancrau orizzontale

Con questa ricetta partecipo alla giornata nazionale di Wurstel e crauti nel Calendario del Cibo Italiano

Acciughe al verde: per il Piemontese che non deve chiedere mai

Dell’amore spassionato che i Piemontesi provano per le acciughe vi ho parlato nel mio ultimo post, forse fin troppo diffusamente. Sentivo però che, senza farvi vedere come preparare le acciughe al verde, avrei peccato di piemontesità.

Così, complice una cena a base di antipasti piemontesi con gli amici di Acqua e Menta, rigorosamente senza latticini (sul tavolo c’erano vitello tonnato, insalata russa, carne cruda, salsiccia di Bra e salame cotto, e abbiamo terminato con le pesche ripiene), ho avuto modo di preparare un bel po’ di acciughe al verde.

Le acciughe al verde sono sempre presenti in una bella (e robusta) merenda sinoira piemontese e, secondo i veri intenditori, sono le protagoniste del panino più strong a cui io possa pensare. Ma, considerando che vengo da una regione in cui la merenda che ha nutrito tanti e tanti pargoli nel passato è la soma d’aj (pane strofinato con aglio e poi condito con olio e sale), non è che mi stupisca poi molto.

In ogni caso, se non avete mai avuto il piacere di assaggiare le acciughe al verde, non potete sapere cosa vi siete persi: è uno di quei piatti schietti e robusti che popolano le tavole del Piemonte e che sanno farsi amare, nonostante la loro “durezza” (acciuga e aglio non è proprio un mix per “stomaci deboli”, come direbbe l’Artusi). Il piatto si prepara senza accendere fuochi, quindi è perfetto per la stagione e viene fatto di preferenza in anticipo, in modo da renderlo ancor più saporito. Inoltre, si conserva piuttosto a lungo (anche se più di 7-10 giorni non sono mai durate, in casa mia).

L’unico neo di questo piatto è la pulizia delle acciughe sotto sale, per cui avrete bisogno solo di un po’ di pazienza, ma sarete ampiamente ripagati da un viaggio nel Piemonte più vero, senza nemmeno dovervi alzare dal tavolo.

Acciughe al verde

“ACCIUGHE AL VERDE” IN ENGLISH: DOWNLOAD THE PDF BY CLICKING HERE 

Acciughe al verde finale

L’antipasto è una cosa seria – Il vitello tonnato per il Calendario del Cibo Italiano

Oggi nel Calendario del cibo italiano AIFB è la Giornata Nazionale del Vitello Tonnato, di cui è ambasciatrice Antonella del blog Cucino Io.

La ricorrenza mi ha solo fornito l’occasione di proporre uno degli antipasti che vanno per la maggiore in casa mia. E non lo dico con leggerezza, perchè in Piemonte l’antipasto è una cosa seria, ma seria davvero.

Non so se vi sia mai capitato di mangiar fuori per un pranzo o una cena importante in Piemonte, ancor più se in ristoranti o osterie di campagna. Ecco, se vi è capitato, saprete benissimo che il numero medio degli antipasti proposti è superiore alla decina: c’è la carne cruda, i tomini elettrici o al verde, l’albese, l’insalata russa, la lingua al verde, i peperoni con la bagna caoda, i flan di verdure e il vitello tonnato. E ho detto solo i primi che mi sono venuti in mente.

Non è la prima volta che lo dico, ma si potrebbe davvero fare (e senza troppo sforzo) una cena piemontese solo a base di antipasti!

In casa mia, però,  ce ne sono alcuni che occupano un posto speciale nella “hall of fame” (dove fame si legge all’italiana) degli antipasti e, non a caso (vista una certa “fissa” dell’uomo di casa con la maionese) si tratta di insalata russa e vitello tonnato.

Lo so, molti puristi inorridiranno a sentir pronunciare “vitello tonnato” e “maionese” nella stessa frase, visto che il “tonnato” del nome, almeno in origine, probabilmente nulla aveva a che fare col tonno, e figurarsi con la maionese. Infatti “tonnato” o “tonnè” pare provenga dal francese “tanné“, ovvero “acconciato“, forse un espediente linguistico per conferire un’aura di nobiltà ad un piatto invece popolare (in cui la carne veniva cotta a lungo per ottenere morbidezza); alcuni, però, ipotizzano che il tonno abbia giocato un suo ruolo nell’etimologia della parola, perché stava ad indicare che il vitello “veniva cotto come un tonno”. Non so se sia vero o no, o se l’utilizzo del tonno nella ricetta sia stato in qualche modo “causato” da questo equivoco linguistico, ma sta di fatto che ad un certo punto della storia di questo piatto le acciughe utilizzate in origine lasciarono il posto al tonno e sempre più spesso comparvero le uova, dapprima sotto forma di tuorli e poi, più prosaicamente, sotto forma di maionese.

La versione con la maionese è infatti ormai sdoganata da tempo e posso tranquillamente dire che è la più diffusa, ben più delle altre quattro versioni attestate: quella calda con salsa di acciughe, quella fredda con salsa tonnata senza uova e quella con tuorli sodi, senza contare la versione in cui tonno e vitello vengono cotti insieme.

Anche per quanto riguarda la cottura della carne, ce n’è per tutti i gusti: c’è chi la fa bollire (tipo… io), anche se è il metodo in cui è più difficile controllare la temperatura, chi la cuoce in forno, chi la fa brasare e, ultimamente, chi la cuoce sotto vuoto a bassa temperatura, forse la tipologia di cottura che permette di ottenere la carne più tenera in assoluto.

Poi, se avete un’affettatrice avrete compito semplice e fette perfette, altrimenti con tanta pazienza e un buon coltello otterrete fettine più spesse, ma ugualmente buone.

Credo di avervi detto tutto.. no, dimenticavo la cosa più importante: non fate mai mancare il pane!

Vitello tonnato

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Vitello tonnato finale

Piemonte mon amour – I rubatà di Chieri per la GN dei grissini

Non ce l’ho proprio fatta a rinunciare.

Come potevo mancare ad una giornata simile?

Oggi nel Calendario del Cibo Italiano AIFB è la giornata nazionale dei grissini, con ambasciatrice Valentina Venuti di Non di solo pane, panificatrice talentuosissima e grande tentatrice con le sue creazioni perfette.

Non potevo proprio mancare a celebrare uno dei prodotti più famosi e apprezzati del mio Piemonte, vi pare?! Vi sfido a venire nella mia regione e a non provare a sgranocchiare qualche grissino (che buoni così non li fanno da altre parti).. il problema vero è fermarsi, sappiatelo!

Ho scelto di partecipare con la ricetta per preparare in casa i più famosi grissini torinesi, i rubatà. Anzi, non torinesi, ma per la precisione chieresi (altrimenti domani potrei trovarmi una delegazione di Chieri con forconi e picconi sotto casa, visto che questo prodotto è stato orgogliosamente incluso nella lista prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali).

Il nome di questi grissini deriva dal piemontese “rübaté”, che significa “ruzzolare, cadere, rotolare” (lo stesso verbo che dà origine ai grissini e al meraviglioso “rübata cantun“, ovvero “rotola angoli”, perifrasi tutta piemontese per indicare una passeggiatrice. Amo il mio dialetto). Vi sono due scuole di pensiero che fanno derivare da questo verbo il famoso grissino: c’è chi dice che sia perché la lavorazione avviene per arrotolamento sul piano da lavoro (a differenza dei grissini stirati, in cui l’impasto viene allungato dal panificatore) e c’è chi invece sostiene che si riferisca al “gesto che fa il panettiere nel prendere sulle punte i “grissini” appena formati e nel rivoltarli, facendogli fare un giro completo con i pollici a palme unite e lasciandoli “cadere”, o meglio “rübatè”, con dolce violenza sul tavolo al fine di compattarne l’impasto”*.

Per quanto mi riguarda, aderisco con convinzione alla prima fazione, visto che tuttora mi è oscuro in cosa consista questa seconda mossa ardita. Dovrò trovare un panificatore chierese che mi illumini in merito.

In ogni caso, la caratteristica che vi farà riconoscere un buon rubatà è sicuramente la nodosità, dovuta alla lavorazione artigianale. In seconda battuta, il diametro di dimensioni limitate (al massimo 1-1,5 cm) e, in ultima analisi, quella leggera copertura di semola (o, alle volte, di farina di mais) che li avvolge e che li rende semplicemente irresistibili.

Qui trovate la ricetta per farli in casa, in modo semplice e senza attendere troppo.

Fatene pochi, o sarà la vostra condanna!

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Qui la ricetta con esubero di pasta madre e cioccolato fondente

 

* citazione da qui

La cucina Walser per il #calendariodelciboitaliano

Questa settimana del Calendario del Cibo Italiano AIFB è dedicata alla cucina di frontiera, di cui è portabandiera la carissima Madamoiselle Marina, e in Piemonte non si può parlare di popoli di frontiera senza parlare della comunità Walser.

La popolazione Walser (contrazione del tedesco Walliser, ovvero vallesano, abitante del canton Vallese), di origine germanica, nel corso del XII-XIII secolo conobbe una massiccia emigrazione dalla zona dell’alto Vallese in direzione dell’arco alpino, ed ancora oggi si ritrova in diverse località italiane, svizzere, austriache e francesi. Le spiegazioni di tale movimento vanno ricercate in una concomitanza di fattori: la sovrapopolazione della zona di provenienza, le condizioni climatiche che favorirono lo spostamento e la volontà dei signori feudali del Vallese di far fruttare le loro proprietà al di là delle Alpi.

Flussi migratori
Flussi migratori del popolo Walser fra XIV e XV secolo

Un tratto che accomunava le comunità Walser all’epoca delle emigrazioni era il forte spirito comunitario, rafforzato anche dal “diritto Walser” che, oltre a garantire l’autonomia amministrativa e giudiziaria al di qua delle Alpi, assicurava l’affitto ereditario dei terreni: il feudatario, cioè, concedeva in perpetuo la terra ai suoi coloni, atto che permetteva alle famiglie Walser di salvaguardare la propria autosufficienza.

In Italia sono tuttora presenti comunità Walser in Val d’Aosta (zona della Valle del Lys: Gressoney, Issime, Gaby e Niel) e in Piemonte (in Valsesia e nell’Ossola), che mantengono viva anche la tradizione linguistica. La lingua Walser deriva da un antico dialetto della Germania meridionale chiamato altissimo alemanno (molto simile all’antico dialetto della svizzera tedesca), e in Italia si possono contare ben tre varianti: il titsch di Gressoney-Saint-Jan, il töitschu di Issime e il titzschu di Alagna Valsesia e Rimella in Valsesia.

La tradizione Walser si mantiene viva non solo attraverso la lingua, ma anche attraverso le tradizioni gastronomiche. Si può infatti parlare di una cucina Walser: esistono ricette che possiamo definire “tipiche”, che rientrano allo stesso tempo nell’alveo della cucina tradizionale dei luoghi di montagna. Quella Walser, infatti, come tutte le cucina montanare, è una cucina “di sopravvivenza”: essenziale è garantire il massimo apporto nutritivo, sfruttando appieno ogni prodotto a disposizione e evitando il più possibile gli sprechi. Alimenti base erano il latte (e i suoi derivati, come burro e formaggio), il riso (portato in montagna dalla pianura ed utilizzato in moltissimi piatti) e la polenta; l’apporto di proteine animali era sporadico, e soprattutto legato a prodotti come il lardo. Scarsi i vegetali, soprattutto rape e patate, ma anche erbe come la cicoria e verdure a foglia come i farignun (simili agli spinaci). I vini e i dolci erano pochi ed erano riservati alle grandi occasioni, anche perché spesso richiedevano l’utilizzo di ingredienti di pregio, come l’olio (ovviamente di noci, non di oliva), indispensabile ad esempio per friggere i diffusissimi tortelli con le mele.

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White long uncooked rice on wooden spoon

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Foto dal web

Proprio perché i dolci erano considerati un “di più” nelle austere tradizioni culinarie di montagna, in essi si può leggere una cura tutta particolare, l’attenzione che si riservava alla festa, alla grande occasione. I dolci di montagna rappresentano la poesia delle piccole cose.

Così si può rimanere incantati davanti alla ricetta della “Torta del primo latte“, detta anche “delle vacche”, un dolce realizzato con il colostro, ovvero il primo latte destinato allo svezzamento del vitellino, un alimento unico, ricco di sostanze, gustosissimo; ovviamente esiste una versione moderna di questa torta, per la difficoltà di reperire questo prezioso ingrediente e per renderla più appetibile al nostro palato.

Ma ci si può anche innamorare della storia semplice di un dolce che al giorno d’oggi ha perso parte della sua suggestività: la fioca (che viene accompagnata dai kruschli, dei biscotti secchi tipo novarini). La fioca in piemontese è la neve, e prende questo nome perché questo semplice dolce al cucchiaio (una crema a base di panna, uova, latte e zucchero) veniva messo nelle conche di rame circondate di neve per tenerlo al fresco. Ma il particolare che mi ha conquistato definitivamente è che le donne anziane lo preparavano solamente d’inverno, anche in tempi in cui già munite di frigoriferi e freezer, proprio perché senza la neve il dolce non sarebbe stato lo stesso. Come non innamorarsi di questo dolce, di questa storia, e come non immaginare quella vecchietta che attende la prima neve per iniziare a sbattere le uova con lo zucchero.

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Fonti:

Fior di melighe alla nocciola per l’MTC

Nuovo mese, MTChallenge nuovo.

Questa volta la sfida si fa dolce, perché Dani e Juri di Acqua e Menta hanno deciso di farci “combattere” a colpi di biscotti di frolla: frolla classica, frolla montata, sablé e frolla all’olio. Insomma, il rischio, nella peggiore delle ipotesi, è il diabete!

E, mentre la community gioisce per la prima sfida dichiaratamente dolce dell’anno, io me ne sto in disparte preparando il mio outing: non ho mai amato preparare i biscotti!

Certo, mi piace mangiarli, specialmente a colazione o per godere al meglio di una pausa caffè, ma mi annoio a prepararli e, soprattutto, mi distraggo irrimediabilmente durante la loro cottura, così in media solo una teglia su tre viene come dovrebbe: le altre rimangono ad abbronzarsi un po’ troppo, come certe signore incartapecorite uscite da un Solarium di periferia.

Negli anni, però, sono riuscita a trovare i miei biscotti del cuore: quelli che preparo a Natale, che regalo agli amici per dare un assaggio di Piemonte, quelli che non si devono stendere (sono pessima nell’ottenere uno spessore uniforme, quindi sia benedetto il mattarello regolabile che ho ricevuto in dono da un amico per i miei 30 anni e che mi ha davvero cambiato la vita) e che son pronti con due colpi di sparabiscotti (tutta in acciaio, accattata al mercatino del riuso per ben 5€).

Sto parlando delle mie amatissime paste di meliga montate che, non a caso, ho portato con me anche all’ultimo raduno dell’MTC. Per questa sfida, però, ho voluto provare una nuova frolla montata, quella di Leonardo di Carlo che veniva proposta nel magistrale post di Dani e Juri sui biscotti, ed ho voluto aggiungere ancora un po’ del mio Piemonte, inserendo una parte di farina di nocciole nelle melighe e decorandole con nocciole intere e dell’ottimo cioccolato fondente piemontese, il Domori, in ricordo della giornata passata insieme a Dani e Juri alla fabbrica di cioccolato.

Il risultato di questo esperimento da piccolo chimico sabaudo sono biscotti particolarmente friabili, che si sciolgono in bocca e in cui il gusto della nocciola si avverte solo sul finire, con quel sentore di tostato che si lega bene al cioccolato fondente della guarnizione.

Questo mese abbiamo due giudici, quindi sappiate fin da ora che arriveranno due proposte di biscotti. Questi sono pensati per Juri: a dispetto della forma romantica, questo è un biscotto dal sapore  “maschile”, con un retrogusto deciso dato dalle nocciole e dal cioccolato fondente.

Ora, cara Dani, non ti resta che aspettare i tuoi!

Melighe alle nocciole Collage

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Melighe alla nocciola finale

Con questa ricetta partecipo all’MTC n. 56

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