Il castagnaccio piemontese per l’MTC di novembre

Tempo di MTC, tempo di sfida, tempo di castagne. D’altronde è novembre, e da chi le castagne le porta nel nome non potevo aspettarmi di meno.

Il tema di questo mese, quindi, non è un piatto, ma un ingrediente, e non uno qualsiasi, bensì uno che per lungo tempo ha costituito un elemento portante dell’alimentazione quotidiana; le castagne erano infatti considerate il pane dei poveri, poiché alla portata di tutti, da cogliere nel bosco, e poiché capaci di saziare le pance vuote di chi non si poteva permettere molto altro.

Ora le castagne si possono sempre cogliere nel bosco, sia chiaro, ma non è forse così semplice trovar boschi a portata di mano. Quando posso mi piace poter scappare dalla città, trovare rifugio in una delle meravigliose valli che circondano Torino e andar per castagne (ho ancora il ricordo vivido di un sacco da 20 kg di preziosissime castagne colte in Val Pellice solo qualche anno fa), ma non è sempre possibile, e così spesso le si acquista, e a carissimo prezzo (saranno diventate il pane dei ricchi?!). Idem si dica per castagne secche e farina di castagne, ormai assai più care della ben più preziosa farina di mandorle, o di nocciole.

Commenti da anziano al mercato rionale a parte, ho deciso di iniziare questa sfida con una delle preparazioni più classiche a base di farina di castagne, il castagnaccio, un dolce di origine umile diffuso soprattutto nelle zone appenniniche d’Italia, ma in verità in ogni regione in cui vi sia abbondanza di castagne, Piemonte compreso (finirò per parlare del marrone di Cuneo, prima o poi, lo so). Certo, nessuno potrà battere le preparazioni toscane a base di castagna (per varietà e quantità), ma anche noi ci mettiamo il nostro.

Sì, perché a quanto ho letto, tanti sono concordi sul fatto che in Piemonte esista una versione un po’ diversa da quella classica, fatta con olio, rosmarino e pinoli che, diciamolo, se non è fatta a regola d’arte può essere più stopposa che ingoiare un caco con la buccia. Già, per evitare il famoso effetto ‘ngusa pitu (non so scrivere il piemontese, quindi scrivo come pronuncio, ma il significato è chiarissimo, “ingozza tacchino“), noi nel castagnaccio ci abbiamo messo le mele, e pure gli amaretti.

Che sia snaturato o nobilitato sarete voi a dirlo… io (che poi in realtà l’ha detto un tale signor Eraclito, che chissà se mangiava castagne) dico solo che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. E che nelle trasformazioni, o evoluzioni, spesso si cela tanto della bellezza del mondo.

Ora giuro che mangio una fetta di castagnaccio e taccio (e ho fatto anche la rima)!

Castagnaccio blog

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Castagnaccio finale blog

Con questa ricetta partecipo all’MTC di NovembreMTC

 

Home-made is better: la cugnà

Con questa ricetta apro ufficialmente (anche se dovrei forse includere qualche ricetta passata) assai volentieri una nuova “rubrica” dal titolo Home-made is better, cioè una rubrica dedicata a tutte quelle prelibatezze che forse potreste trovare in negozi che vendono prodotti di qualità, ma che fatte in casa raggiungono un nuovo livello di bontà, direi quasi oltre il Nirvana del gusto, ecco.

Inoltre, questa rubrica mi servirà anche per lanciare qualche idea per l’ormai prossimo (argh!) Santo Natale, idee che possono senza ombra di dubbio essere utilizzate anche per altre occasioni (compleanni, lauree, cresime, battesimi, bar mitzvah, matrimoni -regali o bomboniere- e chi più ne ha più ne metta).. insomma, fatene un po’ quel che volete.

Per aprire al meglio questa rubrica, punto su un prodotto regionale, che forse alcuni di voi conoscono, ma che molti credo non avranno mai sentito nominare.. la Cugnà. La cugnà (o cognà), una parola di cui ignoro il significato (e non ho trovato nessuna indicazione in merito), ma che si materializza in una densa meraviglia da conservare in vasetto. Non la definisco, perchè c’è una diatriba sulla sua essenza ontologica: è mostarda? Non propriamente, ma ci somiglia. È confettura? No, ma può essere usata come tale, e come tale veniva utilizzata nelle merende di qualche decennio fa. Insomma, forse è meglio non definirla, ma lasciarsene incantare.

Di certo c’è che è una pietanza antica, che deriva dalla volontà di riutilizzare gli scarti della vendemmia (il suo ingrediente principale è infatti il mosto d’uva) e l’eccesso della produzione autunnale di frutta. Il tutto viene arricchito da frutta secca (inutile dire che la protagonista è soprattutto la nocciola tonda gentile del Piemonte) e lievemente speziato. Una volta non si conservava nemmeno in vasetto, ma semplicemente in un contenitore di coccio (la tupina. Piccola annotazione piemontese: ancora oggi tupin è la parola piemontese, utilizzata più che quotidianamente, che indica un contenitore generico, dal vasetto al contenitore ermetico. Quindi, se un piemontese vi dice “mettilo in un tupin“, non immaginate di dover farcire un roditore) coperto da un piatto.

Vi chiederete come si utilizza questa prelibatezza… nella tradizione, poiché nato come piatto povero, la cugnà veniva mangiata insieme alla polenta (un utilizzo che non ho mai provato), mentre i più ricchi la utilizzavano per accompagnare gran bolliti misti (che qui in Piemonte si sprecano) e formaggi; si usava anche, però, come già detto, come una normale marmellata, quindi spalmata sul pane. A voi la scelta!

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Quadrotti di mele di conforto

Oggi piove, ma forse dire che piove è riduttivo… sta diluviando, da un giorno ormai, ininterrottamente. Al momento siamo alla massima allerta su Torino e l’intero Piemonte, perché il Po potrebbe esondare, o potrebbe farlo uno degli altri numerosi fiumi della regione (e qualcuno, nella zona di Alessandria, lo ha già fatto). Siamo qui a sperare che non sia un altro 1994 o un altro 2000, che l’acqua risparmi quei territori già tanto colpiti.

Ma il pensiero va, inevitabilmente, ai vicini liguri, che prima alle Cinque Terre e poi a Genova hanno vissuto un’alluvione (purtroppo non ancora finita) uguale o peggiore (ma cercare il peggio nel peggio è un esercizio davvero malato) di quella che qui abbiamo già visto.. si vorrebbe che non accadessero più fatti del genere, nel 2011, nel mondo “civilizzato“, in città storiche sopravvissute finora ed improvvisamente a rischio, tutto per un’incuria che porta a disastri che diventano sempre imprevedibili sulla bocca dei politici (e mi domando chi ci creda ancora).

Insomma, oggi chi è nel Nord Ovest d’Italia, ma non solo qui, farà bene a stare chiuso in casa, ad evitare di mettersi in strada se non strettamente necessario, per evitare rischi inutili. Anche se è sabato, e vorremmo uscire, distrarci da una settimana di lavoro, resa più intensa per aver visto o vissuto tragedie troppo vicine al portone di casa, facciamo lo sforzo di stare a casa, guardiamo un film, leggiamo un libro, seguiamo con apprensione le notizie climatiche e domandiamoci, una volta davvero, se possiamo fare qualcosa per aiutare il nostro vicino in difficoltà. L’unica concessione ammessa è un the caldo e un quadrotto di mela, per confortarci.

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